My Brightest Diamond

Milano, Salumeria della Musica - 17/02/2015

MY BRIGHTEST DIAMOND 30 © stefano masselli

Salumeria della Musica di Milano non gremita, ma più piena di quanto mi aspettassi: stasera a Milano c’era solo l’imbarazzo della scelta. My Brightest Diamond, Maximilian Hecker e Jarboe insieme a Alexander Hacke. Tutti dal vivo, tutti la stessa sera. Ovviamente in tre locali diversi. Roba che quando lo scopri rimani un attimo interdetto e pensi che la scelta di Sophie, a confronto, era facile. Per quel che mi riguarda, si è trattato di momento risolto in fretta: My Brightest Diamond vince a mani basse.

La poliedrica Shara Worden porta dal vivo il suo quarto album e sono proprio curiosa di vedere come riuscirà a trasferire le atmosfere pop, ricche e complicate di This Is My Hand sul palco con una formazione ridotta a trio. Ma Shara è brava e non mi preoccupo. Di gente così (e intendo brava sul serio) ci si può solo fidare.

A fare da supporto, tale Tim Fite. Bello pacioccone, lui. Con capellino di traverso, sorrisone, e pancetta a dividersi tra cabaret, hip-hop e ninna-nanne. È divertente, tiene bene la scena e a metà del set, Shara salta sul palco a ballare e scopriamo che è brava anche in quello. Un ultimo brano ancora e poi tocca a lei.

Pantaloni che sembrano esserle disegnati addosso e ciuffo che solo sulle passerelle di moda dei primi anni ’90 (e potrebbe non essere una buona cosa, ma evidentemente a lei piace così), Shara abbraccia la chitarra e inizia il concerto reinterpretando Gunshot Glitter di Jeff Buckley. Tutti colti di sorpresa, tutti zitti, fermi e attenti e poi esplode Bad Guy, con la chitarra che non è così gentile come su disco: è rumorosa, distorta, cattiva. E la batteria che non è elettronica come sul disco: è secca e pesta duro. Gli arrangiamenti sono completamente rivoltati e quando l’elettronica non diventa un rock compatto, si trasforma nel più cattivo synthpop.
Shara tiene a coinvolgere il pubblico e ci insegna piccole coreografie così che possiamo accompagnare il brano. La prima è per Pressure. Ce la spiega bene, insieme al gruppo e a Tim Fite che la raggiunge sul palco per i cori. Ora, vedere lei che si muove suademente e Fite che fa le faccette è piacevole, vedere il bassista (con il grugno naturale, pelato, di colore e grande quanto il mio sgabuzzino) fare lo stesso è curioso. Si capisce facilmente che anche loro, come noi, si stanno divertendo un mucchio.
Dopo la prima lezione di ballo (la seconda sarà per High Low Middle), c’è quella di canto: tante piccole civette per accompagnare Before The Words. Fite si stupisce di quanto siamo bravi. Shara gli risponde istintivamente, senza nemmeno pensare: “Italy”.

MY BRIGHTEST DIAMOND 14 © stefano masselli

Un set principalmente incentrato sull’ultimo lavoro di My Brightest Diamond (Lover Killer, This Is My Hand, Resonance), che include brani meno recenti (Be Brave, I Have Never Loved Someone, Inside A Boy) e due estratti da un ep in uscita che si intitolerà I Have Grown Wild (Say What e A Bronze Head).
Poi c’è il bis con la versione più appassionata di Feeling Good che un artista possa mai regalare al proprio pubblico.
A chiusura Shara indossa una tuta da lavoro bianca con delle scritte nere che richiamano This Is My Hand e viene raggiunta da Fite per una versione tutta loro di It Takes Two (proprio quella di Rob Base & DJ EZ Rock, non la sentivo dal 1989), mentre scendono dal palco e ballano tra il pubblico e con il pubblico.

Insomma, che ci si sia divertiti durante un concerto che è stato bello, tirato e, soprattutto, impeccabile è chiaro. Ma vorrei che fosse chiara anche un’altra cosa, ben più importante. Shara non è solo brava. Non è nemmeno semplicemente brava. Shara è impressionante.
A parte essere una musicista e performer ineccepibile, la sua voce è uno strumento incredibilmente versatile (ma quante ottave prende? meglio non sapere) e, anche se sembra non fare fatica, è chiaro che quello che sta facendo non sia facile, che dietro c’è un lavoro da proverbiale mazzo. E ti domandi come possa essere possibile che su disco questa voce meravigliosa risulti addirittura limitata.

Insomma, succede che quando ti imbatti in persone tanto preparate (e vi assicuro che bassista e batterista non erano da meno), ti viene una giustificatissima voglia di non avvicinarti mai più a una chitarra, di suonare l’ukulele per far ballare la tua nipotina, canticchiare quando lavi i piatti o battere il cucchiaio di legno sulla pentola quando cucini che ti sembra di fare un torto all’universo.
Poi ti fanno anche ridere e ballare. Quindi, a concerto finito, a me viene solo una gran voglia di andare nel backstage, prendere quei tre, piegarli, stiparli nella borsetta e portarmeli a casa.

Foto di Stefano Masselli

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