Neil Halstead

Dagli Slowdive ai Black Hearted Brother

A pochi giorni dal ritorno in Italia con gli Slowdive per suonare al Radar Festival (il 16 luglio a Padova), ripubblichiamo la nostra intervista a Neil Halstead a proposito della reunion e del futuro.
Neil Halstead
Sugli Slowdive e un mucchio di altre cose

Esattamente vent’anni. Sarà questo il tempo trascorso dal loro ultimo concerto, quando il 21 del prossimo mese gli Slowdive saliranno sul palco del Village Underground di Londra. Di quel live del 19 maggio 1994 a Toronto su YouTube si trovano prove mozzafiato, con la registrazione così Nineties ad amplificare l’effetto nostalgia per un suono che ha segnato un’epoca. Le voci di una reunion degli Slowdive, pilastro – insieme ai My Bloody Valentine – di quel movimento britannico tutto feedback e melodie dolcemente visionarie chiamato shoegaze, si rincorrevano da tempo. All’incirca dall’estate 2012, quando Neil Halstead (voce, chitarra e principale songwriter) dichiarava, non senza ironia, a MTV Hive: “C’è la possibilità che si torni a suonare insieme. Nessuno si è mai opposto, semplicemente non ne abbiamo mai parlato. È incredibile come oggi siano in voga le reunion, suppongo non avremo scelta”. L’ipotesi si era fatta più concreta lo scorso ottobre durante uno dei suoi live da solista, in cui era stato raggiunto sul palco da un’ospite speciale: Rachel Goswell. Amici d’infanzia nella loro Reading, coppia voce-chitarra negli Slowdive e anche nella vita agli esordi della band, dopo lo scioglimento i due avevano condiviso l’esperienza “alt-country” dei Mojave 3, cinque album tra 1995 e 2006 su 4AD e attualmente in stand by. Rachel e Neil di nuovo insieme sul palco, dopo almeno dieci anni: un altro indizio di un ritorno fino a qualche tempo fa insperato, soprattutto a causa di problemi personali della Goswell, che per le stesse ragioni aveva lasciato i Mojave 3. La conferma, a fine gennaio; nel film realizzato per annunciare il cartellone del Primavera Sound, una lavanderia di nome Slowdive ufficializzava
la reunion (con line up originale), velatamente anticipata nei giorni precedenti da un nuovo sito e un countdown partito dai profili Twitter dei componenti. Praticamente un gioco. “L’intenzione, stavolta, è di divertirci” racconta Halstead dalla sua casa in Cornovaglia, in una deliziosa conversazione su Skype costellata da cani in sottofondo che reclamano attenzioni (“Ho due Beagle, quello che senti è quello pazzo”). “Abbiamo cominciato a parlarne l’anno scorso e l’input è stata la voglia di pubblicare un album. Credo ci sia realmente la possibilità di fare nuova musica, anche se abbiamo preferito dare la precedenza ai live per ritrovare feeling e mettere da parte del budget per le registrazioni. A 43 anni sono nella condizione mentale giusta per una reunion. Quando ci siamo sciolti è stato piuttosto doloroso, la situazione si era fatta pesante dentro e fuori il gruppo; per lungo tempo ognuno ha proseguito per la sua strada, facendo cose diverse musicalmente. Se pensi che alla fine degli Slowdive avevamo 24 anni e per sei non ci siamo quasi mai fermati, è chiaro che avessimo bisogno di andare avanti con la nostra vita. Ne avevamo avuto abbastanza e c’è voluto parecchio per ritrovare una connessione positiva con quel periodo”.

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Slowdive

Appena diciannovenni quando firmarono il contratto con la Creation di Alan McGee, gli Slowdive furono la creatura più fascinosa e malinconica dell’epoca shoegaze. Non la più geniale, rumorosa, sperimentale, e neanche quella che cristallizzò alla perfezione la quintessenza della “scena che celebrava se stessa”. Ma se a questo pensarono i My Bloody Valentine, agli Slowdive – arrivati dopo e cresciuti all’ombra della band di Shields e dei fratelli maggiori Ride – va il merito di aver guardato oltre le mura di suono che connotavano lo shoegaze. Certo, siamo già nel 1993 quando Souvlaki, considerato l’apice della loro carriera, getta un ponte tra ambient e post rock, creando legami con band contemporanee come Seefeel e Disco Inferno, ma anticipando sonorità tipiche dei 90 (la scuderia Kranky, Mogwai, Sigur Rós) e persino, con l’ultimo Pygmalion del 1995, i Radiohead elettronico-paranoici di Kid A.
Inizialmente coccolati dai vari “Melody Maker” ed “NME” – che avevano alimentato l’hype sulla scena “di riferimento” a cavallo tra 80 e 90, composta da MBV, Chapterhouse, Ride, Lush e così via – già nel ’91 con l’esordio Just For A Day, giunto dopo tre ep in perfetto equilibrio tra dream pop e uso psichedelico del rumore di scuola Loop e Sonic Youth, gli Slowdive dovettero fare i conti con l’esplosione del grunge e una stampa che improvvisamente li detestava in quanto appartenenti alla middle class. Se essere schiacciato
tra rivoluzione di Seattle e britpop fu il destino di tutto lo shoegaze (eccetto i MBV, in anticipo sui tempi sia in entrata che in uscita), agli Slowdive non bastarono la produzione di Chris Hufford (poi divenuto famoso coi Radiohead) e dell’ex Psychedelic Furs Ed Buller, ma soprattutto gli attestati di stima e le collaborazioni con Brian Eno in Souvlaki, per essere tenuti in adeguata considerazione. E chiaramente, in pieno boom britpop, il minimalismo gelido di Pygmalion non poteva porre rimedio alla condizione straniante in cui era piombata la band, provata da tensioni interne e dalla fuoriuscita del batterista Simon Scott (sostituito
da Ian MacCutcheon). “Avevamo un buon rapporto con McGee e con alcuni gruppi Creation, come Ride e Teenage Fanclub; ma si trattava della classica etichetta in cui tutti uscivano insieme a fare casino, c’era quel tipo di fratellanza che cementava i rapporti… E noi eravamo più giovani degli altri, non frequentavamo il giro. Quando uscì Pygmalion sapevamo che sarebbe stato l’ultimo album. Durante le registrazioni Alan mi disse che doveva essere un disco pop… Quando lo ascoltò fu uno shock, non era il tipo di roba che voleva promuovere. E infatti subito dopo la Creation – ai tempi concentrata sugli Oasis e sul britpop – ci scaricò, ma già da un po’ sentivamo che qualcosa era finito e non avevamo voglia di combattere per avere un’altra label”. È a questo punto che, nel ’95, comincia un nuovo percorso per Halstead – che con Goswell e MacCutcheon darà vita ai Mojave 3 – mentre il chitarrista Christian Savill formerà i Monster Movie e il batterista Scott, oggi di nuovo in line up, si dedicherà a Inner Sleeve, Televise e varie produzioni sperimentali (Nick Chaplin, invece, ha ripreso il basso solo in occasione delle prove per la reunion).

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Black Hearted Brother

Dopo gli Slowdive eravamo stanchi e avevo la sensazione che la nostra musica fosse diventata troppo astratta. Avevo bisogno di suonare una chitarra acustica, è stato
il mio modo di ritrovare la passione. Ascoltare Songs From A Room di Leonard Cohen a 24 anni fu un’illuminazione, anche se poi ci sono stati altri cantautori che mi hanno influenzato, in particolare Neil Young ed Elliott Smith. Il primo album dei Mojave 3 è stato come imparare a scrivere canzoni, dopo aver passato anni a concentrarmi su suoni e atmosfere. E ciò che amo di più di quella band è che i dischi sono abbastanza diversi uno dall’altro”. In queste parole, la chiave della carriera di Halstead: la necessità di cambiare – pur mantenendo un approccio riconoscibile negli anni, dagli Slowdive attraverso Mojave 3, tre album solistici e i Black Hearted Brother – e la capacità di diventare uno dei cantautori più talentuosi e puri della sua generazione, sebbene agli antipodi, ad esempio, rispetto all’eclettismo ibrido di un giullare iperattivo come Damon Albarn. Da Sleeping On The Road del 2001 all’ultimo Palindrome Hunces del 2012, Neil porta nel cuore una tradizione britannica, quella folk e oscura di Nick Drake con punte delicatamente bizzarre alla Syd Barrett. “È difficile trovare un equilibrio fra la vita privata e le canzoni che compongo. I miei album preferiti parlano di cose reali, così anche nella mia musica ci sono riferimenti personali. Palindrome Hunces l’ho scritto in un momento delicato, in cui stavo vivendo la fine del mio matrimonio e questo fallimento è diventato il centro della narrazione dell’album, forse il più doloroso che abbia mai pubblicato. Alcune canzoni sono difficili da cantare e so che per la mia ex moglie certe parti sono imbarazzanti. Ma è stata la mia terapia”.

Vicende personali a parte, Halstead sta vivendo uno dei momenti più intensi della sua carriera. Dopo il tour da solista che toccherà l’Italia a inizio aprile, si dedicherà alle prove con gli Slowdive. “Ne abbiamo fatte un paio e sono andate bene, non abbiamo avuto problemi nel ritrovare suoni e accordi (ride, NdR). In scaletta metteremo anche brani degli ep e di Pygmalion, mai suonati dal vivo”. E sul mensile inglese “Uncut”, la Goswell aggiunge “Abbiamo chiesto ai fan quali canzoni volessero sentire e Rutti è stata molto richiesta. La mia preferita, però, è Souvlaki Space Station”. Dopo vent’anni in cui entrambi si sono allontanati da ciò che lo shoegaze è stato in termini musicali e come immaginario/riferimento generazionale, tra gli ultimi a segnare la musica indipendente britannica, viene spontaneo chiedersi come ci si prepari a un ritorno in un periodo dove quel suono è rientrato in voga. “Sinceramente non credevo che avremmo riempito il Village Underground, il sold out in pochi minuti non ce lo aspettavamo. È strano come la parola shoegaze sia tornata attuale (e non a caso Neil ridacchia ogni volta che sente il termine “nu gaze”, NdR), il fatto che oggi ci siano band influenzate da quel che abbiamo fatto ci rende orgogliosi, anche se la sensazione, vedendo dove sono gruppi come i Mogwai, è di aver perso un’occasione. Quanto alla preparazione tecnica, ciò che riguarda il suono – shoegaze o psichedelico, termini per me molto affini – è legato alla tecnologia. Come è stata fondamentale per noi allora, quando nell’87 uscirono i primi effetti riverbero digitali a pedale, tutt’oggi è determinante per quel tipo di musica. Dovermi aggiornare è uno stimolo, almeno quanto il fatto che per un nuovo album non lavoreremo a distanza: la volontà è trovarci tutti insieme, per ricreare l’atmosfera che nasce quando ci sono cinque persone in una stanza che condividono le idee. L’intenzione, però, non è fare un disco alla Slowdive. Ma semplicemente un nuovo album”. Che potrebbe comunque suonare di gran lunga migliore di ciò che oggi qualcuno chiama “nu gaze”.

Pubblicato sul Mucchio di aprile 2014

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