Nine Inch Nails

Venticinque anni dopo

A pochi giorni dall'unica data italiana in quel di Milano, il nuovo album dei Nine Inch Nails arriva nei negozi. Un evento che celebriamo con la recensione, e un breve ripasso di quasi venticinque anni di carriera.
Nine Inch Nails
25 anni dopo

1Pretty Hate Machine (TVT, 1989)

L’esordio Pretty Hate Machine restituisce sin dal titolo l’idea di uno scontro tra Macchina e Uomo, freddezza delle musiche e calore della voce. Reznor compone, arrangia, canta e suona tutto da solo, e trova la propria cifra espressiva nel focalizzarsi sul malessere, su temi il più delle volte tabù. L’obiettivo è distanziarsi dagli stereotipi industrial concentrandosi sulla forma-canzone e abbinando testi personali, volti al lato emotivo o alle insoddisfazioni derivanti dalla società. La partenza è col botto, tra metal e dance: Head Like A Hole si scaglia contro il servilismo al dio denaro, Terrible Lie fa lo stesso rivolgendosi a un altro dio, quello della religione cattolica, ma punta il dito contro le istituzioni organizzate. La ballata Something I Can Never Have si sviluppa sul pianoforte e condensa la disperazione nel volere qualcosa che non si può ottenere. Down In It, ritmo incalzante e ritornello poderoso, parla da sé: “I used to have something inside / Now just this hole that’s open wide”.

 

2Broken (Nothing/TVT/Interscope, 1992)

L’ep Broken, concentrato di rabbia e disgusto verso se stessi, riflette la fisicità dei concerti con canzoni ancor più ruvide e dense, dal roccioso muro di chitarre ma aperte a vari strumenti, compreso un Mellotron appartenuto a John Lennon. Si fanno ricordare l’assalto sonico di Wish (il nichilismo scandito da più “fuck” possibili, la strada che conduce all’Inferno), la fragorosa Happiness In Slavery (straordinaria critica di un sistema orwelliano che propugna il conformismo) e la velocissima Gave Up (il Sé che si rompe, va in frantumi). Ci sono anche due bonus track, nascoste dopo novantuno tracce di silenzio da quattro secondi l’una: una cover di Physical degli Adam And The Ants e una rivisitazione di Suck dei Pigface, supergruppo nato durante un tour dei Ministry nei quali aveva transitato il medesimo Reznor.

 

3The Downward Spiral (Nothing/Interscope, 1994)

Ispirato a The Wall dei Pink Floyd e soprattutto a Low di David Bowie, The Downward Spiral è il titolo migliore per comprendere appieno la portata rivoluzionaria dei NIN. Inciso nell’abitazione di Beverly Hills appartenuta a Roman Polanski e Sharon Tate, lì barbaramente uccisa da Charles Manson e seguaci, l’album è un concept che ruota attorno alla decadenza: non si ignora ciò che provoca disagio, bensì lo si esplora e sviscera, si esorcizzano i propri demoni. Non si rinnega l’elettronica ma si affinano le dinamiche, ci si allontana dalla linearità con distorsioni e contrasti dinamici, si usano suoni maggiormente organici che vanno da strumenti reali a sciami di api. La discesa vertiginosa nel delirio di un uomo che distrugge tutto ciò che gli appartiene, con un vago retrogusto di liberazione, si articola per un’ora abbondante di durata. Nella corrosiva Mr. Self Destruct non resta che eliminare ciò che esercita controllo (violenza, sesso, droga o religione…), Piggy avvolge la melodia in un groove nietszchiano, March Of The Pigs restituisce la frenesia delle bestie destinate al macello. La famosa Closer fonde ritmiche accattivanti e ritornello shock. L’eventuale redenzione giunge solo con la stratosferica Hurt, reinterpretata persino da Johnny Cash.

 

Nine inch nails - the fragile - frontThe Fragile (Nothing/Interscope, 1999)

Il doppio The Fragile contiene ventitre brani, sedici canzoni e sette strumentali, distribuiti nei dischetti Left e Right. Il presupposto è rendere composizione, arrangiamento, lavoro in consolle e sound design come un’unica attività, partendo sia da spunti sonori sia visuali. Un altro concept, che sembra per molti versi il contraltare di The Downward Spiral: non mancano le esplosioni al rumor bianco e l’atmosfera è sempre tetra, ma stavolta si punta decisamente su trame sintetiche, soundscapes, paesaggi ambient e code dilatate, senza contare una voce al bisogno più morbida e testi drammaticamente intimisti, che non seguono alcun filo narrativo nel tentativo, comunque fallito, di ottenere ordine dal caos. L’ascolto complessivo è quasi da cuffia per cogliere dettagli e stratificazioni, mentre si intravedono reminiscenze classiche e filo-prog. Ci sono le pulsazioni super-funky di Into The Void, l’apocalittica love-story We’re In This Together e la chiassosa critica anti-hollywodiana Starfuckers, Inc, vagamente drum and bass.

 

with_teeth_coverWith Teeth (Nothing/Interscope, 2005)

Raccolta di canzoni affini ma indipendenti l’una dall’altra, dove la battaglia per la disintossicazione si presta a fulcro tematico, per quanto alleggerita per mezzo di simbologie. Dal punto di vista musicale ci si evolve per non ripetersi, prediligendo elettronica analogica e una foggia più scarna. L’ospite più altisonante è Dave Grohl, che suona batteria e percussioni in sette pezzi. Preservata l’artiglieria pesante, c’è più spazio sia per l’orecchiabilità sia per il divertimento e i momenti più convincenti, in un rendiconto altalenante che ancora tende verso l’alto, sono proprio quelli in cui si osa di più. Convincono la soave apertura di All The Love In The World, il brio sperimentale della title-track e Sunspots, la dolcezza claustrofobica di Beside You In Time, Right Where It Belongs e Home. I singoli posseggono la giusta varietà: The Hand That Feeds contrappone cadenze ballabili e coscienza politica, Only si abbandona a una new wave su impalcatura da club culture e la suggestiva Every Day Is Exactly The Same esterna un male di vivere impresso nel DNA. La morale è che a volte stringere i denti è necessario, così come affilare le, ehm, unghie, ma ogni tanto fa bene anche aprire il cuore.

 

NIN-1Year Zero (Interscope, 2007)

Sviluppato in prevalenza al computer, Year Zero è parte di un progetto a trecentosessanta gradi. I testi prendono le distanze dalla sfera privata per farsi concept socio-politico, mosso dalle disastrose elezioni americane del 2004. Il mirino è puntato sull’erosione della liberà individuale, sull’imminente fine del mondo e sui disastri perpetrati dal governo a stelle e strisce, avvalendosi di una narrazione distopica che mantiene uno spaventoso legame con la realtà inserendo fatti come la caduta delle Torri gemelle o la guerra in Iraq. Grazie a un’avanguardistica campagna virale il discorso si estende con un reality game che implica siti Internet, numeri di telefono, teaser trailer, magliette, meeting segreti, messaggi subliminali e chi più ne ha, più ne metta. I brani, abbastanza eterogenei, traggono impulso attitudinale dai Public Enemy degli albori. Staffilate elettriche e nuance sintetiche si incrociano tra Ministry e Massive Attack, si intersecano in un affresco scuro, senza via d’uscita visibile a occhio nudo. Per quanto il materiale avrebbe potuto essere tranquillamente sfoltito, di roba sopra la media ce n’è più che a sufficienza.

 

pic_cover_largeGhosts I-IV (The Null Corporation, 2008)

Ghosts I-IV viene  caricato d’improvviso in Rete, per poi essere pubblicato in qualsivoglia formato dall’etichetta personale The Null Corporation. La totale indipendenza artistica è festeggiata con un coraggioso doppio strumentale, pianificato con gli ormai fidi Atticus Ross e Alan Moulder. Ci si fa prendere la mano con ben quattro dischetti da nove tracce l’uno, agglomerate per un totale di trentasei. Tracce prive di titolo, semplicemente numerate. In risposta alla progettualità di Year Zero, un esperimento consacrato all’impulso, all’improvvisazione. I pezzi prendono il via da luoghi o situazioni immaginari, nel tentativo di vestire di suoni le immagini proiettate nella mente, come in una “colonna sonora per sogni a occhi aperti”. L’ascolto lambisce territori dark, rock e ambient richiamando maestri quali Brian Eno o Robert Fripp. Alcuni frammenti sono affascinanti, altri sembrano superflui o incompiuti. Composizioni similari saranno poi destinate alle vere e proprie colonne sonore The Social Network e The Girl With The Dragon Tattoo.

 

theslip-splashThe Slip (The Null Corporation, 2008)

The Slip è registrato e pubblicato in appena tre settimane, come fosse uno schizzo, un assemblaggio per mettere alla prova i riflessi. Voci di corridoio riportano l’affermazione, fra burla e profanità, che scaletta e testi siano stati completati di Mercoledì, il mix finale e il sequencing di Giovedì, il master di Venerdì, l’artwork di Sabato e l’edizione di Domenica. Se le parole derivano da una percezione di isolamento, del proprio inesorabile invecchiamento, il ritorno stilistico a Pretty Hate Machine e The Downward Spiral è dato da minor immediatezza, tasso di testosterone alto e ruvidezza minacciosa in molte delle dieci tracce, da 1,000,000 a Letting You. Fanno eccezione le ritmate Discipline ed Echoplex, oppure gli intriganti strumentali Corona Radiata e The Four Of Us Are Dying. L’ispirazione è nella norma, a tratti sotto la norma, e le novità strettamente artistiche sono poche, se non nulle.

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