Nirvana

I giorni della fine

Il nome della band significa libertà dalla sofferenza e dal mondo esterno. Che tutto fosse scritto ancor prima di iniziare?
kurt

Se volessimo trovare una causa alla conseguenza, ovvero alla morte di Kurt Cobain, potremmo pontificare su una vita disseminata di intemperie: il divorzio dei genitori, l’introversione di un carattere contraddittorio, il disagio da successo, i lancinanti dolori allo stomaco, la dipendenza da eroina che porterà all’overdose romana del marzo 1994.
Sembra che in genere i fattori psicosociali e situazionali siano però troppo vari per stabilire una relazione statisticamente significativa. Potremmo allora ipotizzare, assecondando i sostenitori delle teorie genetiche, che non è un caso se alcuni zii di Cobain si erano già
uccisi per mezzo di armi da fuoco. Armi da fuoco che Kurt collezionava (“Load up
on guns” cantava in Smells Like Teen Spirit). E, sempre a tal proposito, potremmo analizzare i presunti indizi sparsi nei testi: le prime tre canzoni di Nevermind contengono riferimenti a pistole, mentre In Utero è senz’altro l’apologia della cupezza cobaniana, tra pozzi di catrame e orchidee carnivore, cordoni ombelicali e ferite aperte. Soltanto chi è provvisto di autoironia, e quindi voglia di vivere, poteva però immaginare un titolo come I Hate Myself And I Want To Die. Già, perché allora Kurt ha fatto un’altra fine?

Potremmo constatare con un minimo di superficialità che agli artisti, specie se cantori di una disperazione generazionale, la spettacolarizzazione della propria fuoriuscita riesce meglio: sin dai tempi di Shakespeare, del resto, il suicidio era usato come colpo di scena. Nell’antica Grecia e nell’antica Roma era considerato un atto lecito, addirittura consigliabile come coronamento di imprese eroiche o alternativa alla perdita della dignità. Nel settimo girone dell’Inferno architettato da Dante invece le anime dei violenti contro la propria persona sono imprigionate in orrendi alberi, straziati dalle Arpie così come straziarono se stessi: si tratta forse dell’atto più lugubre di tutta la Divina Commedia. Da buon cristiano (ma se fosse stato ebreo o musulmano il risultato non sarebbe cambiato) Dante condannava il suicidio, rafforzando uno stigma profondamente incardinato nella cultura occidentale.

Forse in un sistema culturale connotato altrimenti, la morte autoinflitta di una rockstar non produrrebbe tutta questa eco, e del Club 27 non parleremmo nemmeno.
Club di cui Cobain, esclusa qualche affinità caratteriale con Janis Joplin, non fa filosoficamente parte dato che quelli erano inciampati nei loro stessi eccessi, perlopiù
per mancanza di controllo. Lui è più affine ad altri, a quelli che hanno scelto. A Luigi Tenco che pare essersi sparato come “atto di protesta” contro il pubblico italiano, a Darby Crash che appena ventiduenne si schianta volontariamente di eroina al fianco della fidanzata che gli sopravvive, a Elliott Smith che probabilmente si autoinfligge due coltellate al petto, a Vic Chesnutt che dopo prove infruttuose centra l’obiettivo grazie ai farmaci o a Mark Linkous che invece non vuol sbagliare e mira direttamente al cuore. Difficile dire cosa avrebbe potuto fare Cobain se non si fosse ammazzato. Molto probabilmente non si sarebbe adagiato su schemi fissi, come già l’MTV Unplugged In New York lasciava intuire. Lui che aveva tanto da dare, che prestava la sua notorietà per pubblicizzare colleghi di culto, che sosteneva la causa gay per rifiuto degli stereotipi machisti.

Secondo studi neurobiologici, reputati comunque riduttivi da alcuni specialisti, il gesto estremo potrebbe essere innescato da alterazioni chimiche, legate al principale
neurotrasmettitore del cervello, la serotonina. Proprio come è chimica la reazione che alimenta la musica creata da un insieme di più individui, o qualsiasi processo creativo. Ancora una volta si tratta di impiegare le energie in un senso o nell’altro, per distruggere o per costruire. Ma c’è anche chi costruisce per distruggere.

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