Perfume Genius

"Ho deciso di osare, senza pensarci troppo"

“Too Bright” è il ritorno di Perfume Genius. Dando sfogo alla rabbia accumulata negli anni e sperimentando con nuove sonorità, Mike Hadreas mette alla prova il suo songwriting minimalista... e i suoi ascoltatori.
Perfume Genius
Il nuovo disco, il gay panic e PJ Harvey

Mesi fa qualcuno in casa Matador anticipava su Twitter: in termini katebushiani, il nuovo disco di Perfume Genius sarà il suo personale The Dreaming. Una svolta artistica, dunque, all’insegna di sperimentazione, coraggio e bizzarria. L’analogia torna nel kit per la stampa, dove oltre alla Kate più visionaria (e incompresa) si cita lo Scott Walker di Tilt a sottolineare la nuova sete d’idiosincrasia. Too Bright è un album di rinnovamento. Per chi trovava nelle ballate lo-fi al piano di Learning (2010, voce tremolante quasi sempre in secondo piano, temi sfrontatamente personali) il suo prototipo di canzone alla Perfume Genius, l’ampliamento sonoro già parzialmente avviato con Put Your Back N 2 It (2012) sembrerà qui portato all’estremo. A fianco di nuove, spoglie melodie al piano, troviamo macabri sintetizzatori, un uso quasi tragicomico di alcuni riferimenti soul, un’impennata nelle percussioni, cori a sorpresa e l’occasionale urlo liberatorio (o di disperazione, non è sempre chiaro).

Oppure si può tentare di leggere questo cambiamento al contrario: Perfume Genius è sempre stato fin dal primo momento, con quell’occhio nero nella sua prima foto di MySpace nel 2009 e quella prima, dolceamara “canzoncina” sul suicidio di un ex amante (Mr. Peterson), un progetto esplicito e fuori dalle righe. Scegliendo di raccontarsi adottando una maggiore varietà stilistica e un sound meno introverso, ci troviamo di fronte a un cantautore che esce dal suo guscio per misurarsi con format che ad altri suoneranno più familiari. A voi il giudizio. Quando gli chiedo se trova delle discrepanze tra come Too Bright è stato presentato sinora dalla stampa e come lui lo percepisce, è chiaro che, al di là di trovate e semplificazioni, a questa transizione corrisponde una maggiore confidenza acquisita nella scrittura. “Credo abbia senso considerare questo disco una ripartenza ed evidenziarne le ‘stranezze’, ma a patto di non mettere in secondo piano quello che ho fatto prima, se capisci che intendo. Il nuovo album esce fuori dalla stessa persona. In fin dei conti, ho solo riarticolato la mia personalità e fatto passi in avanti, sperimentando in maniera diversa. Ho mantenuto alcune delle piccole, strambe insicurezze musicali dei primi due dischi, ad esempio, e questo crea una certa continuità, nonostante me ne sia liberato per la maggior parte del disco. Ai tempi dei primi due album introdurre più strumenti, ingrandire il suono… non pensavo di esserne capace. Per quest’album ho deciso di tentare, andando ad aggiungere questi elementi al mio stile più familiare”.Potrebbe sembrare un’interpretazione letterale, ma avendo riscoperto una certa immediatezza, Too Bright suona meno “terapeutico” di Learning e Put Your Back N 2 It. Parla forse più del Mike Hadreas di oggi che dei ricordi esorcizzati nei primi due album? “Oh sì, assolutamente. È anche per questo che secondo me le canzoni di questo disco suonano più immediate, perché anziché andare a scavare troppo nel passato mi sono concentrato più sul mio presente. Anzi, in alcuni casi riflettono addirittura le mie proiezioni, come vorrei essere in futuro! Prima scrivevo quasi esclusivamente canzoni per guarire alcune ferite, riordinare i miei ricordi, riflettere su alcune relazioni… cose successe nel mio passato. Tutte queste cose sono ancora lì, ma cerco di concentrarmi sul me di oggi”.

Prima di trovare ispirazione per i pezzi di Too Bright, Hadreas si è dedicato alla scrittura di brani soul dal richiamo più universale, flirtando con l’idea, appoggiata dalla casa discografica, di avvicinare il mainstream e aprire le porte a un pubblico più vasto. Ritrovatosi dopo mesi con un delizioso pacchetto di tracce mid-tempo, si è poi reso conto che qualcosa non andava. “Avevo deciso di scrivere ballate soul, per così dire. Volevo una produzione ricca, grandiosa. I pezzi non erano affatto male, ti dirò, ci ho lavorato sodo. Mi ci sono dedicato come un lavoro full time, scrivendo per ore ed ore ogni giorno. Eppure non mi sembrava esserci dentro una vera ispirazione. Funzionavano, ma erano un po’ vuoti, finanche noiosi. Ho capito solo in un secondo momento che stavo ignorando un’ispirazione più selvaggia e incontrollabile che è poi confluita nelle nuove canzoni”. È rimasto per caso qualche strascico di quella “deviazione” soul nel disco? “C’è una canzone, No Good, che si è evoluta da quella prima fase di scrittura. L’ho tenuta perché era una delle poche personali, le altre non erano abbastanza specifiche da poter suonare tali. È per questo che ho deciso di scartarle: non erano brutte canzoni, ma erano così intenzionalmente universali che chiunque altro avrebbe potuto cantarle! Sembravano quasi provenire da un tempo indefinito. No Good era un po’ un’altra storia, capivo che avrei potuto cantarla sentendola più mia”.

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Riascoltare Polly Jean Harvey durante le registrazioni ha contribuito non poco a rilasciare demoni e sensualità in egual misura. Ma di quale era harveyana stiamo parlando? Tirate a indovinare. “To Bring You My Love è il mio album preferito di PJ. Probabilmente ci sono così affezionanto anche perché è il primo che ho comprato: quand’ero piccolo ero ossessionato da quel disco. Mi piacciono tutti i suoi album, ma To Bring You My Love ha quel misto di dramma e oscurità senza pari. Pur essendo bellissimo, perfetto in superficie, mantiene quel senso di pesantezza e asfissia al di sotto. È sfrontatamente oscuro, si percepisce in ogni singolo momento quanto PJ fosse impegnata a rendere una sua visione precisa. E poi mi piace che nonostante le ‘diavolerie’ cantate, lei non ammicchi mai in modo banale; è sempre sfrontata, senza mai chiedere scusa”. L’eco di To Bring You My Love è forse più facilmente rintracciabile nella teatrale My Body. Un’atmosfera desertica, vagamente opprimente, in cui il crooning di Mike sembra quasi inciampare sulle corde della chitarra, mentre si inerpica in autoriflessioni su inadeguatezza e isolamento.

John Parish, storico collaboratore di PJ Harvey, torna a dare il suo prezioso contributo su alcune tracce di Too Bright. John ha raggiunto Mike e la sua band a Bristol per registrare alcune parti alla batteria. Assieme ad Ali Chant (già ingegnere del suono in Put Your Back N 2 It), un veterano della scena musicale di Bristol ha coprodotto Too Bright: Adrian Utley dei Portishead. Per il disco Utley ha messo a disposizione la sua collezione di sintetizzatori. “Hai sempre un po’ paura quando ti ritrovi a lavorare con qualcuno che ammiri a questi livelli. Voglio dire, i Portishead sono stati la colonna sonora di un bel pezzo della mia vita! Quindi anche solo l’idea di dover incontrare e lavorare con una persona coinvolta in quel gruppo… ti chiedi: sarò all’altezza? Riuscirò a stabilire una connessione in veste di collaboratore? Gli scambi via e-mail mi hanno aiutato a tranquillizzarmi; ad ogni modo le mie stesse canzoni offrivano dei punti d’incontro. Sapevo che era la persona giusta ed ha funzionato molto bene!”. La produzione di Utley ha contribuito di certo all’aura cinematica di alcuni brani di Too Bright. Se nel primo disco di Perfume Genius si ha spesso la sensazione di osservare un cantautore, in tutta la sua umanità, dal buco della serratura, in Too Bright Hadreas spesso gioca a trasformarsi in una creatura aliena, al limite dell’incorporeo. Nell’inquietante I’m A Mother, nata come una fantasia di maternità al maschile, la sua voce sprofonda di tono, facendosi più che androgina, semplicemente indecifrabile. Se nelle prime strofe riuscirete a distinguere qualche parola, man mano che il brano avanza perderete ogni punto di riferimento, facendovi trasportare verso il probabile culmine della sua allucinazione. Mike si trova piuttosto d’accordo con questa interpretazione. “I’m A Mother è una delle poche canzoni che è rimasta più vicina ai miei demo originali, che ho fatto da solo a casa, l’abbiamo solo ‘sistemata’ un po’, per così dire. È anche una delle più improvvisate… si regge tutta su un paio di versi. Sapevo che erano sufficienti a far parlare il brano di quello che avevo in mente. Verso la fine quello che senti sono sostanzialmente parole senza senso, più dei suoni che un testo vero e proprio. Mi sono sempre piaciuti i brani cinematici. Nelle colonne sonore ti senti… ‘trasportare’, come dicevi tu di I’m A Mother. Quel giorno ero in un mood abbastanza… denso. Molti dei momenti improvvisati e ‘assurdi’ vengono dai miei demo casalinghi, come quei cori di donne che senti in Grid… vengono sempre dai miei demo, sono io a cantarli, lo stesso per le parti urlate. Se poi mi si chiede di spiegare le mie intenzioni dietro alle parti più pazze non saprei dire: mi sentivo molto astuto mentre le scrivevo, ma adesso non riesco a razionalizzare! Ci sono momenti davvero frenetici, drammatici su questo disco, a questo giro ho deciso di osare, senza pensarci troppo”.

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Quando parliamo di performance e della sua presenza scenica dal vivo, Mike torna ad affrontare le “preoccupazioni” per certi modelli dominanti. Vedere un concerto dal vivo di Perfume Genius nel contesto di un festival, ad esempio, per molti può avere un effetto straniante. Quando l’intensità è veicolata da performance quiete, attenuate, è incredibile come ancora oggi si pensi spesso all’artista in questione come debole. Con Too Bright Perfume Genius andrà forse ancora più contro questi stereotipi, alternando le sue performance usuali al piano con esecuzioni più imprevedibili e teatrali. “Questo tipo di luoghi comuni esce fuori soprattutto dalle persone che associano l’essere ‘tosti’, ‘veri’ solo con atteggiamenti e modi di esprimersi maschili stereotipati. Gli ‘uomini veri’, forti, non sono mai introspettivi, capisci? Non ti devi guardare troppo dentro, per cui se ti analizzi troppo o esprimi quello che hai dentro vieni dipinto automaticamente come debole e vulnerabile. A mio parere non è affatto così, se non addirittura il contrario. Spesso si è più tosti nel guardarsi dentro che nel dimostrarsi tosti al di fuori. Per me queste percezioni sono state problematiche tutta la vita, specialmente crescendo, non solo nella mia carriera di cantautore o nella mia musica… ogni volta che la mia femminilità è stata percepita per debolezza. Non c’è nulla di male nella debolezza. Sono faccende complicate e… odiose a volte. Con questo disco ho preso una strada diversa in termini di espressione. Nei primi due album parlavo di cose oscure, spesso scomode, ma la musica ad accompagnarle era quasi sempre tranquilla. Mi piaceva molto questa associazione. Con questo disco volevo essere più diretto e per certi versi letterale. Quando il tema è oscuro, la musica cerca di riflettere un mood oscuro; quando il contesto richiede di esprimersi in modo chiaro e rumoroso, la musica lo rispecchia. C’è anche più un cantare ‘alle’ persone, più che ‘di’ alcune persone, il che si sposa bene con uno stile più implacabile”.

L’approccio di Hadreas continua ad essere “implacabile” anche nella scelta dei temi. Dopo i consensi ricevuti da Put Your Back N 2 It, la prospettiva di avvicinarsi al mainstream scrivendo canzoni più universali, come si diceva, è stata brevemente tra le sue opzioni. Persino il suo compagno di tour e di vita, il tastierista Alan Wyffels, aveva inizialmente suggerito a Mike di provare a mettere da parte le sue riflessioni su diversità e accettazione. Nonostante la musica sia la sua priorità assoluta, Mike ha deciso di continuare a problematizzare certi ideali di mascolinità e dare visibilità alla comunità LGBTQ. In alcuni momenti, ma soprattutto nel singolo Queen (corredato da uno strabiliante video firmato dal kindred spirit Cody Critcheloe, aka SSION) Hadreas affronta il cosiddetto gay panic, prendendone di mira gli assurdi presupposti con un misto di rabbia e ironico sprezzo per la “paura della diversità”: “No family is safe when I sashay“, canta.

Queste tematiche suonano, tristemente, tutt’altro che anacronistiche e Mike ha deciso di continuare ad affrontarle nella sua musica. “Non ho letto interviste o articoli, ma ho visto dei tweet in cui si diceva che Sam Smith ha dichiarato di non voler essere un portavoce della comunità gay. Capisco cosa intende. Non credo ci sia un modo giusto o sbagliato di farlo, ma al contempo credo sia un po’ più coraggioso accettare una certa dose di reponsabilità, anche piccola. Nel mio caso, non è che abbia tutti quei milioni di ascoltatori, ma penso alle persone che mi ascoltano e cerco di scrivere brani che possano essere percepiti, in qualche modo, come costruttivi e liberatori, ad esempio nel caso di persone che vivono in paesi piccoli e devono ancora nascondersi nella vita quotidiana. Non solo gay. Dopo il secondo album ho ricevuto un sacco di lettere da persone che, in un modo o nell’altro, si sentivano costrette a nascondere un loro lato ‘outsidery’ o che avevano semplicemente paura di mostrarsi così com’erano. Penso spesso a queste cose quando scrivo. Non ho la minima intenzione di lasciar perdere o attenuare la mia musica per renderla potenzialmente più accessibile… non lo so… è difficile spiegare… io credo che la mia musica sia già accessibile, a dire il vero. Questo è un ‘rischio’ che si corre quando si parla esplicitamente o con una certa sicurezza della propria sessualità: certe persone leggono ‘gay’, giudicano il lato appariscente del progetto e decidono che non ascoltaranno a prescindere. È una cosa che mi irrita molto, ma quegli elementi sono importanti per me e per le persone di cui e per cui spesso parlo nella mia musica. Al contempo sono un musicista e la musica per me non scende mai in secondo piano. Un po’ come quando delle musiciste donne si sottolinea solo… il loro essere donne. A prescindere dagli aspetti performativi la musica non dovrebbe mai essere messa in secondo piano”.

ole-1028_perfune_genius_-_too_brightA proprosito di performatività, nella copertina di Too Bright, uno scatto di Luke Gilford, Hadreas sembra anticipare molti dei temi presenti nelle canzoni. Si presenta laccato, con un look statico e impeccabile che ha un che di fantascientifico. Al contempo è il suo sguardo sprezzante e provocatorio a colpire: si ha quasi l’impressione che sia pronto a sbottare da un momento all’altro. “Volevo un’immagine d’impatto, volevo che proiettasse forza, ma non in un modo stereotipicamente maschile. Ho avuto l’idea, non so se traspare, di sembrare una donna in drag, di avvicinarmi all’idea di un uomo vestito da… ‘donna travestita da uomo’. La combinazione di tutto quel beige e quel top che indosso sicuramente passerà per soft. Secondo me invece ha un che di ‘cazzuto’ e losco al contempo”. Un po’ il contrario di quella t-shirt ufficiale, da qualche mese reperibile tramite il suo sito, su cui Hadreas ha trasformato Eminem in una sorta di dama glamour: https://twitter.com/perfumegenius/status/457325587124596736/photo/1. “Non ho ancora avuto nessuna reazione negativa! L’ho fatto per puro divertimento, una specie di risposta divertita alle sue battute misogine od omofobe. So che un sacco di gente lo difende a riguardo, dicendo che in fondo sono solo scherzi e battute, ma sai, ci sono scherzi ben più divertenti della misoginia e dell’omofobia. Puoi trovare qualcosa di meglio da fare”.

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