Pistoia Blues 2014

Pistoia, Piazza Duomo – 10-17/07/2014

Per la 35esima edizione della manifestazione toscana, si parte con Lanegan e si conclude con gli Arctic Monkeys. Buono il bilancio, in qualità e in affluenza di pubblico, mentre il blues strettamente inteso resta sempre più ai margini. Con ogni probabilità, inevitabilmente.
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La prima serata si apre con l’esclusiva italiana di Mark Lanegan in chiave minimal, non a caso all’interno del Teatro Manzoni. Il cantautore di Seattle, accompagnato soltanto da Jeff Fielder alla chitarra elettrica, francamente un po’ di maniera, assicura al solito brividi con la sua voce roca e profonda, uscita, lei sì, dagli abissi del vero blues. Il set, di poco più di un’ora di durata, scorre via in scioltezza, senza parole: si va da inediti tratti dal prossimo album Phantom Radio, in uscita a Ottobre, a traditional, da canzoni degli Screaming Trees a pezzi dei Soulsavers, da estratti dal proprio repertorio (l’emozionante Don’t Forget Me e il più acceso The Gravedigger’s Song, i più applauditi) a cover (Bertolt Brecht, Nancy Sinatra, Ella Fitzgerald). Forse non in piena forma come in altre occasioni, ma sempre magnetico, sempre un peso massimo. Di uscita dal concerto, si fa purtroppo in tempo a cogliere le aberranti basi elettroniche per vocalizzi da scioglimento di corpo dei Negramaro, incaricati di calpestare per primi l’incolpevole suolo della bella Piazza Duomo.

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Il cartellone prosegue con Robert Plant in compagnia dei Sensational Space Shifters, Bandabardò in abbinamento con Lee Scratch Perry e Zion Train, Morcheeba, Jack Johnson supportato non si sa per quale associazione da Bombino, The Lumineers. Si arriva quindi all’appuntamento tutto al femminile del 16 Luglio, inaugurato da una Joan As Police Woman via di mezzo tra femme fatale e Wonder Woman, in tenuta rosso fuoco con violino color oro in tinta con stivali, cinturone e reggiseno. All’aggressività del look non corrisponde la presa di un set sotto le proprie potenzialità, forse perché Miss Wasser rende meglio in ambienti più raccolti, forse perché l’accompagnamento di una band dall’estetica quasi grunge non pare ben sposarsi con un pop-rock jazzato sempre più soul – in linea con l’ultima fatica di studio, The Classic –  e sempre più rallentato (persino il riarrangiamento di Christobel provoca qualche sbadiglio). I bassi delle tastiere assicurano un po’ di groove, ma non è abbastanza e il climax dei brani non raggiunge il desiderato effetto trascendente. Sorprende in positivo, invece, l’headliner Suzanne Vega: look total black, classe da vendere, impeccabile tenuta canora. Accompagnata nel migliore dei modi soltanto da Gerry Leonard alle sei corde e Doug Yowell alla batteria, la folkstar californiana convince sia quando esegue tracce dal recentissimo Tales From The Realm Of The Queen Of Pentacles (I Never Wear White, in virtù delle alte temperature, fa persino sorridere), sia quando pesca dal suo repertorio storico (con chiusura ovviamente affidata alle hit di una vita, Luka e Tom’s Diner).

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Il gran finale è affidato a un’accoppiata agli antipodi, in sound e immaginario, come The Kills e Arctic Monkeys. Molto bravi i primi, che domano e infiammano il pubblico facendosi bastare poche armi a disposizione: la voce di Alison Mosshart con chioma ossigenata al vento, la chitarra incisiva del capitano Jamie Hince – che si mormora abbia appena litigato con Kate Moss: ah, il gossip… – e un paio di ragazzi posizionati ai tamburi. Il loro punk-rock, che a volte torna ad abbeverarsi proprio alla fonte del blues, punta tutto sull’alternanza ai microfoni, sugli spasmi elettrici, sulle irresistibili ritmiche tribali: No Wow trova posto in scaletta e qualche “wow” affiora sulle nostre labbra. Si cambia passo con i secondi, guidati da Alex Turner con immancabile ciuffo impomatato, che suonano svogliati, spompati, ovattati. Che siano tratte dall’energico esordio Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not o dal più raffinato AM dello scorso anno, le cartucce indie rock non tirano e scorrono via indistinte, una dietro l’altra. Il momento della ballata arriva con I Wanna Be Yours e va per paradosso leggermente meglio, ma da qua a farci suoi, per la band inglese, purtroppo ce ne corre. Peccato, ma nel complesso va bene lo stesso. Alla prossima edizione.

Foto di Gabriele Acerboni

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