PJ Harvey

OBIHall, Firenze – 24 ottobre 2016

Seconda delle due date italiane per la songwriter inglese, in strepitoso stato di grazia.
PJ HARVEY
Per chi l'ha vista a Firenze e anche per chi non c'era

L’OBIHall è pieno zeppo, come lo era stato ventiquattro ore prima l’Alcatraz di Milano. Ormai, persino in Italia, finalmente, PJ Harvey richiama il pubblico delle grandi occasioni. È una grande occasione, una delle più importanti dell’anno concertistico ancora in corso. L’attesa viene squarciata dal rullo di tamburi e dai fiati che, dapprima in lontananza, si fanno via via più vicini, preannunciando l’ingresso bandistico dei musicisti: ben nove sul palcoscenico, ad accompagnare la protagonista assoluta, che mai in carriera si era avvalsa di una formazione così numerosa. A giovarne è senz’altro la squisita fattura di arrangiamenti che attingono al rock, ma anche al folk e a tratti al jazz, basandosi su corde, tastiere, pelli, legni e ottoni. Ci sono i fedelissimi: John Parish, Mick Harvey, Jean-Marc Butty. Ci sono le new entries, ad apportare notevoli sfumare: James Johnston, Kendrick Rowe, Terry Edwards, Alain Johannes. E poi, per il nostro orgoglio, ci sono le new entries italiane: Enrico Gabrielli, accolto con un’ovazione in grado di far scoppiare a ridere Polly Jean, e Alessandro “Asso” Stefana.

Quella che presenta il tour a supporto di The Hope Six Demolition Project, l’album uscito nel 2016, è una PJ Harvey diversa dalle PJ Harvey che l’hanno preceduta: lei, camaleontica diva elettrica che non ha però mai sacrificato la personalità all’altare del trasformismo, è probabilmente in controllo come mai prima d’ora. È, semplicemente, perfetta. Incarna la perfezione applicata alla forma-canzone, persino quando affiora qualche piccola sbavatura di esecuzione. Ma una perfezione terribilmente violenta a livello emotivo, mai di maniera, mai distaccata. La sua voce sa farsi matura e fanciullesca, acutissima e grave. Le sue movenze sono da guardare nella cornice di una vera e propria rappresentazione teatrale: i movimenti di braccia e mani, tese verso l’alto, slegate in danze tra sabba e folkore, pronte a impugnare il sax. Già, perché Polly Jean non imbraccia la chitarra elettrica, strumento che ha sempre suonato peraltro con stile tutto peculiare: dopo aver rispettivamente approcciato pianoforte e autoharp per White Chalk e Let England Shake, stavolta la donna del Dorset si cimenta con il sassofono, formando a volte un cerchio assieme ai suoi sodali, facendo un passo indietro, lasciando loro occasionalmente la scena.

E gli occhi, gli occhi di PJ Harvey brillano, che siano persi in contemplazioni estatiche, che si accendano nei momenti più intensi, che tradiscano una certa soddisfazione alla fine di ciascun pezzo. Brillano. Brilla dalla testa ai piedi, stasera, Polly Jean, anche se è completamente vestita di nero, il capo adornato da piume che la fanno sembrare un Ermes in versione femminile, una messaggera divina. Officia il suo rito con una carica comunicativa che non aveva mai espresso con altrettanta forza: è magari meno conturbante di un tempo, ma capace di toccare tasti profondissimi.

La scaletta è ovviamente incentrata su The Hope Six Demolition Project e sull’antecedente Let England Shake, due opere – seppur differenti – da leggersi come un corpo unico, appartenente alla medesima fase “sociopolitica”, una fase di apertura verso l’esterno, verso il mondo. I “traditional contemporanei” sfilano uno dietro l’altro, col pubblico spesso a tenere festosamente il ritmo, a partecipare ai cori: Chain Of Keys, The Ministry Of Defence, The Community Of Hope, The Orange Monkey, A Line In The Sand, The Wheel, The Ministry Of Social Affairs con la sua imperiosa coda strumentale, la conclusiva River Anacostia… così come, appunto, The Words That Maketh Murder o The Glorius Land. Fra diciotto tracce complessive, non manca qualche gradito recupero, rielaborato per l’occasione: To Talk To You e The Devil, dallo spettrale White Chalk, e persino le più datate 50ft Queenie (il momento punk-blues all’avanguardia, sotto a luci bluastre), Down By The Water e una To Bring You My Love clamorosa. È lì, in quell’istante, che si ha nuovamente un sussulto di consapevolezza: ci troviamo di fronte a una delle più rilevanti musiciste della nostra epoca.

I bis, infine, diversi di sera in sera e particolarmente fortunati in questa data fiorentina, riallacciandosi difatti al passato con esiti magnetici: uno e due, Working For The Man e Is This Desire? – come a dire, prima indemoniata, poi angelica, Polly Jean. E non si sa dire, guardando le facce delle persone all’uscita, guardandosi allo specchio, se PJ ci abbia posseduti o pacificati. Di sicuro, ha messo la firma con immensa classe su uno degli spettacoli più belli ai quali molti di noi potranno mai assistere, in vita e in sogno.

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