PJ Harvey

Recording In Progress

Non ho sputato un groviglio di bestemmie giusto perché non sono un fan. O almeno, non quel tipo di fan.
PJ Harvey
Recording in progress

Sapete, ho un debole per PJ Harvey. Quando ho saputo che le registrazioni del prossimo disco sarebbero avvenute come una sorta di esibizione – le cosiddette Recording In Progress, attualmente in corso alla Somerset House di Londra – dentro di me tutto l’apparato dell’eccitazione ha iniziato a friggere come un moscone nella lampada insetticida. Pensateci: starsene seduti mentre a pochi metri dal nostro naso la Harvey assieme ai fidati Flood e John Parish si scambiano intuizioni, discutono e – per dio – suonano. Ah, Polly Jean. Mai banale. Sempre capace di spiazzarti con uno spasmo inatteso, d’indossare e togliere maschere come se in ciò risiedesse il suo autentico codice espressivo.

Sono persino riuscito a rimanere deluso quando in calce alla news si sottolineava che i biglietti erano già implacabilmente sold out. Figuratevi, da qualche parte dentro di me – sotto strati di pantofolaio impenitente – un algoritmo silente stava già mettendo in conto giorni di ferie, biglietto aereo, bed and breakfast, magari un giro in quei negozietti di vinile usato che… Ragazzi, potevo sentirlo cigolare (l’algoritmo). E invece no: sold out. Non ho sputato un groviglio di bestemmie giusto perché non sono un fan. O almeno, non quel tipo di
fan. Non sono uno che rinuncia a guardare le cose da più angolazioni solo perché una certa cantautrice rock del Dorset se ne va in giro da più di venti anni a sfornare musica formidabile senza quasi mai sbagliare un colpo. Che poi, questa storia della registrazione/ esibizione aperta al pubblico, come una sorta di performance artistica allestita in una galleria, che starebbe a significare? Potrebbe anche trattarsi di un escamotage per aggiungere additivo ad un’ispirazione in fase di stanca. Del resto, già Let England Shake – pur indubbiamente riuscito – sembrò arrivare dopo che White Chalk aveva chiuso tutti i cerchi del percorso artistico ed esistenziale, trovando nuova ed inaspettata linfa come pseudo-concept pacifista (eventualità imprevedibile ai tempi di un Rid Of Me, per dire). Oppure – peggio – verrebbe da sospettare che anche Polly Jean, la mia adorata PJ, stia capitolando ai diktat del guerrilla marketing: o fai sbocciare il prodotto da uno schema promozionale insolito – meglio ancora se del tutto originale e persino provocatorio – oppure non riesci a distinguerti dal resto, a prescindere dal nome e dalla qualità della proposta.

Sono tempi insomma che la manutenzione del medium è il messaggio, lo abbiamo capito
fin troppo bene. Eppure non possiamo esimerci dall’esclamare: tu quoque, Polly Jean? Focalizzando sull’iniziativa, ok, probabilmente si rivelerà azzeccata. Lo è fin dalle premesse, perché esaudisce uno dei desideri atavici dell’appassionato rock (e del fan in particolare): assistere al concepimento della creatura. Ma non vi nascondo le mie perplessità. Difatti, mentre nello schema classico si trattava di un desiderio che acquistava forza – a livelli persino maniacali – man mano che si ispessivano i legami col disco, spingendo l’appassionato a documentarsi su tutto ciò che aveva condotto l’artista sul sentiero di quelle canzoni, la Harvey chiede al suo pubblico un credito preventivo fondato sul suo essere star. Una specie di crowdfunding emotivo, se me lo consentite. Come nel crowdfunding, mi sembra che la musica sia sempre meno centrale, sempre più pretesto per giustificare un evento che si profila come rituale social, quest’ultimo pane e companatico per i fan che (maledetti) nel giro di poche ore polverizzano tutti i ticket disponibili. E se poi le canzoni non si rivelassero gran che? Al fan non farebbe certo piacere, ma pazienza: si tratterebbe comunque di canzoni di Polly Jean, anzi di Polly Jean che fa canzoni. Il cerchio si chiuderebbe lo stesso, però ne rimarrebbero fuori troppe cose, proprio quelle che mi interessano di più. Insomma, sono qui che trepido per il nuovo album della Harvey, sperando che sia grande. Davvero. Ma sono moderatamente pessimista. No, non sono quel tipo di fan.

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