Post-CSI

Accelerazioni

Vogliamo forse rimproverare ai Post-CSI di essere i post CSI?
Post-CSI
Accelerazioni

Non so se di norma questa pagina sia frequentata da qualche trendsetting. A dire il vero, fino a qualche giorno fa neanche sapevo che esistessero, i trendsetting. In ogni caso, conosco un modo infallibile per farli scappare come lucertole. Basta scrivere una parola chiave tipo: “Post-CSI”. L’atmosfera per loro diventa subito angusta, tetra, inospitale. Già. Poche cose suonano vecchie come una vecchia band che tenta di stare a galla riproponendo se stessa, con l’aggravio di non limitarsi a blandire i vecchi fan ma di rivolgersi ad un pubblico potenzialmente nuovo.
Ho avuto occasione di vederli alla presentazione di Breviario Partigiano. Sono ancora pienamente loro – tolto ovviamente Ferretti – con una tale convinzione da non lasciare margini alla critica. In concerto suonano così anni novanta che fanno paura. Una paura che ti prende allo stomaco e ti stringe il cuore, soprattutto se hai circa quarant’anni e hai vissuto i tuoi circa venti tra i tremori di Ko de mondo e i tumulti di Tabula rasa elettrificata. Però è chiaro che la loro musica non riesce più ad intercettare la sintonia col presente. Stavo per aggiungere: “ovviamente”. Ma perché?
È solo questione di come suonano? Certo, negli ultimi tempi le chitarre non stanno più in posizione centrale – cuore, linfa, nervi – della musica cosiddetta pop. Viviamo pur sempre tuttavia in giorni di revival permanenti, sovrapposti e simultanei. Un inedito di Cobain – chitarra e voce – fa ancora parecchio rumore. I redivivi Sonics – chitarre e sax starnazzanti as usual – possono permettersi di sembrare i nipoti adrenalinici degli Strokes. Certo, la musica spinge in direzioni sintetiche, anzi forse meglio dire cibernetiche. Tuttavia, assieme a computer e tastiere il vortice retromaniaco insiste a proporci chitarre, archi e tamburi tra gli ingredienti di una misticanza sonora costantemente in ebollizione. Temo insomma che il motivo per cui certa musica sembri tanto vecchia non sia da imputare al suono. Anni di repertori storici sempre più disponibili (dalle ristampe in cd al diluvio dello streaming) ci hanno abituati a considerare lo scibile musicale come un catalogo di segni sonori dai contenuti perlopiù inattuali, sistematicamente disinnescati dal tempo. Di conseguenza, non siamo più abituati a cercare nelle canzoni l’impronta forte e viva di ciò che le ha ispirate, le ascoltiamo come se fossero fenomeni sonori che non hanno bisogno della stampella contenutistica per essere affascinanti, carichi di implicazioni, ramificazioni e conseguenze.
È un cambiamento radicale: non ci aspettiamo più che il pop-rock sia un riflesso del (o riflessione sul) presente. E se tenta di farlo, ci sembra fuori posto, pretenzioso, retorico, vecchio. Forse, semplicemente, abbiamo accelerato lasciandoci alle spalle la possibilità del pop-rock come testimone critico. È tempo di altri testimoni, più rapidi, fluidi, condivisibili. Accelerati. Non è questione di rimpiangere il perduto “impegno”, ma di prendere atto che non sarà una canzone a raccontarci una nuova Ohio, una London Is Burning né certe Cupe vampe.
Basta saperlo. Possiamo starci, no? Del resto, era stato lucidamente previsto: il megafono alla fine si è inceppato.

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