Primavera Sound 2014 (pt. 1)

Barcellona, 28-31 Maggio

“Bene o male, l'importante è che se ne parli”. Dove? Ovviamente su Facebook. Nell'ultima settimana di maggio (e pure un po' nei giorni a seguire), il Primavera Sound dilaga a mo' di perversione nel social network più amato dagli italiani: ci sono le foto e i commenti di chi c'è – e va bene; e poi ci sono le allusioni di chi al festival non è andato, ma ironizza sulla valanga di presenti o rimarca la propria scelta di essere altrove (amici, mi dispiace, ma anche voi siete totalmente inghiottiti dalla macchina).
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Per chiunque conosca “la materia”, tutto ciò sembrerà una considerazione banale; un po’ meno scontato è il fatto che queste dinamiche, questo monopolio trasversale della settimana nonsoloindie a Barca, persista ormai da anni, almeno un lustro, e non tenda a scemare – almeno qui in Italia. E non c’è bisogno dei numeri esatti del comunicato di fine edizione: che il pubblico sia ulteriormente aumentato ce ne accorgiamo da subito, il giovedì. Quando il fiume di persone che scorre tra un palco e l’altro sembra quello di un sabato degli anni precedenti.

Mercoledì 28

Ma facciamo un passo indietro. Il nostro festival comincia fin dal mercoledì: l’idea dei Brian Jonestown Massacre all’Apolo per l’apertura è troppo ghiotta per resistervi. Mentre dal Parc del Forum (l’area centrale, in cui si svilupperà la programmazione nei giorni a seguire) arrivano notizie di una quasi-tempesta abbattutasi sui live pomeridiani, ci riscaldiamo al Barts (Barcelona Arts On Stage) con The Ex. E a questo punto un’altra considerazione a margine: che l’Italia non sia esattamente la patria della musica dal vivo – almeno dal punto di vista delle infrastrutture e della benevolenza delle istituzioni verso manifestazioni medio/piccole – lo sappiamo tutti; ma la vista di due locali come il Barts e l’Apolo uno di fronte all’altro, sulla stessa via, è a dir poco frustrante. Il primo: un incrocio fra un teatro e un club moderno, platea e due giri di gallerie con vista e acustica impeccabile da ogni parte; il secondo: solitamente citato per le devastanti feste di chiusura della settimana a Barcellona, ha un appeal vintage così rock’n’roll da renderlo pressoché identificabile con il concetto di sfascio associabile al Primavera – e chiaramente si sente benissimo. Il parallelo ad alti livelli è applicabile anche ai concerti ospitati. Gli Ex attaccano con quella mina post-punk che è Double Order e per un’ora non prenderanno mai fiato. Squarciano l’aria e la sala satura del Barts con i riff affilati e la percussività ossessiva, corrosiva eppure giocosa che li rende ancora oggi dei miracolosi superstiti del ’79. Tesi, essenziali, d’altra parte massicci. Sono in giro da trentacinque anni e sembrano dei ragazzini.

Come le pareti nere e il taglio minimale del Barts sono perfette per gli Ex, così l’Apolo è la giusta venue rétro per la psichedelia Sixties baciata dal sole californiano ma con le radici in terra anglosassone dei BJM. In perfetta osservanza della tradizione, il locale scoppia e fuori c’è ancora una significativa fila di persone che vorrebbero entrare. L’unico neo dell’esibizione è la durata: un’ora non basta, né a fotografare tutto quello che possono essere i BJM, né ad appagare i nostri sensi desiderosi di r’n’r (galeotto fu il live del 2012 al Bolognetti). Dopo una prima parte con brani nuovi – e annesso cazziatone di Anton Newcombe al batterista che sbaglia l’attacco di What You Isn’t – e un paio di ballate, parte il festone coi classici. I BJM sul palco sono come immaginiamo fossero gli Stones degli anni d’oro: irresistibili, goliardici, acidi, sensuali, in piena sintonia fra di loro eppure ognuno preso dal suo sviaggio. Perfetti. Menzione d’onore per il solito Joel Gion che stasera sfoggia espressioni paciose, seppur dietro i suoi occhiali neri, di chi è decisamente altrove. E menzione anche alle sue numerose foto sparpagliate sui social con l’amica-di-tamburello Rachel Goswell.

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Brian Jonestown Massacre – foto di Adela Loconte

Giovedì 29

Prima di entrare al Forum, un paio di premesse. Programma alla mano, la quattordicesima edizione del Primavera Sound mette nero su bianco la volontà di avere headliner tutt’altro che indie (tipo i Postal Service o i My Bloody Valentine dell’anno scorso), con formazioni trasversalmente di peso (leggi: quasi mainstream) come Queens Of the Stone Age, Nine Inch Nails, Arcade Fire, Pixies e The National. Che in questo report non saranno presenti, perché il Primavera è fatto di scelte. Nomi che nei giorni si alternano sui due palchi più importanti, posizionati uno di fronte all’altro e con “messa in scena” alternata in un’area distanziata dal polo centrale – scelta logisticamente assai arguta, che in un certo senso divide il festival in due: una parte più popular e una più alternative, con i palchi ATP, Pitchfork, Vice e Rayban a fare da contraltare a Sony ed Heineken. Le file interminabili e il groviglio di corpi sparsi ovunque che caratterizzarono qualche edizione fa sono solo un (brutto) ricordo. La macchina è perfettamente oliata, precisissima. “Forse anche troppo”, pensiamo, quando gli Slowdive devono rinunciare ad Alison per questioni di ferree tempistiche.

Si ingrana con calma, con i Real Estate che perdono un po’ di presa nell’upgrade dal Pitchfork (nel 2012) al mastodontico Heineken di quest’anno. Sembra un palco troppo grande per i loro suoni jangle sull’asse Smiths-New Jersey e per la voce tenue e rilassata di Martin Courney, perfettamente in sintonia con la luce non molto calda di metà pomeriggio. Sintetizzano loro l’impressione che abbiamo noi, con la frase: “Non c’è mai capitato di suonare davanti a così tanta gente”. All’opposto il live al Pitchfork dei Pond, costola dei Tame Impala guidata dal loro ex bassista Nick Allbrook. Tanti riffoni, tanta potenza, tanti anni 70 e copiosi (pro)fumi di cannabinoidi dalla platea. Magrissimo e stralunato, Allbrook conduce la band in un’altalena di esplosioni e jam hard-psych, che allineano perfettamente i Pond allo spirito retromaniaco di tutto il festival. E per l’appunto. All’Auditori (non affollatissimo, invero) c’è la Sun Ra Arkestra, o quantomeno ciò che ne rimane tra la variegata e variabile formazione originale voluta dal Maestro e le nuove entrate più o meno recenti. L’ingresso, coi vestiti colorati e luminescenti, è di quelli che appagano la vista. Dopo un inizio più classicamente jazz, parte il trip cosmico. Coi suoi sax, flauti, synth, percussioni, trombe, tromboni e quant’altro, l’ensemble ricorda Sun Ra con Angels & Demons e trascina in una festa che scaraventa dal prevedibile all’imprevedibile. Musicisti che si trasformano in ballerini, e poi tutta l’Arkestra che si muove dal palco verso la platea, salendo in mezzo al pubblico impazzito che salta su dalle poltrone per ballare, partecipare all’euforia collettiva e culminare in una standing ovation. Uno spettacolo. Nel bene, più che nel male, come quelli di una volta.

È tempo di scattare all’ATP per il live della serata. E certamente, anche uno dei migliori di tutto il week end. Del ritorno dei Neutral Milk Hotel (reunion #1) si è parlato molto, non tanto e non solo in termini strettamente musicali quanto “fenomenologici”. Se (quasi) all’improvviso una band sconosciuta ai più – con due album all’attivo entrambi usciti nei ’90 e seguiti da uno scioglimento – è diventata di culto per nerd, hipster e appassionati, in Italia e all’estero, grazie al web o a qualche sito in particolare, davanti a un live così vivo, energico, tutt’altro che nostalgico, ogni elucubrazione su cosa sia sano o insano in musica perde di senso. Jeff Mangum aveva già fatto commuovere un paio di anni fa, proprio qui al Primavera Sound, solo con la sua chitarra e la sua voce piena zeppa di emozioni. Stavolta è una festa, un concerto che non ha nulla di folk ma è quasi rock’n’roll, sghembo, allegro, pieno di ritmo e mai fiacco. Julian Koster alla fisarmonica è una trottola impazzita, il barbuto Scott Spillane è il fido uomo alle trombe e al flicorno, Mangum non concede una parola ma dà tanto di tutto il resto. La scaletta sembra fatta solo di classici. Tum tum tum, uno dietro l’altro. Un paradosso, lo sappiamo. Eppure i brani dei NMH oggi suonano così alle nostre orecchie. Il collettivo Elephant 6 si prende una piccola rivincita, probabilmente inattesa, certamente meritata. Ci piace pensare che in un contesto “indipendente” dove ormai vale tutto, una famiglia come questa o come quella dell’ATP abbiano ancora qualcosa da dire e da dare a tutti noi, continuando a unire con un filo rosso – seppur talvolta fragilmente sottile – alcune realtà unite da un approccio comune, che spesso guarda al passato ma che, talvolta, sa dimostrare di non essere pericolosamente vincolato a esso.

La macchina del tempo stasera va solo indietro. Fino al 1978. Al Vice ci sono i Chrome (reunion #2), o meglio, Helios Creed e la band che oggi lo accompagna sotto questo nome. Una creatura deforme che ha passato varie fasi: gli anni seminali, a San Francisco fino al 1983, con Creed e Damon Edge; poi il periodo da “solista” di quest’ultimo in Europa, sempre sotto il nome di Chrome, fino alla sua morte nel 1995; il passaggio di testimone nuovamente a Creed fino al 2002, una lunga pausa, e infine il ritorno lo scorso anno, con la pubblicazione del sostanzioso Half Machine from the Sun – The Lost Tracks from ’79-’80, l’attuale tour europeo e un nuovo album, Feel It Like A Scientist, in uscita proprio in questi giorni. Difficile dare un responso oggettivo quando, dopo le scorie aliene radioattive di Fukishima (Nagasaki) e i fumi apocalittici di Armageddon arriva la doppietta seminale T.V. as Eyes/Zombie Warfare – quel ponte metallurgico, schizoide e scoppiato che ha unito gli Stooges col post-punk: il trucco è guardare solo Creed e non il resto della formazione, troppo composta, troppo rock, troppo “pulitina” che lo accompagna. Il pubblico è poco, sono tutti ai QOTSA, ma si esalta, noncurante del rischio del “fuori tempo massimo”, osteggiato da una dimensione festivaliera dove sopra e sotto palco si dà il massimo affinché l’occasione di questo appuntamento con la storia non vada sciupata. La (nostra) serata si chiude, non tardissimo va detto, con le note soulful di Charles Bradley: un uomo che sul palco restituisce con generosità quello che non si aspettava di ricevere dalla vita, ballando, spalancando le braccia, ringraziando ripetutamente il pubblico, riempiendo la sua grande voce di sentimento, portando avanti lo show come un sapiente entertainer desideroso di far divertire tutti gli invitati della festa. Un uomo d’altri tempi, ma con l’entusiasmo di un ragazzino all’inizio della propria carriera.

parte 1 – parte 2

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