Primavera Sound 2014 (pt. 2)

Barcellona, 28-31 Maggio

I concerti del venerdì e del sabato. Scelti, visti e applauditi al Primavera Sound 2014
primavera-sound-lineup-schedule

Venerdì 30

È con un arcobaleno che, al venerdì, ci accoglie il Forum. Dopo l’ennesimo acquazzone, almeno il set dei Loop (reunion #3) è salvo. La giornata concertistica non potrebbe iniziare meglio. Nel momento in cui scriviamo, la formazione guidata da Robert Hampson è nuovamente (e un po’ inaspettatamente) in stand by per via di un cambio di line up, e ancora più fortunato sembra quindi essere questo live che, rispetto alle date di fine 2013, vede il quartetto londinese sempre più compatto, affiatato, naturalmente aggressivo, con la classe che caratterizza Hampson dalla camicia a pois a quel suo modo composto di cacciare feedback e riverberi intergalattici dalla chitarra, come quando, in chiusura di live, esce senza dire una parola, lasciando che sia lo strumento a continuare a esprimersi al posto suo. La platea è (quasi) tutto un muovere teste verso il basso – la cadenza mastodontica dei Godflesh si insinua quanto è il tempo di Collision – dimenandosi attraverso le code spesse e stratificate di rumore ossessivo che arriva dal palco: Neil Mackay sempre di spalle, John Wills che spesso sorride, Hampson concentratissimo, James Endeacott piegato sulla sei corde come fosse il ’91. Straight to Your Heart è il volto acido e Burning World quello narcotico di una droga perfetta. Potente, almeno dal vivo, forse più di venti anni fa. Mentre nell’area “mainstream” le Haim si esibiscono in un live-farsa ai limiti del ridicolo (ce lo riferiscono fonti affidabili, e noi non stentiamo a crederci), nella linea retta che collega il palco ATP al Sony, i Loop agli Slowdive, c’è un inevitabile passaggio al Rayban. Ancora una vecchia gloria, che in questo caso fa di nome Dr. John e merita tutto il nostro rispetto. Blues bianco e molto elettrico che ci fa muovere il culo per una mezz’ora buona, i pezzoni di Locked Down (immancabile Revolution) si alternano a classici come I Walk On Guilded Splinters e Right Place Wrong Time, avvalendosi del contributo dei Nite Trippers che lo accompagnano e di una trombonista pazzesca che più di una volta ruba la scena al sapiente bluesman, piazzato al piano nel centro del palco. Un concerto forse sprecato per la platea dispersiva del Rayban, che avrebbe reso di più in Auditori.

Dr John and the Nite Trippers_03
Dr John

La preparazione agli Slowdive (reunion #4) è come quella a un rito religioso. Si arriva in anticipo, si sta in silenzio, si aspetta. C’è un po’ di eccitazione, un po’ di magia, forse anche una paura sottesa che qualcosa possa andare storto. C’è una lieve tensione collettiva. Solo in rare occasioni un concerto visto durante un festival e su un palco così grande riesce ad avere un impatto emotivo immediato, ma pure prolungato. È questo il caso in cui le parole faticano a descrivere la musica, e in particolare ciò che si sviluppa attorno a essa. A vent’anni dal loro ultimo live, gli Slowdive sono tutto ciò che abbiamo idealizzato per lo shoegaze (e la sua estetica): la potenza, devastante e a volte disarmante, di esplosioni di rumore bianco, limpido e lucente, forte e purissimo come un cristallo; ma anche l’introspezione, quella peculiare di questa band, che si esprime sotto varie forme nell’ora di gloria che ci viene regalata stasera. In Neil Halstead, nei suoi occhi socchiusi e nel suo piegarsi sulla chitarra, immerso in una nuvola di soffici feedback, spesso isolata dal resto del gruppo; nel basso profondo di Nick Chaplin, e poi in Rachel Goswell, col suo modo speciale di stare sul palco, diverso da chiunque altro mai visto finora (almeno da chi scrive). Imbraccia raramente la chitarra e più spesso il tamburello, accompagna con la sua voce fragile e angelica, che pure emerge sempre (qualcuno direbbe che “si sentono le voci”), ma soprattutto non nasconde mai la gioia e l’emozione, amplificando, se possibile, la commozione collettiva. Una scaletta micidiale e più di un brivido su Souvlaki Space Station e sulla conclusiva Golden Hair (cover di Syd Barrett contenuta nell’ep Holding Our Breath) lasciano la sensazione che sia stato solo un sogno. Un sogno perfetto, condiviso da migliaia di persone. Dall’altro capo del Forum, mentre i Pixies (reunion 4 ½) si apprestano a salire – rovinosamente, a quanto pare – sull’Heineken, andiamo a verificare cosa è successo ai The War on Drugs negli ultimi due anni. Come nell’ultimo Lost in the Dream, il suono si è fatto più classico, pop, chitarroso. Sicuramente un buon concerto – e anche un pubblico numeroso, considerando la contemporanea con Black Francis e soci – ancora tante assonanze con i pezzi più vecchi di Kurt Vile ma l’effetto complessivo è sicuramente meno ipnotico e d’atmosfera rispetto al live di due anni fa.

Slowdive 02 Eric Pamies
foto di Eric Pamies

Dopo un passaggio al Vice con lo psych-gipsy-folk stralunato e scanzonato dei Growlers, weird e divertenti abbastanza da far ballare tutto il pubblico, è ora di tornare al palco del cuore, l’ATP. Poco prima della mezzanotte, sono di scena gli Slint (reunion #5). Ribattezzati, per l’occasione, “i guastafeste”. Scavano nel profondo, e tutt’attorno il Forum si trasforma in un’unica, scurissima tenebra post rock. Il tempo si dilata. Le paranoie e la memoria riemergono a popolare uno spazio del festival in cui la notte si è fatta ancora più scura, e nella penombra è completamente immerso il palco. Gli Slint perforano, tolgono il fiato, soffocano. Washer è il culmine dell’implosione. All’estremo opposto della contemplazione dei cinque di Louisville c’è la foga metal e ibrida dei Deafheaven, inevitabilmente al Pitchfork dopo mesi di lodi sperticate del sito americano verso la band californiana. Dalla platea è un fiorire di corna e headbanging, e in effetti è la componente epica e black metal a sovrastare quella shoegaze. I volumi, quelli, sono (molto) alti in osservanza a entrambe le fedi. George Clarke, alla voce, è frontman schizofrenico che catalizza l’attenzione, non risparmia lunghe parti in growl ed è perfettamente a suo agio “sopra le righe”. Intorno alle 2, il pubblico della notte si spacca: i più diligenti, cool e curiosi vanno dai Darkside. Noi puntiamo sul cavallo sicuro, quello più pazzo, quello che anche se sei a pezzi ti carica più di tre Redbull. Nic Offer sfoggia l’ennesimo show galvanizzante coi Chk Chk Chk, con l’Heineken che diventa un dancefloor electro funk a cielo aperto. Ricorda il mitico live del 2004 in cui ne combinò una delle sue (vomitò sui malcapitati delle prime file!!!), esordisce con “I wanna get closer to you”, alternando ai suoi inconfondibili balli scatenati continue passerelle nevrotiche in mezzo al pubblico. Parecchi pezzi nuovi, euforia a cascate, tanti sorrisoni. Oggi come dieci anni fa, uno dei live più divertenti del festival. Che in parte ci toglie le forze per l’ultimo appuntamento della giornata. Tutti i presenti al Primavera, intorno alle 3, sembrano essersi dati appuntamento al Rayban. Un’ottima occasione per gli australiani Jagwar Ma, che conquistano una platea affollatissima con la loro elettronica baggy, una rivisitazione arguta, energica, acida ed effettivamente non troppo abusata dell’indimenticata Madchester (parecchio devono questi ragazzi agli Happy Mondays, diciamolo) attraverso i suoni electro dei Duemila. Ci vorrà tutto il tragitto fino a casa per smaltire l’effetto psichedelico delle luci giallo-intenso-accecante rimaste ancora negli occhi.

Chk Chk Chk 09 Eric Pamies
Chk Chk Chk – foto di Eric Pamies

Sabato 31

Deve ancora cominciare l’ultimo giorno, ma iniziano già a delinearsi un paio di certezze. Programma di nuovo alla mano, sarà difficile superare il malloppo sonoro (ed emotivo) del venerdì; d’altra parte, la giornata del sabato ci aiuterà forse ad abbassare, nel complesso, la media anagrafica delle band viste, ma non sposterà di molto il dato di fatto per cui novità e primizie sono, generalmente, poco presenti (nelle nostre scelte sicuramente, ma in parte anche in quelle del festival, fatta eccezione per l’hip hop e gli appuntamenti più notturni e ballabili allo spazio Bower & Wilkins + Boiler Room). E non a caso. Al Forum ci aspetta un bel sole, ma soprattutto i Television (reunion #6) con il Don’t Look Back – per dirla alla ATP – del miliare Marquee Moon. I pezzi, eseguiti in ordine sparso, restano immortali. Tom Verlaine (voce e chitarra), Billy Ficca (batteria), Fred Smith (basso) e Jimmy Rip (chitarra) sono quattro signori compostissimi sul palco, il suono è quello inconfondibile, scarno, croccante e senza tempo che ha iniziato chissà quanti di noi alla musica (che conta), ma è innegabile come il piglio non possa essere lo stesso – che riesco solo immaginare – di un tempo. Non quello della musica, che resta intoccabile. Piuttosto dei musicisti, con le loro lunghe pause tra un brano e l’altro e la mania di Verlaine, invero peculiare, di accordarsi la chitarra dopo ogni brano – del resto lui è old school, e ne usa rigorosamente solo una. Torn Curtain e Marquee Moon, con il lungo momento strumentale centrale, lacerano e poi rinvigoriscono, per una seconda parte decisamente migliore rispetto a quella iniziale. Ci lasciamo alle spalle il Sony con il sole ancora piuttosto caldo e alto nel cielo e un leggero senso di nostalgia nel cuore. Il Rayban è di passaggio e, di nuovo, l’età media si impenna. Uno degli uomini chiave del Primavera Sound, Alfonso Lanza Garcia, ci aveva raccontato, in un incontro a Roma, come questo fosse stato uno dei guest più faticosi di sempre da avere. Caetano Veloso non è solito partecipare ai festival (un po’ come gli Shellac degli esordi, chissà che non finirà con il diventare un ospite fisso anche lui). Ma stavolta ha fatto un’eccezione. Platea e gradinata stracolma, il musicista di bianco vestito e con l’occhiale trasparente da professore che sfiora il naso, incarna l’incrocio tra saudade e groove brasiliano. Fa ballare tutti, anche lui come Bradley su questo stesso palco, spalanca spesso le braccia per raccogliere gli applausi, come in una comunione col pubblico. Si disperde un po’ di pathos nell’ampiezza dell’arena, che d’altra parte quasi scoppia.

Television 11 Santi Periel
Television – foto di Santi Periel

Facciamo un salto fino al Vice per un paio di brani degli Hospitality ma, sarà la sfortuna, incrociamo solo un quarto d’ora di indie pop lievemente electro abbastanza trascurabile. Anche al sabato, è l’ATP a darci tante soddisfazioni. E per ben due ore consecutive – un’eccezione rispetto alle consuetudini del festival. I Goodspeed You! Black Emperor sono anticipati da qualche minuto di drone ondulatorio che prepara all’assalto. Cala il buio, attorno a noi e sul palco. La massa sonora della band, come sempre disposta in circolo per rendere più coeso e spontaneo il rituale, si sviluppa in un continuo crescendo: di volumi, di andamento, di strati sonori. Visual come in uno stream of consciousness di immagini accompagnano, alle loro spalle, quello che è effettivamente un ensemble, un’orchestra – percussione, batteria, due bassi, tre chitarre e un violino si uniscono per l’effetto tempesta catartica/treno ad alta velocità, che sono i GY!BE dal vivo. In altre occasioni li abbiamo sentiti con volumi più alti, ma il palco d’altra parte è enorme e l’effetto, devastante, si fa comunque sentire. Percussivi, apocalittici, totali. Ci tengono incollati a questo palco per quasi 120 minuti, e quando a tratti il vento sembra alzarsi su quell’angolo di Forum viene da pensare che la bufera, anche meteorologica, la stiano invocando e provocando proprio loro. Lo standard della serata si mantiene qualitativamente alto, sebbene declinato in suoni dall’irruenza decisamente meno introspettiva. Ed eccoli, al Vice, i Cloud Nothings di Dylan Baldi. Il colpo d’occhio non mente: l’area attorno al palco scoppia, le motivazioni pratiche della scelta per questo che è uno degli stage più piccoli del Forum saranno state varie, ma è evidente come si tratti di uno spazio troppo esiguo per la band di Cleveland. Furiosi, tiratissimi, ruvidi, attorniati da crowd surfing senza soluzione di continuità e una massa informe di pubblico particolarmente partecipe, che occupa tutti gli angoli disponibili del Vice. Punk, (nu) grunge, alternative, lo-fi: chiamatelo come vi pare, la voce roca e l’aspetto loser di Baldi sono effettivamente uno specchio per parecchi ventenni (ehm, e non solo) presenti in quantità stasera. Si chiude con Wasted Days e il suo lungo codone finale che ci spara – a calci nel sedere, s’intende – per una breve sosta nell’ampia aria ristoro. Perché è chiaro che c’è bisogno di rifocillarsi prima di Ty. Ovviamente al Pitchfork, Ty Segall si presenta con la band: quella con Mikal Cronin, il che è tutto dire. È la formazione mastodontica di Slaughterhouse, con cui l’adorabile biondastro (con un irresistibile caschetto d’oro da paggetto) tira fuori il suo lato più lurido, sonico e hard rock. Di brani vecchi ne riconosciamo pochi, e la sensazione è che Segall abbia utilizzato l’occasione per testare del materiale nuovo (non a caso, c’è un altro album in arrivo, Manipulator, fuori ad agosto per Drag City). Sopra e sotto palco è un insano pandemonio di schitarrate, headbanging, garage deforme e massiccio (e chissà cosa avrà combinato per la festa di chiusura all’Apolo). Caccia fuori giri di chitarra manco fosse posseduto, indugiando sulle corde come volesse farle sanguinare. Da stasera, per noi, sarà Ty “il riffomane”. Sullo stesso palco lo seguono i Black Lips, il mood è simile – certamente meno aggressivo e massiccio – ma, almeno a qualche metro di distanza (sotto palco, con i Lips, ci si sballa sempre), la scarica elettrica di Segall e band supera di gran lunga quella dei quattro teppistelli di Atlanta, che tirano su un live come sempre divertente ma, al contrario, tutto fatto di pezzi vecchi e hit. C’è meno coraggio, meno imprevedibilità. Sicuramente un altrettanto alto tasso alcolico – e non solo. Il ritorno verso casa passa attraverso l’ATP e il live dei Cut Copy, che ricordano una versione indie dei migliori (in realtà, gli unici che vogliamo davvero ricordare) New Order. È l’ultima sera e, da queste parti alle 4 del mattino, si ha solo ancora tanta voglia di ballare. Il quartetto australiano – stavolta di casa Modular, ma con più di una affinità con i Jagwar Ma – assolve perfettamente al compito richiesto dalla platea. Noi però andiamo a dormire, che abbiamo pur sempre un codice etico retromaniaco da rispettare.

Godspeed You Black Emperor_01
Godspeed You Black Emperor

 Parte 1 – Parte 2

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