Ramones

Sul philo del ricordo...

Un estratto dal lungo servizio di copertina del Mucchio Extra n. 42, in edicola a gennaio e febbraio.
Ramones
Estratto da Extra n. 42 in edicola

Non c’era molto da aspettare, mancava poco al rastrellamento. Negli Stati Uniti, all’inizio dei Settanta, chiunque avesse meno di 20 anni e osasse uscire dalle righe, sarebbe finito presto nella rete degli accalappiacani del Nuovo Ordine Mondiale. Un modo per sopravvivere alla valanga conformista era quello di provare a prendere in mano uno strumento, facendo finta di essere musicisti. L’ambizione era di salire su un palco ostentando lo stesso atteggiamento tamarro e goliardico con cui si girava in banda nelle periferie. La musica in quel momento era diventata un luogo per virtuosismi fini a se stessi, mentre chi inneggiava alla rivoluzione, come gli MC5, era già stato costretto al silenzio: tutti gli altri miravano alle classifiche o alla carriera.

I Ramones non erano musicisti, perciò stavano a priori fuori dai grandi giochi: erano quattro teppistelli di strada, provenienti da una piccola borghesia sull’orlo del baratro, che potevano permettersi ogni genere di pazzia, tanto non avevano nulla da perdere. Johnny e Dee Dee si divertivano a buttare dalla finestra i televisori facendoli scoppiare per terrorizzare i passanti. Joey era matto dalla nascita: “Di solito andava in giro con un giubbotto di camoscio giallo con le frange, i pantaloni color mirtillo di velluto a coste e quegli strani occhiali tondi e colorati che porta ancora adesso”. Di Tommy si diceva che dei bulli gli avessero fatto qualcosa di molto umiliante e da allora era diventato piuttosto nervoso. I futuri Ramones erano quattro mocciosi che avevano in comune due elementi forti: le droghe e la musica. Glitter e glam rock, anche se gli Stooges rappresentavano per loro una sorta di divinità.

Per quanto riguarda invece le droghe, erano onnivori: dapprima colla, solventi, barbiturici e pastiglioni all’anfetamina, in seguito Lsd, cocaina ed eroina… Forse erano davvero degli idioti, sicuramente sembravano degli idioti, e come tali ritenuti non pericolosi, liberi cioè di muoversi in ogni direzione possibile, talmente vuoti dentro da essere pronti ad assorbire quei pochi stimoli che giravano nella Grande Mela in un’epoca depressa. I Ramones parteciparono immediatamente alla scena che stava esplodendo all’epoca nei locali dell’East Village: “Assistettero alle esibizioni di artisti come i New York Dolls e capirono che non era necessario saper suonare come quelle divinità della chitarra, e che la maggior parte di loro era più interessata a prodursi narcisisticamente in assolo interminabili piuttosto che alle canzoni stesse!”. In maniera del tutto inconsapevole, i quattro falsi fratelli mischiarono questi input in un marasma di simboli, vestiti, accessori, attitudini da strada e soprattutto canzoni semplici, velocissime, con liriche assurde, adatte a giochi di parole e scioglilingua. Gabba Gabba Hey! Cretin Hop. “Siamo noi i cretini! Ma voi siete tutti morti e fuori dalla storia”. Tuttavia gli ingredienti principali rimanevano la goliardia di strada e una devastante ingenuità che spazzava via le seghe mentali del fare arte per soldi o fama. Come un bambino a occhi sbarrati che si sorprende per una palla che rotola sul pavimento, i Ramones raccolsero dentro di sé un bagaglio d’informazioni a casaccio, e siccome bisognava essere guerrieri per tirarci fuori qualcosa, lo blindarono dentro un’uniforme da combattimento.

In Italia, a quel tempo, con la complicità della barriera geografica alpina e quella ancora più granitica dell’influenza vaticana, l’onda del Gabba Gabba Hey! ci mise qualche anno ancora ad arrivare. Eppure anche qui qualcosa si stava muovendo. I cosiddetti “settantasettini”, se ben ci pensate, non erano così diversi dai Ramones: basti pensare agli Skiantos e al rock demenziale.
La prima volta che ascoltai i Ramones fu per caso. Era proprio il 1977 e cercavo affannosamente tutto ciò che richiamasse la parola punk: le prime radio libere cominciavano a diffondersi nell’etere. Un giorno un Dj di Radio Milano Centrale, che poi sarebbe diventata Radio Popolare, trasmetteva Guccini, o forse qualche gruppo di prog, non ricordo… Sicuramente mi stavo rompendo le palle, ma quando sentii pronunciare la parola punk e i primi frastuoni di una canzone incasinata, avvicinai la testa al minuscolo altoparlante: era Sheena Is a Punk Rocker dei Ramones. Purtroppo la ricezione pessima mi permise di ascoltare solo qualche spezzone, sufficiente però a farmi entrare in un loop ossessivo di curiosità morbosa. Chi erano i Ramones? Cosa c’entrava col punk quel nome spagnoleggiante? Da dove provenivano? Dal Messico, dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti?

Ma quelli erano tempi frenetici e affollati, non c’era un momento buono per fare ricerca sul campo. Milano bruciava di odio feroce, si parlava solo di politica e della guerra fratricida tra le diverse sigle del Movimento, il linguaggio era incomprensibile per noi più giovani. Il modo di vestire non era poi molto adeguato al periodo: polacchine, jeans scampanati e capelli lunghi ricordavano troppo il peace&love ormai sepolto da sampietrini e lacrimogeni. Soprattutto, la musica era stata accantonata in una posizione di retroguardia: c’erano i cantautori, sempre più melensi, mentre gli Area & co. procedevano nel loro viaggio verso le terre lunari della sperimentazione.
Cosa potevano capire tutti coloro che non avevano compiuto ancora 15 anni?

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