Roger Eno

Una promessa che ho mantenuto

Questa intervista è un estratto da "L'algebra delle lampade" di Paolo Tarsi, libro dedicato all’influenza esercitata dalle avanguardie colte sui linguaggi pop, edito da Ventura e in libreria da pochi giorni. Tra schede di dischi e testimonianze dirette di alcuni tra i più importanti compositori del nostro tempo che hanno segnato la settima arte come il premio Oscar Luis Bacalov, Ron Geesin (Pink Floyd) e, appunto, Eno, segnaliamo anche quelle ad autentici innovatori quali Emil Schult (Kraftwerk), Eivind Aarset, Laraaji, Paolo Tofani (Area), Blaine L. Reininger (Tuxedomoon) e Crescent Moon (Kill the Vultures).
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01. Paolo Tarsi - L'algebra delle lampade (cover)Roger Eno (n. 1960, Woodbridge) deve il suo esordio all’uscita nel 1983 dell’album “Apollo” con suo fratello Brian e il produttore e musicista canadese Daniel Lanois. Sue composizioni appaiono in film quali Dune di David Lynch, 9 settimane e ½ di Adrian Lyne, Trainspotting di Danny Boyle, Opera di Dario Argento e Warm Summer Rain di Joe Gayton. Durante la propria carriera il polistrumentista inglese ha realizzato installazioni sonore e collaborato con musicisti quali No-Man, Lol Hammond, Mads Arp, Peter Hammill, Tim Bowness, Michael Brook, John Cale e il supergruppo ambient Channel Light Vessel guidato da Kate St. John, Bill Nelson e Laraaji. Nel 2015 Eno appare al pianoforte in due brani tratti dall’album “Rattle That Lock” di David Gilmour (A Boat Lies Waiting e Beauty).

 

Come ti sei avvicinato alla musica?
La musica è sempre stata presente nella mia famiglia. I miei saggi genitori avevano permesso a me e a mia sorella minore di gestire completamente da soli una stanza della nostra casa. Lì potevamo scrivere sulle pareti, giocare con la sabbia e strimpellare su un pianoforte abbandonato. Ho capito a dodici anni, però, quando ho soffiato per la prima volta in una cornetta, che avrei fatto il musicista. Una promessa che ho mantenuto.

Pensi che sia ancora possibile effettuare delle ricerche in campo musicale senza l’ausilio dell’elettronica, oppure ritieni l’era acustica definitivamente conclusa?
Un aspetto importante della musica ‘acustica’ è l’interazione sociale e la comunicazione con gli altri. Da ragazzo suonavo in una banda di ottoni che comprendeva persone di età e occupazioni molto differenti tra loro: c’erano agricoltori, meccanici, studenti e così via. Era un’occasione incredibile non solo per fare musica, ma anche per poter permettere a vite diverse di incrociarsi. Pensa a quanto sarebbe più povero il modo se non ci fossero cori, orchestre amatoriali, bande jazz e gruppi folk..

Qual è il tuo punto di vista sulla musica colta del nostro tempo?
Arvo Pärt è uno dei miei compositori preferiti, e in generale prediligo gli autori che in qualche modo si confrontano con il passato. Inoltre sono portato ad apprezzare maggiormente la semplicità e a conferire meno importanza ai componimenti troppo teorici, che funzionano – per così dire – solo sulla carta. Nella musica che scrivo cerco di portare l’ascoltatore al centro di uno stato quasi meditativo, ad esempio attraverso l’uso di un ostinato, catturando così la mente senza richiedere particolare impegno o gravare eccessivamente la concentrazione.

E il tuo rapporto con le arti visive?
Sono un grande ammiratore di Rothko, Hodgkin e Hopper, per le loro atmosfere e per l’uso del colore. Hopper sa creare una solitudine quasi cinematografica, come se le sue opere fossero realmente dei frammenti di un evento in corso. Nelle opere di Rothko il tempo è sospeso, l’atmosfera vibrante, mentre Hodgkin cattura con i suoi mondi fiabeschi. Una tecnica a cui ricorro ancora oggi qualche volta consiste nel porre delle buone riproduzioni sul leggio e improvvisare osservando queste tele. È anche un ottimo modo per visualizzare i dipinti.

Parliamo del processo creativo: come nascono le melodie dei tuoi brani? In quali momenti ti viene l’ispirazione per una nuova composizione o un nuovo album?
Amo ricreare stati d’animo e intuisco relativamente subito quando trovo qualcosa di promettente. Improvviso molto, spesso registrando anche quando sono in viaggio. Al contrario di quanto avviene nella poesia zen, cerco l’essenza di ciò che può essere considerato semplice ma che racchiuda al tempo stesso al suo interno anche qualcosa di profondo. Spesso non si tratta di un processo di costante aggiunta, quanto di distillazione e sottrazione.

Cosa è ancora attuale della poetica di Erik Satie, a tuo avviso, oggi?
Erik Satie, attraverso la sua influenza su John Cage, ha enormemente influito sulla musica moderna. Ai suoi tempi la sua personalità era ritenuta così straordinaria che poche persone sapevano come avvicinarsi al suo lavoro. Ammiro il modo in cui ha saputo ridurre il corpo carnoso della musica di fine Ottocento e inizio Novecento a uno scheletro di delicate melodie. Annullando i consueti cambi accordali, l’utilizzo della forma o la ricapitolazione, ha permesso alle persone di essere modeste. Ed è proprio ascoltando la sua musica che pensai di poter scrivere anch’io qualcosa di mio, lontano dalla complessità di certe musiche troppo intellettuali. La sua influenza è ancora nell’aria, specialmente nelle colonne sonore per il cinema.

Nel 1983 hai preso parte alla realizzazione di “Apollo: Atmospheres and Soundtracks”, un album che conteneva il commento sonoro al documentario di Al Reinert sulle missioni lunari statunitensi. In seguito proprio alcuni tuoi brani sono apparsi nelle colonne sonore di film come Trainspotting di Danny Boyle e Opera di Dario Argento. Che rapporto hai con il mondo delle colonne sonore?
Fruttano bene!

Nel 1985 usciva “Voices”, primo lavoro a tuo nome. Ti va di ricordarlo?
Questa tua domanda si ricollega a quanto dicevamo poco fa, in quanto l’album è sfrontatamente influenzato da Satie. Ho ricordi personali legati a questo periodo poiché io e mio fratello Brian lavoravamo, nello stesso tempo, su “Apollo” e “Voices”. Abbiamo passato settimane intere a farci grandi risate, anche se non ve ne accorgereste ascoltando la musica!

Da allora come si è evoluta la tua musica?
Ho composto e registrato molta musica da camera, valzer per fisarmonica, opere per pianoforte e musica per il teatro. Per un progetto particolare, come ad esempio la produzione di un’opera, probabilmente userei degli elementi evocativi, riferibili al periodo storico in cui si svolge la rappresentazione. Se invece si tratta di un album, potrebbe essere influenzato dai libri che ho letto nel corso degli anni o dalle passeggiate che ho fatto, proprio come se fossero pagine di un diario a cui ispirarsi..

Come definiresti la tua produzione musicale?
Minimal.

Come è nata la collaborazione con David Gilmour per il suo album “Rattle That-Lock”?
David mi ha telefonato dopo aver ascoltato una mia esibizione al pianoforte. Per me è stato un grande onore, sai, lui potrebbe coinvolgere qualsiasi pianista. L’ho trovato una persona gradevole, determinata e capace. Sono lieto di poter dire che siamo andati d’accordo.

Ti andrebbe di ricordare anche le collaborazioni con Peter Hammill, Daniel Lanois e Laraaji?
È successo molto tempo fa. Ti racconterò di come è nato “The Appointed Hour”. Peter ha avuto l’idea di andare nei nostri studi. Erano le due del pomeriggio, credo, e abbiamo cominciato a registrare tutto quello che stavamo suonando (senza che l’uno ascoltasse l’altro!). Penso che avessimo trovato una tonalità – Re maggiore? – e perciò abbiamo continuato a suonare fino allo sfinimento. Tutto questo si trasformò nell’album, senza dover apportare modifiche o tagli. Un miracolo, no? Con Laraaij, invece, ero in tour in Europa nel 1987 nell’ambito dell’Opal Evening, insieme a Harold Budd e Michael Brook. È stato un bel periodo, pieno di gioia e di risate.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Continuerò a fare cose strane. Lavoro con un circo itinerante per il quale compongo musica, alla fine di aprile suonerò con gli Orb alla Royal Festival Hall e poi sempre con loro a Glastonbury. Inoltre continuo a lavorare con mio fratello Brian scambiandoci Midi Files, di solito si tratta di miei pezzi che poi lui rielabora. Oltre a tutto questo, suono inoltre nelle case di cura per anziani, mi ricorda il periodo tra il 1981 e il 1983, quando lavoravo come musicoterapeuta. La musicoterapia lascia effetti benefici che possono essere percepiti immediatamente, è questo il lavoro a cui conferisco maggior valore. Per me la musica ha il compito di stabilire un’interazione e un contatto umano. Mi ritengo molto fortunato di aver scoperto tutto ciò fin da giovane.

 

Tratto da “L’algebra delle lampade” di Paolo Tarsi, Ventura edizioni, pagine 256, euro 15,00

Per gentile concessione di Ventura edizioni

 

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