Rover

Un secondo appuntamento

Abbiamo incontrato Timothée Régnier in occasione dell'uscita di “Let It Glow”, il suo secondo album a tre anni di distanza da un omonimo esordio trasformatosi in successo inaspettato, che lo ha portato a diventare uno dei nomi di punta del cantautorato francese (in lingua inglese).
Rover
Incontro con Timothée Régnier

et It Glow, un ritorno atteso che prosegue il viaggio iniziato con il precedente disco. Un nuovo capitolo dello stesso libro, che affonda ancora le radici in certe sonorità degli anni 70, con David Bowie come punto di riferimento primario. “Mi sono fermato dopo un tour di 250 date, ero abbastanza esausto ma felice, soprattutto per aver maturato un bel po’ di consapevolezza. Durante gli ultimi tre mesi di concerti avevo già in mente delle idee e sentivo l’esigenza di comporre del nuovo materiale. Non potevo aspettare nonostante fossi in giro a suonare, così appena potevo mi mettevo alla mia scrivania e scrivevo. Ci ho messo otto mesi, dopo di che mi sono chiuso in studio per tutto l’inverno. Il luogo prescelto da Rover è stato ancora una volta la Bretagna, dove vive la sua famiglia. Uno scenario bellissimo, che con i suoi paesaggi umidi e freddi gli ricorda la Scozia: “Ho deciso di registrarlo qui, in un vecchio studio analogico, per sentirmi più a casa. Non volevo che questo disco suonasse lussurioso, non avevo bisogno di grandi studi come quelli di New York, volevo metterci più cuore. Avrei potuto chiedere più soldi alla mia etichetta, ma avevo semplicemente bisogno di una cosa: il tempoUna produzione meno raffinata e precisa, volutamente imperfetta per conferire più autenticità, e un periodo, quello della registrazione, in cui Rover si è dimenticato del mondo intorno a lui e delle scadenze. Non è un caso che l’album si intitoli così: “Nel processo di creazione ho voluto solo che le cose uscissero fuori naturalmente, in tutta la loro essenza e verità. Volevo instaurare un rapporto più intimo con la mia musica. Un titolo che sembra un’esortazione, e che si riferisce soprattutto a un modo di scrivere la musica: “Il mio primo album ha rappresentato una sfida più dura, c’è stato uno sforzo maggiore perché dovevo dimostrare qualcosa, dovevo ‘esistere’; sono stato per così tanto ‘Rover’ e ho visto la mia immagine negli occhi degli altri così a lungo che l’ego ne aveva risentito. Rover è stato un grande successo, inaspettato per me, e mi ha dato l’opportunità di fare un nuovo disco, come lo volevo io. Così, durante la sua composizione, ho fatto sì che la musica sgorgasse fuori in maniera libera e svincolata”. Tutto in Let It Glow è suonato con strumenti veri, analogici, e tutto tende all’idea di “organico” alla quale Timothée tiene molto: “Desideravo che si sentissero anche gli elementi che solitamente si eliminano da una registrazione; così ascoltandolo puoi sentire il canto degli uccellini fuori dalla finestra dello studio o lo scricchiolio delle sedie”. Non è dunque vero che il secondo album è il più difficile nella carriera di un artista? Secondo Rover, no: “Penso il più difficile sia il primo. Certo, per il secondo hai più pressioni, ansie, aspettative, soprattutto perché sei orgoglioso del suo predecessore, ma ho imparato velocemente a non confrontare i due lavori, non ho voluto metterli in competizione. Sono come due figli, li amo entrambi, ho un rapporto paterno con loro, sono l’amore della mia vita. Il primo magari peccava un po’ di insicurezza e doveva dimostrare quello che sapevo fare. Let It Glow è più come un secondo appuntamento, dove puoi confessare anche i tuoi difetti, e non solo fare bella figura”.

Il preferire poi l’ inglese alla lingua madre è una scelta dettata dalle influenze, e da quella musicalità che nessun’altra lingua possiede: “Per i testi volevo soprattutto giocare con le parole, con il loro suono più che con il loro significato. L’inglese non è la mia madre lingua, se scrivessi in francese dovrei pensare di più al senso di quello che dico, come fa un poeta. Uso l’inglese perché è uno strumento che ti permette maggiore libertà espressiva, e anche se spesso le mie parole non hanno un vero significato per chi mi ascolta lo hanno per me, perché suonano musicali. Puoi ritrovarci dentro una suggestione, un’immagine, una visione. I francesi parlano poco l’inglese, e anche se spesso non capiscono i miei testi ne percepiscono il senso perché semplicemente suonano bene”. Rover resta comunque molto rispettoso verso la tradizione della chanson francese, l’amore per artisti come Jacques Brel e Serge Gainsbourg fa parte del suo background, ma il francese per lui non è abbastanza arrogante per il rock e all’idea di scrivere oggi un disco nella sua lingua o che sua madre potrebbe capire quel che dice si sente a disagio: “L’esempio che mi viene da fare è la sostanziale differenza che c’è nel pronunciare ‘I love you’, che posso dire a chiunque e su qualsiasi cosa, e un ‘Je t’aime’. È completamente diverso. Forse un giorno proverò a scrivere in francese, potrebbe essere interessante, ma non lo so. Se l’apertura al mercato internazionale più nota ha riguardato soprattutto la club music e il suo french touch, in tempi ‘”recenti” le musica in Francia è cambiata: Phoenix e M83, Camille e Christine & The Queens hanno scelto l’inglese come mezzo espressivo, ricevendo ampi consensi. Ma alla domanda sulle possibili collaborazioni con questa scena, Rover risponde che preferisce la solitudine. Si definisce un orso buono, caso mai più interessato all’ipotesi di vestire i panni del produttore per altri artisti. E se dovesse pensare a un duetto, sceglierebbe un artista americano: “Ho fatto il master del disco negli States e apprezzo tantissimo il loro modo di produrre e registrare; ho visto come lavorano, la professionalità e la passione, e ne sono rimasto rapito. E poi mi piace confrontarmi con altre culture e un duetto con uno come Julian Casablancas sarebbe figo. Andavo a scuola con lui a New York e sarebbe divertente se ci incontrassimo per una cosa del genere, lui è davvero bravo.

Rover-cJulien-Mignot

New York, una città dove Timothée ha trascorso l’adolescenza, per poi spostarsi alcuni anni a Beirut e fondare col fratello una band punk di discreto successo, infine il ritorno in Francia. Un’esistenza da girovago, uno stile di vita che gli ha ispirato anche il suo nome d’arte; “Rover” deriva infatti dalla parola inglese “vagabondo” ma anche dalla famosa casa automobilistica, un riferimento alla passione che accomuna lui e il padre: quella per le auto d’epoca. E proprio un viaggio in auto verso la Germania è stato un elemento cruciale per la composizione di Let It Glow: “Ho trovato un pianoforte in vendita online, l’avevo sempre desiderato fin da quando ero bambino. Non è un oggetto raro ma se ne trovano pochi in giro, è degli anni 70, uno Yamaha CP70, un oggetto bellissimo ma che per tanto tempo non mi sono potuto permettere. E quando l’ho visto su Internet non ci ho pensato due volte. Ho preso la mia vecchia macchina e, senza sapere se ce l’avrebbe fatta, sono partito verso la Germania. Mi sono preso una settimana, girandomela in lungo e largo. Avevo già vissuto ad Amburgo e Berlino, ma ancora non avevo esplorato queste terre; e quando sono arrivato nel piccolo villaggio dove si trovava il piano, ho incontrato questo musicista tedesco molto carino e la sua fidanzata. Vivevano in un appartamento pieno di tastiere e pianoforti, e consegnandomi lo Yamaha lui mi ha detto: ‘Si chiama Josephine, prenditi cura di lei’. E io l’ho fatto, ci ho scritto un album intero; da questo strumento è nato tutto. A quel ragazzo ho poi regalato il violino che ho utilizzato per il mio primo disco ed è stato un momento veramente toccante, un gesto di condivisione e scambio prezioso che ci ha fatto ritrovare a improvvisare una jam session nel suo salotto”. Oggi quel piano è ancora accanto al letto di Rover, che ogni mattina quando si alza ha voglia di suonarlo ripensando a quella storia. Un piano che l’ha portato a scrivere lontano da tutto, a registrare tutti gli strumenti di Let It Glow in autonomia. Ne è venuto fuori un disco che richiede il tempo d’ascolto che si prestava a certi dischi del passato: “La prima volta che ho ascoltato gli album che più amo mi erano sembrati ‘difficili’; si deve lavorare sull’ascolto. Da Bach a Bowie, la musica richiede attenzione totale, coinvolgimento, concentrazione, e a me piace l’idea di prestare ascolto e chiedere di essere ascoltato dal mio pubblico, con calma, a lungo. Stare sul letto o nella macchina e lasciarsi trasportare, dimenticando tutto. Mi piace poi pensare all’arte come a una fotografia senza tempoE proprio a un vecchio scatto è ispirato un brano di Let It Glow (del quale Rover non ci rivela però il titolo, NdR): “L’ho trovato in un negozio di seconda mano; era in bianco e nero, degli anni 30, e immortalava una coppia giovane e innamorata sulla spiaggia. E, a distanza di decenni, solo guardandola si percepivano intatti i sentimenti che provavano quei due. Uno scatto ancora potente. Nulla cambia i sentimenti, atemporali, che l’arte aiuta a custodire”. Da vero cantautore bohémien, Rover è un nostalgico del passato, ma anche un entusiasta verso il futuro che verrà, e un innamorato del presente.

 

Rover sarà in tour nel nostro paese a febbraio per tre date (al Biko di Milano il 9, al Monk di Roma il 10 e all’Hiroshima Mon Amour di Torino l’11) e promette uno spettacolo onesto come il suo ultimo disco, che ha una gran voglia di condividere con il pubblico italiano, secondo lui uno dei più rock’n’roll. E alla domanda su quale sarà la sua prossima meta risponde deciso: “Torino, assolutamente. Ho intenzione di viverci per uno o due mesi quando scriverò il mio  prossimo disco. Ogni volta che ci vado sento un’energia particolare, esoterica, magica. Sarà il contrasto tra le montagne, le industrie e il suo essere una città elegante e romantica, avvolta da un sapore malinconico. C’è qualcosa di strano lì e io voglio vivermela”.

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