Sgt. Pepper

Come venne accolto in Italia?

"Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band" uscì in Italia nella prima quindicina di giugno del 1967 e sul numero 26 di "Giovani" venne pubblicato il «Referendum sul nuovo disco dei Beatles» che raccoglie le risposte di cantanti e membri di gruppi beat italiani ad alcune domande sull’album. Lo racconta Franco Fabbri in questo estratto da "L'ascolto tabù" in libreria per il Saggiatore.
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cover

[…] E noi, in Italia? A che distanza eravamo dal centro del Big Crunch? In che misura eravamo coinvolti in quel processo di concentrazione di materiali e culture eterogenee? Come percepivamo lo sforzo dei Beatles di mantenersi alla testa di quel processo in ogni direzione?
Torniamo, allora, al «referendum» di Giovani, che vale la pena di riprodurre per intero. Le domande erano:
1) Cosa ti piace del disco?
2) Cosa non ti piace?
3) Qual è la canzone che preferisci?
4) Cosa trovi di nuovo nella musica dei Beatles?.

Ed ecco le risposte:
Leonardo: 1) È interessante la continua ricerca da parte dei Beatles di effetti e di idee nuove, sempre validissime. Originale la copertina. 2) Quasi tutte le canzoni sono musicalmente molto difficili quindi poco commerciali. Certi brani, opportunamente adattati, potrebbero essere trasformati in una commedia musicale. 3) «A Day In The Life». 4) Credo che questo disco sia un più approfondito studio dei suoni e di certi aspetti musicali. Siamo di fronte ad  un nuovo capitolo dell’evoluzione dei Beatles, che stavolta potrebbero essere definiti «sinfonici».

Gian Pieretti: 1) Di bello ci sono solo certi effetti che i Beatles sono riusciti ad ottenere grazie all’esperienza e alla loro grande preparazione. 2) Sinceramente questo disco non mi piace per niente, anzi mi ha deluso molto. 3) «Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band». 4) Come ho già detto gli effetti sono eccezionali, e i Beatles stavolta si sono rivelati ancora più musicisti nel vero senso della parola.

Beppe dei Balordi: 1) Moltissimo i baffi di Ringo, l’idea di fare due facciate senza il normale intervallo tra una canzone e l’altra, l’atmosfera del disco e la copertina. 2) Sono tutte splendide canzoni che, proprio perché sono troppo belle, finiranno presto nel dimenticatoio. 3) «A Day In The Life». 4) Non sono più i Beatles vecchia maniera che suonano la loro musica, quella bella, entusiasmante dei primi tempi. Questi sono degli altri.

Mario Tessuto: 1) È incredibile la loro continua originalità nel comporre e arrangiare dei pezzi che sono veri capitoletti musicali della durata di tre minuti, cesellati e rifiniti come un merletto. 2) Non c’è niente di loro che non mi piaccia. 3) «A Day In The Life». 4) I Beatles riescono sempre a trovare effetti stupendi con gli strumenti più strani e impensati. Il loro modo di concepire e di eseguire i pezzi li evolve continuamente.

René dei New Dada: 1) La copertina è bellissima. Solo i Beatles riescono a fare certe cose senza scivolare nell’assurdo, nel ridicolo. 2) Il sound di questo microsolco è monotono, troppo classico e raffinato. Per conto mio preferisco i Beatles vecchia maniera. 3) «A Day In The Life». 4) Un sacco di sonorità che si ottengono solo in sala di registrazione e che tutto sommato non sono per niente commerciali e troppo ricercate.

Claudio Lippi: 1) Ottima la registrazione del disco, sotto ogni punto di vista. I Beatles hanno ormai raggiunto un grado di bravura difficilmente superabile. 2) Senza togliere alcun merito al gruppo direi che ha abusato di certi effetti già troppo sfruttati da altri, certamente meno bravi. 3) Per me sono tutte O.K. 4) I Beatles sono arrivati ad un completamento e a una maturazione del loro stile. Per concludere: 10 con lode in tutto e per tutto!

Dino: 1) È tutto tremendamente bello, come ogni loro disco. 2) Nessun appunto. 3) «Lovely Rita». 4) Beatles sempre più difficili, ecco cosa è cambiato. Hanno affinato il loro stile, lo hanno reso più classico, più impegnato e anche più difficile.

Ricky Gianco: 1) A questo punto penso non ci siano più parole per dire cosa piace. Ormai Beatles vuol dire gusto, cultura musicale, futuro di suoni, originalità, perfezione di voci e di colore. 2) La seconda domanda mi sembra superflua, se non per continuare la prima. 3) «Lovely Rita». 4) Con questo disco i Beatles sono riusciti a creare atmosfere e stati d’animo diversi dal solito. C’è di tutto, dall’Oriente, al music-hall, alla Vecchia America.

Alfio dell’Equipe 84: 1) È un long-playing curato in maniera perfetta. 2) Forse troppo perfetta. 3) «Lovely Rita». 4) In fondo mi aspettavo un disco di questo genere, così come è stato concepito e realizzato. Non trovo un grande mutamento nel loro stile, credo solo che siano passati attraverso una regolarissima evoluzione musicale.

Herbert Pagani: 1) Mi piace molto l’idea di questo disco-spettacolo. Ottima la veste tipografica, nuove le trovate, intelligenti i testi. La ritengo, in musica leggera, una delle opere di maggior rilievo di questi ultimi dieci anni. 2) Forse il leggero tono decadentistico che affiora nel microsolco, e per altro lo rende più umano. 3) «She’s Leaving Home». 4) Si sente nei loro prodotti la tranquillità dell’arrivato. I Beatles hanno voluto fare delle cose difficili, sapendo perfettamente che le avrebbero vendute sul nome. Hanno tralasciato ogni aggancio commerciale e hanno pensato di comporre ed eseguire questi bellissimi brani per il puro piacere di farlo, per la loro intima soddisfazione di veri, grandi appassionati musicisti.

È inutile maramaldeggiare sulle opinioni che la storia ha già reso inutili, superate, fuori bersaglio (la storia, poi, ha proprio sempre ragione?). Ma il gioco non è nemmeno quello di mettere in luce le opinioni azzeccate, brillanti, che mostrano una visione anticipatrice del futuro della popular music. L’interesse maggiore, secondo me, sta nel cogliere alcuni spunti che sono davvero tipici di quell’epoca, e che si distaccano dall’immagine consolidata che si è affermata in seguito. Ad esempio, sorprende il numero di indicazioni di «Lovely Rita» come canzone preferita, seconda solo alla più ovvia «A Day in the Life». Ma è del tutto plausibile. Ricordo che anche per me «Lovely Rita» era uno dei pezzi migliori, al cui ascolto ritornavo spesso. È una canzone armonicamente ardita, con un arrangiamento brillante (rapinosa l’apparizione dell’assolo di pianoforte), e una di quelle dove è in maggiore evidenza una delle novità più importanti nel sound di tutto l’album, il timbro della batteria con le pelli dei tom «smollate» e il microfonaggio in prossimità, per riprendere un suono da timpano orchestrale. Nella considerazione odierna, che pretende di essere fedele allo spirito di quel tempo, «Lovely Rita» è completamente eclissata da «Lucy in the Sky with Diamonds» (ah, l’Lsd!), da «Within You Without You» (ah, la world music ante litteram!), da «With a Little Help from My Friends» (come non pensare a Joe Cocker a Woodstock?), oltre che da «A Day in the Life». L’effetto che «Lovely Rita» faceva nel giugno del 1967 a Ricky Gianco, ad Alfio dell’Equipe, a Dino, a me, e probabilmente a tanti altri, è qualcosa che si è perso dello spirito di quell’epoca, sostituito da ciò che il senso comune ha codificato.

Un altro aspetto che emerge è la valutazione della qualità commerciale della musica. Che è vista – in quasi tutti i casi in cui viene citata – come una caratteristica positiva (ed è quindi negativo se una musica diventa troppo difficile e poco commerciale). Non credo che si possa dire che questa fosse un’opinione dominante, ma evidentemente esisteva. Chi, ripensando al 1967 col senno di poi, direbbe che allora si potesse usare l’aggettivo «commerciale» riferito alla musica se non in senso fortemente negativo? Ma soprattutto, rileggendo i commenti (tutti, anche quelli che sembrano più prossimi ai giudizi che si sono consolidati in quarant’anni da allora), si ha l’impressione che del mondo che i Beatles rappresentavano non si cogliesse, qui da noi, la minima traccia. Tutto sembra ridursi alle categorie della genialità o dell’ingegnosità.

L’Italia si avviava verso il ’68 (e, molto più significativamente, verso il ’69, verso le bombe, i tentativi di colpo di stato, il movimento studentesco) in una beata innocenza: le forme delle canzoni dei Beatles si disgregavano rispetto alla loro primitiva e scoppiettante funzionalità, alludendo alle profondità magmatiche in cui la musica si sarebbe immersa di lì a poco, e noi eravamo lì a discutere se fosse meglio «She Loves You», oppure se questa evoluzione «professionale» verso la perfezione, il sinfonismo, l’essere dei «veri musicisti» non fosse inevitabile. Dietro Sgt. Pepper’s, o, meglio, «dentro», in quella folla radunata alle spalle dei Beatles nella foto di copertina, stava un mondo tutt’altro che rassicurante. Possibile che noi vedessimo solo i colori?

Tratto da “L’ascolto tabù” di Franco Fabbri, Il Saggiatore

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