Sharon Van Etten

Frammenti di un disastro amoroso

C’è questa cantante in un bar. Non ve la filate di striscio mentre vi ubriacate. Dice che lui l’ha lasciata. Che l’amore ha preso ogni destinazione sbagliata. Anni dopo la rivedete su un palco più importante. Le sue canzoni sono ancora tristi, ma lei è cresciuta. Dov’eravate quand’è successo?
Sharon Van Etten
Frammenti di un disastro amoroso

Io me la immagino Sharon Van Etten, che cresce a Clinton, New Jersey, neanche tremila abitanti, mentre gioca a softball in giardino coi cugini. Mi immagino il suo apprendistato nei sobborghi, l’autobus che la porta al liceo, la testa appoggiata al finestrino mentre scrive testi come: “ogni volta che ti guardo negli occhi, vorrei strapparteli e appenderli nel cielo. La prima canzone che ho scritto faceva così. Era ridicola, sciocca. Chissà cosa è successo dopo: non ho più saputo far ridere”. Una ragazza carina, ma non incendiaria. Che forse per quello si è fatta tatuaggi vistosi sulle braccia: corde di chitarra sul destro, cerchi neri funebri sul sinistro. Ti spingono a farle delle domande. A non lasciarla camminare indisturbata nei corridoi.

Immagino le discussioni a cena quando dice ai suoi – “a casa ascoltavano Neil Young, Bob Dylan e l’opera, erano fissati con la musica” – che non vuole andare al college ma provare a cantare. Ha sempre preso lezioni, non deve essere stata una sorpresa. “I miei genitori volevano mi trovassi un lavoro serio. Così mi sono iscritta a un programma in cui avrei potuto seguire anche tecnica del suono, oltre ai corsi normali. Ma era tutto professionale, commerciale. Ho mollato dopo un anno”. E mi immagino anche la ragazza che a vent’anni si ritrova in un’altra cittadina di provincia, Murfreesboro, Tennessee, senza lezioni da frequentare e una passione ancora vaga e inconfessata. Che si innamora di un uomo maniacale, un musicista che umilia i suoi sforzi e a cui deve nascondere il fatto che ogni tanto si esibisce. “A quel punto della mia vita mi occupavo degli eventi in un locale. Mi è servito, ho imparato il mestiere dietro le quinte. Sono rimasta in Tennessee per quel lavoro. E per un uomo”. E questo è il grande incidente della vita di Sharon Van Etten. Il motivo per cui la sua scrittura smette di essere ridicola, si priva delle affettazioni da liceale e diventa uno scontro brutale di forze, dove l’amore non è mai comodo o scontato.

Dopo cinque anni in una relazione che più volte definirà come un “abuso costante” – e dopo che lui finisce in prigione – Sharon Van Etten se ne torna a casa per cercare di combinare qualcosa. Quelli che sentono i suoi tentativi su MySpace chiedono se può fare dei cd e spedirli a domicilio. Prima dell’esordio ufficiale, ci sono questi dischi messi insieme alla bella e meglio, registrati da sola e spediti in carta da pacchi marrone. Chissà come si sente il fan che se li ritrova oggi. Non che nel frattempo Van Etten sia diventata una star leggendaria – dubito che un giorno verranno valutati più di mille dollari su Ebay – ma dev’essere bello averla vista crescere sul serio. Essere il tipo di persone che non l’hanno ignorata in un locale. “Per tanto tempo sono stata solo una che suonava prima degli altri. Non ero mai il motivo per cui uscivi di casa”. Fare i musicisti è davvero una cosa per matti. E per disperati. La maggior parte delle volte, ci si ritrova a suonare senza ingaggio in località amene dove la gente vuole solo sentire cover o a fare da vocalist a una sagra di paese.

La prima cosa a cui penso, quando sento la storia di Van Etten, è a quel periodo rischioso tra i vent’anni e i trenta, quando sai di non essere abbastanza vecchio da dover mollare (“non ho mai pensato di lasciar andare o smettere di scrivere. Non saprei neanche come si fa”) – amici e genitori non ti dicono che la musica non sta esattamente andando, sicuramente lo pensano, ma non lo dicono – ma non sei neanche così giovane, mobile e brillante da poter confidare in un trascinante esordio. Anche se si accorgessero di te, saresti, come lei, solo il frutto di una prolungata e ostinata illusione. Già maturo, quando dovresti essere incontaminato. Già triste, quando dovresti solo essere entusiasta. Per quello penso ai fan che si ritrovano le prime copie delle sue canzoni: perché anche loro sono matti, e disperati. E in un momento in cui non si vendono dischi ma in compenso molti cantautori sono un caso prima ancora di essersi presi insulti in un locale, sono loro l’unica consolazione che riesco a sopportare.

continua sul Mucchio in edicola (Maggio 2014)

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