Squarepusher

Il 26 giugno a Roma, Circolo Andrea Doria

"Damogen Furies" è qualcosa di clamoroso. Ne abbiamo parlato con l’artefice che il 26 giugno sarà protagonista della serata romana all'Andrea Doria.
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A molti un disco del genere potrebbe sembrare carino e interessante sì, ma troppo complicato, troppo elettronico, troppo presuntuoso, troppo cupo, troppo poco cupo, troppo fusion (anche se in realtà è una fusion che appare ben di rado, rispetto ad altre meno felici sortite del signor Jenkinson), eccetera eccetera eccetera. Ma per chi è dentro al mondo di Squarepusher, e in generale per chi è dentro all’elettronica che osa il quasi inosabile e che comunque sa lavorare con la scrittura, è un lavoro monumentale. L’artefice, raggiunto al telefono, è esattamente come ce lo ricordiamo dopo il nostro incontro di persona qualche anno fa: analitico, chirurgico nelle parole, asciutto ma non laconico, spesso tagliente.
Sono una persona molto meticolosa? È vero. Ed è proprio questo il punto. È questo l’aspetto contro cui ho combattuto per anni e contro cui continuo a combattere. Se hai una certa inclinazione verso l’essere meticoloso in quello che fai, il rischio è quello di concentrarsi così tanto sulla rifinitura di singoli particolari da perdere la spontaneità dell’insieme. E quando la perdi fra i vari rischi c’è anche quello di perdere entusiasmo ed energia, come autore. Vedi, io di ogni disco – appena esce – sono profondamente insoddisfatto. Quando lo riascolto finito e a registrazioni ufficialmente chiuse, sento solo i difetti. Di Ufabulum, ad esempio, non apprezzavo l’eccesso di maniacalità nel rifinire e tirare a lucido i particolari. Questa insoddisfazione è stata un ottimo motore: perché la voglia di fare un disco meno controllato, per certi versi meno professionale, è stato ciò che ha dato vita a Damogen Furies. Ho cercato l’equilibrio: ovviamente non ho rinunciato alla cura del particolare e del dettaglio, ma ho tentato di far sì che questa cura non andasse ad intaccare la voglia di fare un disco cattivo, aggressivo, che cerca la sfida con l’ascoltatore”. In effetti, così è. Decisamente.

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Un’altra tranche molto interessante di conversazione la si è avuta partendo dalla constatazione di come nell’album appaiono momenti di chiara matrice happy hardcore primi anni 90 e di come, in generale, si stia oggi vivendo un revival di molti aspetti di quel periodo lì, anche e soprattutto nel novero dell’elettronica intelligente – o almeno, quella che fa opinione, da Andy Stott in giù e in su.
Io quell’era l’ho vissuta in prima persona e vederla rivivere è per certi versi bizzarro ed affascinante, per altri non è assolutamente un mio problema. Io non sono preoccupato di citare, o raccontare, o preservare il passato: io sono preoccupato del futuro. Io sono preoccupato di esplorare, in musica, possibilità che ancora non sono state esplorate. Questo non impedisce che ci siano riferimenti a soluzioni già esistenti o già trattate nel passato, ma la mia preoccupazione principale continua essere quella di percorrere strade apparentemente non battute. Io non provo nessun piacere particolare nel ritirare fuori cose già codificate nel passato, men che meno se questo diventa un mezzo per enfatizzare l’interesse delle persone verso quello che fai – cosa che vedo succedere abbastanza spesso. Detto questo, nella storia della musica ci sono molti momenti significativi e non si capisce perché debbano scomparire o, altra faccia della stessa medaglia, essere oggetto di speculazione revivalista. Perché non possono semplicemente continuare ad esistere? Perché prima vanno bene, poi non più, poi vanno bene di nuovo? Ho il sospetto che questo atteggiamento sia figlio di un approccio alla musica volontariamente, o involontariamente, ipercapitalista. Per rendere sempre il prodotto nuovo più desiderabile del vecchio prodotto. Ma ripeto, questa è una discussione che non mi interessa. Non voglio sembrare arrogante, ma non ho tempo: a malapena ho tempo abbastanza per fare una piccola quantità delle cose che vorrei fare, delle strade in musica che vorrei esplorare, figuriamoci se ne utilizzo altro – distogliendo così anche energie mentali – per riflettere su discorsi come questo. Quando sentirò di aver finito di esplorare in musica, di aver percorso tutte le strade, forse mi dedicherò a riflettere su questioni come la retromania”.

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