Sufjan Stevens

L'invenzione della madre

Sufjan Stevens
L'invenzione della madre

Nel 2013, il fotografo Joshua Lutz ha pubblicato Hesitating Beauty, un libro dedicato alla madre affetta da schizofrenia: “Mia zia dice che sono nato in un periodo di lucidità e amore tra i miei genitori, una pausa in mezzo all’isteria e alla confusione. Mi piace pensare a quel momento di chiarezza nelle loro vite. Forse per un po’ le nuvole si sono diradate davvero, forse no; mio padre e mio fratello la raccontano in maniera diversa. Studiando l’archivio di famiglia, mi sono reso conto che dal ricordo di come sono andate le cose, sono passato al desiderio fortissimo di cambiarle”.

Anche il nuovo disco di Sufjan Stevens parte da una madre e da una fotografia. Carrie, la donna ritratta in copertina insieme al compagno Lowell, soffriva di schizofrenia, alcolismo e depressione, e si è allontanata da casa quando il musicista aveva un anno. Stevens l’ha frequentata saltuariamente durante un paio di estati in Oregon, ed è a quel periodo che fanno riferimento diverse canzoni. Il resto è la cronaca crudele e fiabesca della scomparsa di Carrie e dell’impatto che questa ha avuto sul cantante. Pensiamo che l’entità del lutto sia proporzionale alla nostra vicinanza e all’intimità con chi muore, ma cosa ci fa la scomparsa di un genitore che abbiamo dovuto inventare?

Leggendo le prime pagine de La morte del padre di Knausgaard, riconosciamo che un cadavere smette di avere senso a prescindere, sul tavolo dell’obitorio. So di una persona a cui hanno chiesto di reclamare il corpo di un parente investito, un verbo che si associa al ritiro dei bagagli in aeroporto: la depersonalizzazione inizia presto; per uno come Sufjan Stevens inizia solo prima e, quando la madre muore, si accanisce su quell’assenza perché da quel momento gli mancano informazioni con cui riempire gli spazi, ricordi di cose mai successe da reclamare.

A differenza di Benji di Sun Kill Moon in cui Kozelek usava se stesso per raccontare esperienze comuni, Stevens usa se stesso per spiegarsi. “Questo non è un progetto artistico, è la mia vita”, il che vale per dozzine di prodotti artistici da cui siamo stati subissati negli ultimi anni, con esiti più o meno nobili. Ci sono memoir che a leggerli pensi quanto tu sia vicino all’autore; qui invece la malinconia è così dettagliata e precisa che non è quasi mai condivisa e ci mette in una posizione di ascolto e quasi mai di immedesimazione, sollecitando una forma diversa di empatia: non tutti conoscono l’abbandono e la malattia, tutti conosciamo la morte. Carrie & Lowell è il disco più nudo e dimesso di Stevens, senza particolare inventiva o variazioni, ma è anche il suo lavoro più riuscito.

Di solito non mi piace quello che mi fa la musica religiosa; mi innervosisce il modo in cui mi spinge all’elevazione malgrado la mia razionalità. Ma non saprei definire la musica di Stevens in un altro modo: per cosa dice, per come lo dice. Quando ammette che la cosa migliore che abbia fatto sua madre è stata abbandonarlo perché non era in grado, mi accorgo che questo memoir sonoro ha una tragica luminosità prossima al divino. È uno degli album più
tristi che abbia sentito di recente, ma allo stesso tempo è stato capace di spalancare una felicità che arriva dalla brutale consapevolezza prima, e dalla pacata accettazione dopo. Tra le altre cose, fa pensare a Mommy di Dolan, e quanto a una lettura superficiale anche quella sembri la storia di una madre che abbandona il figlio. Ma è vero anche il contrario. La malattia mentale implica diverse domande, e una delle più dolorose è: chi sta lasciando chi? Nel caso di Lutz, di Stevens o del protagonista di Mommy, la risposta non è univoca: ci sono diversi gradi di ambiguità in ogni separazione.

Sufjan Stevens si fa male, a volte anche troppo, ma non ne fa a noi, e instilla il dubbio che tutti diventiamo figli solo negli intervalli.

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