Sun Araw

Conga Mind

Texano trapiantato in California, Sun Araw è uno degli interpreti più interessanti della nuova psichedelia. Per Drag City è appena uscito il suo nuovo album, il settimo, dal titolo "Belomancie" (recensione sul Mucchio di marzo). Questa la nostra intervista raccolta in occasione del suo ultimo passaggio in Italia.
Sun Araw
Nuovo album per Drag City. La nostra intervista di qualche tempo fa

Non sopporto Sun Araw, perché fa il reggae che piace ai noiser”. Questa potenziale condanna definitiva, emessa da un fidato esperto di psichedelia, mi risuona nella testa mentre saluto Cameron Stallones aka Sun Araw. Sentenza mortale a cui si aggiunge un’aggravante: Sun Araw sta pure nelle playlist su Spotify di qualche “hipster”. La verità è che, per apprezzare la sua ricca sostanza musicale, è necessario andare oltre l’apparenza del giovane e colorato californiano weird. Basterebbe vederlo live, condizione in cui le sue doti improvvisative incrociano un senso del ritmo e una concezione dell’acid-psych non convenzionali con un’eccezionale capacità esplorativa di luoghi sonori di un (inner) world disegnati con creatività e rispetto “degli originali”, che siano dub o psichedelia “dal mondo” – il tutto suonato e mai riprodotto con un computerino.

Il punto di forza di Cameron Stallones sta nell’essere sempre alla ricerca, consapevole ma senza sovrastrutture, di un’evoluzione. Questa è anche la differenza con il (più immobilista) giro hypnagogic, il genere “codificato” nel 2009 da David Keenan su “The Wire”, in cui una serie di band dell’underground americano con provenienze geografiche e musicali diverse – da Los Angeles a New York, dal noise al pop lo-fi elettronico – nella seconda metà dei Duemila si ritrovarono proiettate verso un orizzonte comune, che recuperava i suoni synth-pop degli anni 80, rielaborandoli attraverso il filtro velatamente onirico (da qui “ipnagogico”) del ricordo, musicalmente tradotto in una sorta di psichedelia-giocattolo e/o crepuscolare new age da cameretta, anche godibile nelle sue prime espressioni. Insieme a James Ferraro, Ducktails, Rangers, Ariel Pink, Emeralds, Zola Jesus, Pocahaunted e una manciata di altri, i primi album di Sun Araw (usciti tra il 2008 e il 2009) fanno parte di questa espressione dell’hauntology in musica, dove lo spettro del passato aleggia massiccio sui suoni del presente.

Cameron Stallones, in effetti, è un grande amante della musica del passato. Ma non di quella ’80s. “Per gran parte della mia vita ho ascoltato musica vecchia, al liceo ero pazzo per i Thin Lizzy. Poi è arrivato Neil Young: con lui sento una profonda corrispondenza emotiva, nei suoni ma anche nei testi, che molti criticano: sono semplici ma per me arrivano dove altri non riescono. Album come Zuma o On The Beach trasmettono un senso di beatitudine e una sincerità uniche, sensazioni che vengono unite a una grande attenzione per la consistenza e la qualità del suono”. Se una connessione puramente musicale con Neil Young, del quale coverizzò nel 2011 Thrasher, è rintracciabile solo scavando in profondità, è la parola sincerità ad avvicinare la “cosmologia” del più o meno trentenne originario di Austin con quella del rocker canadese. Più riconoscibile, invece, l’influenza di un altro baluardo del rock “classico”, soprattutto nell’ultimo The Inner Treaty. “Ogni tre mesi, Bat Chain Puller e Doc At The Radar Station di Captain Beefheart diventano l’unica musica che ha senso per me. Le sue strutture spezzate, insieme ai dischi di Neil Young, sono stati ascolti fondamentali, fin dai tempi dei Magic Lantern”.

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Foto di Natasha Phillip

L’attività musicale di Cameron Stallones, infatti, comincia prima di Sun Araw – qualche tempo dopo che da Austin si è trasferito a Long Beach (e poi a Los Angeles) – con una band di amici pubblicata dall’etichetta che ha maggiormente segnato la “scena” noise e poi ipnagogica (non solo) californiana, la Not Not Fun. “Con i Magic Lantern facevamo interminabili jam psych rock, ripetendo un riff per decine di minuti: roba che ti stravolge fisicamente e psicologicamente. Non ci siamo mai sciolti, ma a un certo punto ho sentito il bisogno di viaggiare altrove. D’altra parte, Sun Araw è solo in parte diverso dai Magic Lantern: entrambi i progetti condividono un modo di comporre basato sull’improvvisazione e su idee musicali non appartenenti alla tradizione occidentale. L’approccio alla composizione è circolare, modale, come nella cultura africana, o in quelle dell’Est asiatico o quella Giamaicana”. Ed ecco che il caleidoscopio Sun Araw comincia a comporsi. “Ascolto un sacco di gamelan music (la musica delle orchestre indonesiane composte da metallofoni, xilofoni, tamburi, ecc. NdR), tantissima musica tradizionale dei Paesi dell’Est può essere definita psichedelica. La musica popolare indonesiana mi fa impazzire, come anche la tradizione psych-noise del Giappone, quella di Les Rallizes DéNudés o di Magical Power Mako, per esempio”. Non poteva essere diversamente con un nome preso in prestito per metà dalla lingua tagalog delle Filippine: “Araw significa luce, sole o giorno. Per cui Sun Araw può significare ‘giorno di sole’ o anche ‘sole’ ripetuto due volte. Quando ho visto la parola ‘araw’ mi è sembrata subito positiva. Amo Sun Ra (la pronuncia è praticamente è la stessa, NdR) e ho pensato che in fondo la nostra musica fosse diversa e si potesse rischiare questa assonanza”.

Se c’è, però, una “filosofia cosmica” vicina a Sun Araw è quella dei numi roots reggae The Congos; i loro riverberi dub e lo spirito DIY riecheggiano negli ultimi album di Stallones, dalla trance liquefatta di On Patrol alle allucinazioni elleniche di Ancient Romans, fino all’impasto iper surreale di The Inner Treaty, passando per la quadratura del cerchio attraverso Icon Give Thank, collaborazione con i quattro Congos e l’amico e sperimentatore synth-oriented M. Geddes Gengras, nell’ambito del progetto FRKWYS, in cui giovani musicisti si ritrovano a suonare chi li ha ispirati. “L’unica imposizione che ci siamo dati è stata di evitare un album reggae, che sarebbe stato terribile. Inizialmente con Geddes abbiamo messo insieme le basi, mentre loro ci osservavano. Sembravano un po’ confusi dal nostro registrare e aggiungere parti in continuazione. Poi, senza che dovessimo spiegarci a parole, hanno riconosciuto uno spirito comune. Non hanno cambiato nulla della nostra non-struttura totalmente folle, ma da quel momento sono stati in grado di portare il lavoro, attraverso voci e percussioni, a livelli incredibili. Si sono inseriti perfettamente nella nostra forma ciclica, trovando opportunità che noi stessi non avremmo immaginato”. Dal Texas al Canada, passando per Indonesia e Giamaica, si torna a LA. “A metà dei Duemila a Los Angeles c’era un locale, l’Echo Curio, attorno al quale girava la scena tra noise e psichedelia che poi Not Not Fun ha intercettato e valorizzato con spirito DIY – una gestione da cui ho imparato molto per la mia piccola label Sun Ark. Era uno dei locali di riferimento per la musica sperimentale della zona, che abbracciava molti generi diversi ma uniti da una comune attitudine esplorativa. Questo approccio, a Los Angeles, avvicina tutt’oggi chi segue l’hip hop sperimentale della Brainfeeder di Flying Lotus, la Footwork (street dance ultra fisica nata a Chicago, NdR) e magari la psichedelia sperimentale. È molto stimolante”.

Nei prossimi mesi, a nome Celebrate Music Synthesizer Group (in line up, oltre a Stallones, M. Geddes Gengras, Butchy Fuego e Tony Lowe), uscirà un album registrato al Worm, museo dei sintetizzatori con sede a Rotterdam. Per farci un’idea, oltre a un brano sul suo sito, teniamo a mente una frase detta fra le righe da Sun Araw: “Quando sento che sto percorrendo una strada che ho fatto altre volte mi annoio. E soprattutto, mi sento terribilmente insicuro”.

Pubblicato sul Mucchio 707

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