Suoni: best of 2017 (pt.1)

Mentre sul numero di dicembre del Mucchio Selvaggio, attualmente in edicola, abbiamo messo in fila i migliori del 2017, qui, invece, dedichiamo spazio alle preferenze individuali del nostro staff.
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È stato con ogni probabilità un 2017 con meno dischi in grado di mettere tutti d’accordo rispetto all’anno precedente, ma notevole in quantità ed eterogeneità. La fine del sogno americano, dell’American Dream per citare LCD Soundsystem, si fa metafora della fine di qualsiasi sogno. Dall’avvento di Trump in giù, la situazione sociopolitica nel mondo non è delle più rosee, segnata da un regresso civile e culturale. In tanti hanno risposto con lavori quando oscuri quando energici: Algiers, Black Angels, Downtown Boys, Protomartyr, Priests, ecc. Dalle nostre parti, Baustelle. C’è anche chi ha reagito tornando fieramente alla confessionalità, alla vulnerabilità: da Arca a Loyle Carner, da Cigarettes After Sex a Moses Sumney o TORRES. C’è poi chi è ormai diventato icona che riflette il nostro tempo, rockstar al di là del “genere”: Kendrick Lamar, St. Vincent. E ci sono gli italiani che ci riempiono di orgoglio pubblicando con etichette internazionali, a conferma dello spessore della proposta: Julie’s Haircut, Clap! Clap! e Sequoyah Tiger, per dire.

Sul numero di dicembre del Mucchio Selvaggio, attualmente in edicola, ci siamo dedicati in prevalenza ai titoli che hanno rispecchiato la linea editoriale tenuta dal magazine nel corso di questi 12 mesi, tramite una lista di 50 dischi commentati e altri 50 dischi segnalati. Alle prime dieci posizioni, LCD Soundsystem, Kendrick Lamar, St. Vincent, Arca, King Krule, Laurel Halo, Julie’s Haircut, Priests, Sequoyah Tiger, Kaitlyn Aurelia Smith. Elettronica, new wave, hip hop, glam-pop, modern blues, avanguardia, post-jazz, psichedelia, punk rock, synthpop: ce n’è per tutti i gusti, a conferma dell’abbondanza dell’offerta e dell’impossibilità di definire in maniera univoca ciò che ascoltiamo, oggi più che mai. Qui, invece, dedichiamo spazio alle preferenze individuali del nostro staff.

 

GIULIO BARTOLOMEI

  1. Ibeyi – Ash

Ibeyi-Ash-Cover-4000-130717Una bandiera che rappresenta il mondo, questo è Ash. Un album globale, politico, reazionario, che sprona ad agire. Lo fa in modo apparentemente elementare, che è il punto di forza delle due gemelle franco-cubane, che dei fondamentali valori umani si fanno sempre più portavoce. Con il loro secondo disco le Ibeyi passano dal personale all’universale, dall’elaborazione del lutto alla pienezza della vita. Frutto autentico di questi tempi, qui si incontrano universi e lingue diverse, e la loro eredità musicale si intreccia con la modernità. In un mondo sempre più globalizzato ma separatista, queste canzoni diventano slogan sulla consapevolezza, slogan di denuncia, dove si reclama a gran voce rispetto e senso di comunità. Le sorelle Diaz chiamano a raccolta ospiti prestigiosi e si lasciano possedere dal ritmo, dalle melodie e da dinamiche vocali che le vedono sempre più complici. Ash è un disco pieno d’amore fraterno, un inno alla vita e un invito a non rinunciare. Quando la musica si fa speranza.

  1. Aldous Harding – Party
  2. Perfume Genius – No Shape
  3. The National – Sleep Well Beast
  4. Le Luci Della Centrale Elettrica – Terra
  5. Big Thief – Capacity
  6. Baustelle – L’amore e la violenza
  7. Valeria Caliandro – La seducente assenza
  8. Christaux – Ecstasy
  9. The xx – I See You

 

EMANUELE BRUNETTO

  1. Roger Waters – Is This The Life We Really Want?

R-10364702-1496243936-1121.jpeg25 anni di silenzio sono un’infinità, specie se la bocca/penna in questione è quella pesante e mai doma di Roger Waters. L’ex Pink Floyd è tornato con un disco che trasuda da ogni nota la sua incredibile e inavvicinabile carriera, con echi chiari e solchi profondi che è impossibile non notare, ma che grazie al lavoro alla produzione di Nigel Godrich si fregia comunque di un sound ammodernato sotto ogni punto di vista. La costante sono i fantasmi che Waters si porta dietro da tutta la vita, mentre il modo in cui li affronta è quello di un uomo ormai anziano, che non ha più la forza e probabilmente la voglia di prenderli di petto, ma piuttosto preferisce star seduto a un tavolo con loro, quasi a voler trovare un accordo per una reciproca e tollerabile convivenza per il tempo che ancora avranno da condividere. Il risultato è una bellezza infinita che rende Is This The Life We Really Want? un tassello dal valore se non pari quantomeno vicino a quello del passato illustre di Waters.

  1. Kendrick Lamar –DAMN.
  2. Algiers – The Underside Of Power
  3. Kelela – Take Me Apart
  4. Moses Sumney – Aromanticism
  5. Billy Corgan – Ogilala
  6. St. Vincent – MASSEDUCTION
  7. Queens Of The Stone Age – Villains
  8. Ibeyi – Ash
  9. Slowdive – Slowdive

 

ALBERTO CAMPO

  1. Arca – Arca

arcaNon che avessi chissà quali dubbi, ma se mai ci fossero stati si sarebbero dissipati assistendo alla performance di Alejandro Ghersi all’ultimo “Club To Club”. In una parola: fenomenale. Ha intelligenza musicale rara, slancio emotivo travolgente, sfacciata impudenza sessuale e un’ammirevole audacia nell’esporre la propria vulnerabilità. “Ecco la mia voce e le mie viscere: sentitevi liberi di giudicare”, diceva presentando l’album e sottolineando di aver vinto – grazie a Björk – la renitenza a cantare. Avventuroso dal punto di vista formale e denso di sentimento, quel disco aveva del resto pochi rivali tra quelli usciti durante l’anno (e non è che ne manchino di notevolissimi: da DAMN. a MASSEDUCTION, per citarne un paio da podio). È soprattutto il personaggio a svettare, comunque, a maggior ragion considerandone le radici in un paese sull’orlo della bancarotta, essendo venezuelano di nascita. E poi, nel mare tempestoso dei giorni in cui ci tocca navigare oggigiorno, abbiamo davvero necessità di un Arca.

  1. Kendrick Lamar – DAMN.
  2. St. Vincent – MASSEDUCTION
  3. LCD Soundsystem – American Dream
  4. Circuit Des Yeux – Reaching Indigo
  5. The xx – I See You
  6. Kaitlyn Aurelia Smith – The Kid
  7. Godspeed You! Black Emperor – Luciferian Towers
  8. Fever Ray – Plunge
  9. Carl Brave x Franco 126 – Polaroid

 

JORI DIEGO CHERUBINI

  1. Baustelle – L’amore e la violenza

100800581-b492e48c-2f7c-4ac5-bbb7-e7bd006282a0Quando si raggiunge il settimo album, motivazioni e ispirazione svaporano lasciando spazio al mestiere. Ma non per i Baustelle: gruppo sottostimato in ambiente indie pop-rock e mai accolto pienamente tra le fila del mainstream; condizione (involontaria) che si posa tra il Miami e Sanremo. L’amore e la violenza è un diamante sgrezzato da Francesco, Rachele e Claudio. Se Fantasma era considerato eccessivamente sinfonico, qui si tagliano sperimenti e fronzoli per puntare al cuore delle canzoni, e non accadeva dai tempi del Sussidiario. Love, è il tratto d’unione col penultimo lavoro, e cala di schianto per lasciare spazio a Il Vangelo di Giovanni (“La mia vera identità“, e siamo dalle parti di Pasolini). Amanda Lear è irresistibile nell’infarcire la dance anni 80 d’amore (con l'”a” minuscola), violenza e un ritornello che si stampa in mente. La vita sono considerazioni alte in un contesto di “musica leggera” (Battiato docet). La prova più matura della band, perché si canta dall’inizio alla fine.

  1. Cigarettes After Sex – Cigarettes After Sex
  2. Grandaddy – Last Place
  3. Arcade Fire – Everything Now
  4. Giorgio Poi – Fa niente
  5. The Dream Syndicate – How Did I Find Myself Here?
  6. Andrea Laszlo De Simone – Uomo donna
  7. The War On Drugs – A Deeper Understanding
  8. Ianva – Canone europeo
  9. Le Luci Della Centrale Elettrica – Terra

 

CHIARA COLLI

  1. Children Of Alice – Children Of Alice

coaIn questi 12 mesi il disco che mi è rimasto nel cuore e nelle cuffie è più una fiaba onirica che un “lavoro in studio”, più una dimensione ideale che un insieme di note e parole, più un rifugio speciale che una “semplice” successione di brani. La scelta di Children Of Alice come disco dell’anno ha sicuramente in sé una componente affettiva, legata ai Broadcast e al lavoro di innovazione della materia sonora – con grande consapevolezza del passato e una fanciullesca fiducia nel futuro – che hanno rappresentato per chi scrive ma anche per la musica alternativa degli ultimi venti anni. Un disco misterioso 
ed evocativo, questo di James Cargill insieme a Julian House del Focus Group e Roj Stevens, che prosegue quel lavoro ma con una veste diversa, a metà tra il ricordo di Trish Keenan (così ispirata
dal romanzo di Carroll) e la creazione di un’identità nuova, già da qualche anno attiva nel circuito Folklore Tapes a nome Children Of Alice. Una narrazione che nella sua frammentarietà – fra collage, effetti, suoni del reale e dell’immaginario – trova la strada per essere psichedelico, folk, sperimentale, sovrannaturale e concreto. Tutto senza essere nulla di specifico, se non un luogo magico.

  1. Flowers Must Die – Kompost
  2. Golden Retriever – Rotations
  3. King Krule – The OOZ
  4. Kaitlyn Aurelia Smith – The Kid
  5. Julie’s Haircut – Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin
  6. The Dream Syndicate – How Did I Find Myself Here?
  7. Blak Saagan – A Personal Voyage
  8. Courtney Barnett & Kurt Vile – Lotta Sea Lice
  9. Jane Weaver – Modern Kosmology

 

GIULIANO DELLI PAOLI

  1. Caterina Barbieri – Patterns Of Consciousness

CS645087-01A-BIGDopo le intense ascensioni elettroniche dell’esordio Vertical, Caterina Barbieri giunge al suo secondo album con una consapevolezza compositiva disarmante. Ascoltando i 7 brani si potrebbero scomodare le varie Suzanne Ciani e Laurie Spiegel, ma anche i divini Cluster, sua maestà Manuel Göttsching e il sempre poco citato Michael Bundt. Insomma, gran parte del meglio del passato. Eppure, in Patterns Of Consciousness la compositrice bolognese si avvale “soltanto” di un sequencer a quattro tracce ER-101 e di un oscillatore armonico Verbos, per dare vita a una serie di pattern stratificati con arte certosina e fatti muovere su vari piani con il nobile intento di agganciarsi alla coscienza umana, generando così una sorta di flusso elettronico continuo che ammalia ed eleva e progressioni capaci di proiettare l’immaginazione su tele surreali, esaltando le più recondite percezioni emotive. Prendono quota loop melodici delicati, oscillazioni estatiche e sorprendenti a cui è impossibile resistere. Un disco curato e definito con la stoffa dei grandi, e un progetto a suo modo unico, a cui fa capo una ricerca sensoriale e sonora di altissimo spessore. Un’incantevole scoperta. Una meraviglia da tramandare ai posteri.

  1. King Krule – The OOZ
  2. Thundercat – Drunk
  3. Blanck Mass – World Eater
  4. M. E.S.H. – Hesaitix
  5. Horrors – V
  6. Emel Mathlouthi – Ensen
  7. Residente – Residente
  8. Arca – Arca
  9. Linda Perhacs – I’m A Harmony

 

SIMONE DOTTO

  1. Dirty Projectors – Dirty Projectors

dirty-projectorsIn un’annata ricca di buoni titoli ma avara di grandi sorprese, il primo posto va a un disco che chi scrive ha prima odiato e messo da parte, poi riscoperto e ascoltato a ripetizione, rimanendoci impigliato quasi senza volerlo. Nonostante porti il nome della band che Dave Longstreth ha guidato per 15 anni, Dirty Projectors vede il newyorchese praticamente da solo al timone: doveva e voleva essere l’album della sua consacrazione a quell’R&B artistoide che ha ripetutamente corteggiato collaborando ora con Kanye West ora con Solange, e in parte è anche questo. Dietro le geometrie di un suono mai così “quadrato” e le ruffianerie che fanno il verso al pop da classifica, i testi che cantano della rottura con l’ex compagna di band Amber Coffman mostrano però una sincerità ossessiva e spigolosa che nemmeno le scelte di produzione levigano. In un periodo in cui l’hip hop si riscopre confessionale e i songwriter si danno in massa all’Auto-Tune, Longstreth dà prova di essere avanti a tutti e al di sopra di tutto.

  1. LCD Soundsystem – American Dream
  2. Feist – Pleasure
  3. Nadia Reid – Preservation
  4. Noveller – A Pink Sunset For No One
  5. Ben Frost – The Centre Cannot Hold
  6. Protomartyr – Relatives In Descent
  7. Slowdive – Slowdive
  8. Mount Eerie – A Crow Looked at Me
  9. William Basinski – A Shadow In Time

 

FABIO GUASTALLA

  1. The Clientele – Music For The Age Of Miracles

The-Clientele-Music-for-the-Age-of-MiraclesA dispetto di una discografia tanto consistente quanto meritevole, la critica e il “grande pubblico” sembrano aver relegato The Clientele all’eterno ruolo di outsider, forse anche a causa del garbo e del pudore che sono parte integrante del carattere e dello stile dei londinesi. Ciò non toglie, però, che Alasdair MacLean e soci continuino a far brillare gli occhi di chi pensa che il pop non sia solo plastica e mercificazione, ma tre lettere da nobilitare e rifinire con cura. Ecco, a fronte di tanti titoli strombazzati – a ragione o a torto – ma forse buoni per una o al massimo due stagioni, io continuo a preferire la cura artigianale dei Clientele, fautori di un’arte senza tempo, e dunque dal valore inestimabile. A ben 7 anni dalla precedente prova in studio, e nel bel mezzo di un’annata davvero fiacca per chi scrive, Music For The Age Of Miracles va a colmare un lungo vuoto e al tempo stesso rappresenta un indispensabile toccasana per questa epoca che di miracoli ne avrebbe un disperato bisogno.

  1. Godspeed You! Black Emperor – Luciferan Towers
  2. Oh Sees – Orc
  3. King Krule – The OOZ
  4. The Black Angels – Death Song
  5. Raoul Vignal – The Silver Veil
  6. Flowers Must Die – Kompost
  7. Bee Bee Sea – Sonic Boomerang
  8. Jane Weaver – Modern Kosmology
  9. Temples – Volcano

 

DAMIR IVIC

  1. Washed Out – Mellow

mistermellow_washedoutIn realtà per certi versi la scelta più giusta sarebbe American Dream di Murphy e soci: se si incrociano qualità, attesa e impatto, nelle uscite del 2017, la risultante è di sicuro LCD Soundsystem. Ma visto che ne parleranno in tanti, fateci portare l’attenzione su un lavoro di cui parleranno in pochi. Mr. Mellow è un bel disco. Soprattutto, è un bel disco di un tizio – Washed Out – che per cinque minuti è stato al centro dell’hype, quando o eri chill wave o eri sfigato. Tipo che Toro y Moi o Neon Indian sembravano il presente o il futuro della musica. Non lo erano. Washed è sempre stato il migliore del lotto. E andare a finire fra le braccia della Stones Throw, come prevedibile lo ha innervato di un po’ di creatività e solidità hip hop, facendogli trovare la quadra perfetta: non rinuncia ai sogni, ma non sono troppo vaporosi, troppo scicchettosi, troppo zuccherosi. Sono invece perfettamente costruiti, con un sacco di trovate brillanti ma senza inutili vezzi. Esiste vita dopo l’hype. Ma in quanti se ne accorgono?

  1. LCD Soundsystem – American Dream
  2. Red Axes – The Beach Goths
  3. Si Begg – Blueprints
  4. Antwood – Sponsored Content
  5. Dave Clarke – The Desecration Of Desire
  6. Duran Duran Duran – Duran
  7. Soulwax – From Deewee
  8. Four Tet – New Energy
  9. King Krule – The OOZ

 

GIOVANNI LINKE

  1. John Maus – Screen Memories

1ef7694a655f40da3d8d069c30c47a8b-1000x1000x1Se negli scorsi anni alcune classifiche parevano scriversi da sole (pensiamo al 2016 e alla tripletta Bowie, Cave, Harvey), nel 2017 pur con tante buone uscite a disposizione ho avvertito un certo grado di insoddisfazione. Vero è che per arrivare a 10 titoli nessuno mi ha obbligato, a malincuore ho pure gettato dalla torre qualche titolo ed è con convinzione che nomino Screen Memories il mio favorito in assoluto. E se quest’uggia fosse riconducibile proprio al synthpop intellettuale e decadente con cui Maus è tornato dopo l’interruzione di qualche anno fa? La costruzione di melodie perfette, suoni cupi e ferrosi particolarmente azzeccati, testi asciutti come ordini da impartire… Tutto sembra concorrere affinché ogni passaggio rimanga in testa il più velocemente possibile, lasciando al contempo un senso di vuoto e incontenibile minaccia. In un momento di lucidità scosto il velo che annebbia la mia mente: forse Screen Memories è riprogrammazione fatta musica, ma per me è ormai tardi e non posso fare altro che amarlo.

  1. Melanie De Biasio – Lilies
  2. Moses Sumney – Aromanticism
  3. PWR BTTM – Pageant
  4. The Magnetic Fields – 50 Song Memoir
  5. Ulver – The Assassination Of Julius Caesar
  6. Rose Elinor Dougall – Stellular
  7. Ibeyi – Ash
  8. Perfume Genius – No Shape
  9. Rostam – Half-Light

 

FRANCESCO LOCANE

  1. Mount Eerie – A Crow Looked At Me

mount-eerieDeath is real / Someone’s there and then they’re not / And it’s not for singing about / It’s not for making into art / When real death enters the house / All poetry is dumb”: così Phil Elverum comincia a raccontare i giorni e i mesi successivi alla morte per cancro della moglie musicista e illustratrice. Usa pochi strumenti, per lo più quelli della stessa Geneviève, e versi semplici che inchiodano di fronte alla concretezza multiforme del dolore. Partiture minimali accompagnano in maniera equilibratissima le parole dalle quali si generano i brani stessi, che rinunciano a ricorrenze strutturali, ritornelli e strofe per seguire appunti autobiografici, flussi di coscienza e ricordi. Le precise indicazioni temporali che punteggiano ogni testo non fanno perdere un grammo di potenza a un album difficile, duro e dolce allo stesso tempo, in cui l’atroce dialettica tra chi non c’è più e chi rimane emerge con una purezza e una sincerità abbagliante: “Shining alive / I live with your absence”.

  1. The Magnetic Fields – 50 Song Memoir
  2. St. Vincent – MASSEDUCTION
  3. Cesare Basile – U fujutu su nesci chi fa?
  4. Ibeyi – Ash
  5. Hurray For The Riff Raff – The Navigator
  6. Randy Newman – Dark Matters
  7. The Mountain Goats – Goths
  8. Sampha – Process
  9. Jlin – Black Origami

Segue pt.2

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