Swans

E la luce fu

In occasione del tredicesimo album della band di Michael Gira, chiedemmo ad un'inviata speciale di incontrare lo schivo musicista americano che ad ottobre tornerà in Italia per quattro date, motivo per cui riproponiamo questa bella intervista di Simona Darchini, in arte Gretchen.
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La definizione degli Swans che viene spesso attribuita a Michael Gira – “maestose, splendide creature, con un pessimo carattere” – parrebbe frutto della fantasia di un giornalista. Dopo la sua prima apparizione, altri avrebbero cominciato a riportarla in ulteriori articoli, fino a condurre più o meno tutti a considerarla farina del sacco di Michael. “L’ho trovata spesso anch’io, soprattutto in Rete. Pensare che io avevo scelto il nome Swans (‘Cigni’, NdR) in quanto ritenevo rimandasse ad un’immagine gradevole, ma neutrale. Non volevo una definizione alla musica che facevamo, e proprio per questo avevo scelto quel termine”.
Di una cosa importa, a Gira, tanto da riprendere il concetto più volte durante l’intervista: “Non me la sento di fare dichiarazioni sulla vita in generale. Sono solo un uomo, non un prete. Non penso di averne il diritto. Credo che nessuno, per la verità, ce l’abbia”.

Penso che un articolo privo di un punto di vista sia utile quanto un accendino scarico, e che la scorrettezza di chi scrive rischi di insinuarsi non tanto nell’averne uno, quanto nel far credere a chi legge di esserne al di sopra. L’ultima cosa che vorrei è restituire un’immagine idealizzata del frontman degli Swans. Intervistarlo, poi, non è certo stata una passeggiata. Ma al Michael Gira che mi sono trovata di fronte brillano gli occhi solo quando parla di qualcuno che ammira, o di qualcosa che lo appassiona, e mai quando si trova a dover parlare di sé.

Swans

Michael Gira mi accoglie al Locomotiv di Bologna verso le 19, rilassato e sorridente. Mentre ci accomodiamo nel backstage gli spiego, per sommi capi, come sono finita lì. Non sembra troppo infastidito dal fatto che io non sia esattamente una reporter. Voglio subito parlare con lui del calore che attraversa To Be Kind, calore inedito che sembra provenire direttamente dal Sole, cui è rivolta la vera e propria invocazione di Bring The Sun / Toussaint L’Ouverture – oltre mezzora di musica, rituale più che descrittiva. “Non so se sia il concetto del Sole in particolare, ma certamente mi interessavano alcune idee legate ad esso: il suo sorgere, la gioia, e una sorta di estasi totalizzante”.
Gira si rapporta spesso alle forze della Natura, nei suoi testi, come a vere e proprie entità divine. Gli chiedo del suo approccio diretto alla Natura. “Sono un uomo, e in quanto tale mi rivolgo a queste forze. Ma penso che anche Internet sia parte della Natura. Tutto è parte della Natura. Non so che sto dicendo!”. O forse lo sa: “Scrivo le cose così come nascono dentro la mia testa e cerco di organizzare quello che ne viene fuori, e in questo non parto da un punto di vista filosofico, ma tento di illustrarlo, di farne un’esperienza. Mi importa più di poter vivere un’esperienza che di insegnare qualcosa a qualcuno. La Natura può coincidere anche con la coscienza: la esperiamo in quanto siamo noi stessi parti di essa”.
Se taglia corto a proposito della title track (“To Be Kind è una canzone d’amore”) e della genesi di Natalie Neal (“Natalie è una buona amica!”), si dilunga invece più volentieri a proposito di Just A Little Boy (For Chester Burnett), sorta di blue song del terzo millennio, dedicata alla nota icona del blues: “Non mi importava tanto di celebrare il blues, quanto la figura di Howlin’ Wolf, una sorta di eroe per me. All’epoca per chiunque avesse la pelle nera era estremamente difficile fare qualsiasi cosa, figuriamoci suonare, o avere successo. Con questo suono e questa musica influenzò la cultura mondiale, insieme a Muddy Waters, per esempio. Ha avuto una vita straordinaria e cambiò il mondo intero, ed era solo un ragazzo di quattordici o quindici anni che veniva dal Sud, senza scarpe. Anche la sua voce è una grande fonte d’ispirazione: simile a quella di un cantante lirico, con un’estensione straordinaria e un bellissimo falsetto. In questo brano trovo di aver cantato in maniera, per certi versi, simile alla sua; così gliel’ho dedicato, per ringraziarlo”.

Secondo Gira l’Arte, come ha dichiarato in precedenza altrove, non deve essere sentimentale, ma non per questo non può contenere emozioni e desideri tremendamente
intensi. Quando gli domando se il fatto, difficilmente trascurabile, che la parola “love” compaia tanto di frequente in questo disco rappresenti a suo parere più una sorta di sete d’amore, o il desiderio di diffonderlo il più possibile, resta qualche secondo in silenzio, poi spalanca gli occhi: “Mi stai chiedendo forse di definire cosa sia l’Amore?”. Il vicolo è cieco, e qualsiasi risposta si eclissa in una risata collettiva. Decido allora di passare ad altro: voglio saperne di più riguardo ai suoi studi artistici, come abbiano interferito nel suo modo di scrivere canzoni. “Mi ha influenzato soprattutto la disciplina che è insita nel fare Arte. Il prestare attenzione a come le cose vengono percepite, o al contesto in cui si trovano. L’aspetto esperienziale dell’Arte ha influenzato forse non tanto la mia musica in sé, quanto il modo in cui questa viene proposta. Nei primi tempi ero interessato alla performance art, ad artisti che avessero proposto esperienze estreme di qualche tipo – quali, per esempio, Hermann Nitsch o Chris Burden”. Conosce anche Gina Pane: “Avevo pubblicato una rivista e a Los Angeles e nel ’79 la intervistammo. La vidi in azione e volli parlarle. In ogni caso, ora tendo a concentrarmi solo sulla musica”. E poco dopo, in tema di atto creativo: “Penso che processo e risultato finale siano ugualmente importanti. È la conclusione a cui sono arrivato dopo trent’anni passati a registrare dischi. Nella musica tutto è come un lungo processo in cui ogni cosa evolve continuamente. Un album costituisce una sorta di fotografia di come io percepisca le cose in un dato momento. Poi passo oltre. Certamente dedico molto tempo alla realizzazione di un album, perché cerco di farne un buon lavoro, un’opera d’arte. È interessante tentare di non restare attaccato ad una certa versione di un brano, modificare il sound, osservare come la musica continui a evolvere”.

Bob Biggs, artista che Gira incontrò per la prima volta negli anni Settanta, gli proibì, inizialmente, di utilizzare i suoi lavori per un album della band. Ma in seguito cambiò
idea, e ora i suoi volti colorati e brillanti riappaiono nell’artwork di To Be Kind. “Non ricordo molto della vicenda, è passato parecchio tempo. Recentemente stavo valutando che immagini utilizzare per il nuovo disco e ho ripensato a quei volti di bambini. Quelli che vedi sull’album non corrispondono alle opere nel loro stato originario, che sono disegni a pastello su sfondo nero. Io ho tagliato i volti e li ho messi su cartone grezzo. Il colore che abbiamo usato nelle immagini diffuse in Rete non è reale: si tratta in verità di un oggetto fisico con una stampa a rilievo, lucida. Le facce dei bambini su questa superficie grezza sono il tipo di cosa che viene voglia di toccare. Ma questa è solo una considerazione dettata dal mio personale gusto estetico”.

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To Be Kind vanta la presenza di vari ospiti, fra i quali St. Vincent, fan degli Swans e amica del loro attuale tecnico del suono, John Congleton. “Essendo anche un produttore, a volte so di non essere io a dover cantare, e coinvolgo persone la cui voce possiede colori e caratteristiche che meglio si adattano a interpretare una specifica parte. Specialmente voci femminili. Per esempio nel precedente album The Seer ho coinvolto Karen O per Song For A Warrior. Queste cantanti sono delle risorse per me”. Little Annie duetta con lui su Things We Do: “Volevo creare come una sola voce umana, maschile e femminon nile insieme, qualcosa che non potesse appartenere a nessuno in particolare. Little Annie ha una grande esperienza alle spalle e adoro la sua voce, soprattutto per la profondità che la contraddistingue”.
Non riesco invece a scoprire molto riguardo ai prossimi live set degli Swans, che non avrebbero ancora provato per il tour. Michael non esclude, ad ogni modo, possibili novità riguardo all’assetto dal vivo.
Gli cito, in chiusura, parte della “special note” con cui, dal booklet di The Seer, gli Swans invitavano il pubblico a non caricare in Rete la loro musica (“Please do not upload this music on the Internet. This music is the product of work, sweat, blood and love. Treating it like a handful of sand thrown in the air devalues the work, and makes it increasingly impossible to continue making the music. Think about it, then: don’t do it!”). Gli domando se la gente abbia colto la serietà e l’urgenza di quello che la band stava portando all’attenzione. “No, affatto. Non mi importa più, mi sono arreso. La gente non comprende la gravità di quello che fa. Alcuni desiderano acquistare qualcosa di fisico e supportare la musica, ma la stragrande maggioranza delle persone vuole solo prendersela. La cultura musicale da questo punto di vista è completamente cambiata. Si tenta di fare un buon lavoro e si spera di riuscire, in qualche modo, a continuare a farlo. Tutto qui. Certo, preferirei che le persone comprassero il frutto del mio lavoro invece di rubarlo, per poi poter registrare nuovi dischi e mantenere i miei figli. Questo è uno di quei casi in cui la tecnologia si è rivelata negativa: è come se la cultura fosse un atomo, e lo colpisse, frantumandolo in unità. Questo è ciò che la nostra cultura è diventata: ci sono solo piccole cose sparse in giro, ma nessuna focalizzazione. Penso sia qualcosa di terribile, ma non posso farci niente”. Quanto al mercato digitale: “Vendiamo musica anche online, ma persino in questo caso le persone che acquistano musica restano il 10 per cento di quelle che la rubano. Non importa, ad ogni modo. Noto solo come le vendite precipitino, che si parli di supporti fisici o digitali”. E aggiunge: “Se lavori per qualcosa, questo qualcosa deve essere comprato. È questo che definisce il valore di quell’oggetto. Quando ero un bambino dovevo risparmiare soldi, o rubarli, e poi comprare quello che volevo. Nel caso in cui, per esempio, desiderassi un album dei Doors. Questo non è ciò che avviene oggi. L’analogia che uso di solito è questa: è come se qualcuno costruisse tavoli – intendo un falegname in grado di costruire splendidi tavoli, dopo aver speso tutta la vita per imparare a fare bene il suo lavoro (comprando gli attrezzi necessari, pagando l’affitto, etc.) – e li mettesse in un magazzino; poi qualcuno arrivasse e se li portasse via. È la stessa cosa, esattamente la stessa. La gente rifiuta di pagare la musica solo perché non attribuisce a un disco la stessa fisicità che attribuisce ad altri oggetti. Sono consapevole del fatto che alcuni ragionino diversamente, ma si tratta di una ristretta minoranza”.

L’intervista è giunta al termine, ed io mi congedo, ringraziando Gira per il tempo che mi ha dedicato. Michael ringrazia a sua volta e chiede se tornerò, più tardi, per il suo concerto. Chi se lo perde?

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