The Can Project

Barbican Centre, Londra - 08/04/2017

Il Barbican Centre di Londra ospita una lunga serata per celebrare i 50 anni di attività dei Can, la leggendaria band di Cologne.
The Can Project in the Barbican Hall on Saturday 8 April 2017.
Photo by Mark Allan

L’avventura dei Can iniziava cinquant’anni fa, nel 1967, quando Irmin Schmidt, compositore di formazione classica e conduttore d’orchestra, tornava in Germania da un viaggio a New York con l’idea di esplorare le potenzialità della musica rock. Di lì a due anni i Can avrebbero pubblicato il loro primo disco Monster Movie, inaugurando una lunga carriera da pionieri avant-rock e di quello che la storia avrebbe battezzato krautrock. La storia dei Can, scandita dai numerosi cambi di line up nel corso degli anni e attraversata dalla pubblicazione di dischi imprescindibili come l’arcinoto Tago Mago (1971), è il soggetto di un libro in uscita il prossimo anno con il titolo All Gates Open. Questa giornata celebrativa della loro carriera si apre proprio con le parole dell’autore del testo, Rob Young, durante un Q&A in cui, tra clip e aneddoti, Young si concentra sulle prime battute del progetto Can. Schmidt, David C. Johnson e Holger Czukay, studenti di Stockhausen, volevano creare un ponte tra l’avanguardia classica e il rock contemporaneo. “Erano più vecchi del musicista medio degli anni 60”, spiega, illustrando le loro ambizioni da collagisti del suono.

I concerti di questa sera incarnano l’idea di “collage” alla perfezione. Si parte con l’anteprima mondiale di Can Dialog, una collaborazione tra Schmidt e il compositore Gregor Schwellenbach eseguita dalla London Symphony Orchestra. Schmidt torna dunque nelle vesti originarie di compositore classico e direttore d’orchestra, in una sorta di tributo alle radici “accademiche” del progetto Can. Schmidt, dice Schwellenbach durante il Q&A, detesta l’idea di ricreare un effetto nostalgico per la storia della band, così come non vede di particolare buon occhio l’idea di impiegare un’orchestra come mero strumento di esecuzione di originali rock. E così i due hanno pensato a uno spartito interamente originale, in cui appaiono stralci di brani dei Can come piccole, ma necessarie, parti di un tutto a se stante. Quando Schmidt prende posto di fronte all’orchestra, il pubblico lo saluta con una standing ovation. Can Dialog è una sinfonia in quattro movimenti: un lungo, maestoso movimento introduttivo è seguito da una sezione più ritmica, durante la quale l’orchestra martella le citazioni Can più esagitate, trainate dalle melodie degli ottoni. Un passaggio lento, a seguire, accompagna la sinfonia verso il suo mesto finale. In ogni movimento compaiono due hook di brani chiave dei Can, tra cui Halelluwah e Sing Swan Song, ma più che invitarci a riconoscere questo o quel brano, Schmidt sembra trasportarci in una dimensione nuova, lontana anni luce da dinamiche da best of. A seguire, Schmidt conduce l’orchestra nella prima esecuzione sinfonica di La Fermosa, da lui composta per un balletto omonimo andato in scena nel 2008 a Dusseldorf e Duisberg.

Mentre il palco viene “smantellato” del suo assetto orchestrale, nel foyer del Barbican viene proiettata la performance dei Can alla Cologne Sporthalle, anno 1972. Nonostante qualche iniziale problema tecnico con l’audio, i fan accorrono in massa, pregustando l’assetto rock della seconda parte della serata. Thurston Moore, ormai presenza ubiqua nella programmazione d’avanguardia londinese, è a testa di un supergruppo d’occasione, rinominato The Can Project, composto da Valentina Magaletti e Steve Shelley (dei Sonic Youth) a percussioni e batteria, James Sedwards de Thurston Moore Group alla chitarra, Pat Thomas alle tastiere e Tom Relleen a sintetizzatori ed effetti. Ospite d’eccezione il leggendario poeta e musicista Malcolm Mooney, vocalist nei Can dal 1968 al 1971, e a due riprese nella seconda metà degli anni 80. Moore e Mooney guidano i Can Project in un energetico, tonante rispolvero di classici Can a base di improvvisazione. Il concerto viene dedicato a Jaki Liebezeit, lo storico batterista dei Can, in seguito alla sua scomparsa lo scorso Gennaio (Liebezeit molto aveva creduto e lavorato a questa serata commemorativa, e avrebbe suonato insieme al resto dei Can Project). Schmidt invece non torna in veste rocker, lasciando a Moore e Mooney, rispettivamente ammiratore dei Can e compagno di avventura, il compito di reinterpretare alcuni classici del repertorio (Schmidt si unirà ai Can Project in occasione del festival di Glastonbury). Outside My Door apre la prima parte del set, trasformando il psych rock dell’originale in una sorta di sabba post-punk. Mooney è un interprete estatico dalla presenza sciamanica e riadatta i testi degli originali alle componenti semi-improvvisate della band. Nel pubblico le teste iniziano a dondolare, i piedi a battere sul pavimento, e dalla straordinaria Deadly Doris in avanti, qualcuno osa alzarsi e ballare in solitaria nei corridori. Fatta eccezione per la distensione blues di She Brings The Rain il set non lascia un momento di respiro, culminando in un’esplosiva interpretazione del lungo classico You Doo Right. “Odio i revival”, ha detto Schmidt. “I revival sono come rianimare qualcosa di morto. Non ho mai fatto quel tipo di cosa. È un’avventura completamente nuova”. Tra collage, improvvisazioni e collaborazioni a cavallo tra il mondo della classica e del rock, questa serata non potrebbe aver incarnato meglio lo spirito Can.

 

foto Mark Allan/Barbican

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