The Dream Syndicate

La deformazione dello spazio-tempo

La stagione d'oro del Paisley Underground, quattro dischi, lo scioglimento e poi l'indefessa carriera tra album da solista, collaborazioni e live di STEVE WYNN. Dopo il ritorno sui palchi nel 2012, a quasi 30 anni dal precedente "Ghost Stories", i Dream Syndicate deformano ancora lo scorrere del tempo con HOW DID I FIND MYSELF HERE? che presnteranno dal vivo in Italia con quattro date ad otobre.
DREAM SYNDICATE - Ad ottobre in Italia

Mr Wynn, non la sa la notizia? Le chitarre sono morte da un pezzo. E quindi perché fate ancora questa musica, voi band di Los Angeles?”. Tutti gli intervistatori che tra il 1981 e il 1982 tartassarono Steve Wynn con questa domanda non potevano immaginare che, oltre trent’anni dopo, i Dream Syndicate avrebbero ancora suonato versioni di oltre 15 minuti di John Coltrane Stereo Blues, improvvisando con la furia di un tempo tra assolo devastanti e intermezzi doorsiani, magari su una delle stazioni radiofoniche d’Oltreoceano più seguite per la musica alternativa dai Duemila in poi (la beneamata KEXP, il video è anche su YouTube: occhio alla camicia con motivi cachemire di Wynn). Tutta l’America che nell’82 aveva dimenticato la scossa del biennio punk, in balia dei Repubblicani, dell’hair metal di Van Halen e della seconda British Invasion – quella del synthpop, a opera degli Human League – non poteva sapere che “quella musica” di L.A. e quelle formazioni così fuori moda, riunite nella scena dal nome più originale di sempre, il Paisley Underground, avrebbero lasciato un segno indelebile nella musica con le chitarre degli anni a venire – da Galaxie 500 e Yo La Tengo a White Fence e Allah Las, passando per i Wilco. Quasi quanto l’indie rock meno tradizionale di Sonic Youth e Hüsker Dü, ma lungo traiettorie diverse. “Nei primi anni 80 a Los Angeles esistevano la scena art-rock e quella hardcore, ma non c’era spazio per la musica che mi piaceva. L’idea di suonare le chitarre e di farlo con lunghe jam senza forma, di amare le band garage e psichedeliche dei Sixties e di suonare uno stesso accordo finché non ti cadevano le braccia erano tutte cose molto eccitanti per noi, ma che non potevano essere meno in sintonia con il tempo in cui vivevamo”. Dall’altro capo del telefono, mentre a New York è da poco passato mezzogiorno, Wynn parla per i Dream Syndicate ma pure per quella che 35 anni fa era la famiglia allargata composta da Three O’ Clock, Bangles, Green On Red – e poi Rain Parade, Long Ryders e Opal. Il movimento che, ovviamente per caso, il bassista e leader dei Three O’ Clock, Michael Quercio, definì in un’intervista con il fortunato appellativo “Paisley Underground” – ispirato dai disegni in tessuto cachemire delle camicie in voga nei 60 – recuperava i suoni folk, acidi e ruvidi del decennio d’oro di Byrds e Velvet Underground, di Bob Dylan, Beatles, Love e Rolling Stones, ma era pur sempre un rinnovamento sonoro attuato da una generazione stravolta dall’uragano del ’77. Parlare con Wynn di quegli anni non è solo un modo per crogiolarsi in un’età dell’oro della musica alternativa americana, un attimo prima che l’indie incrociasse il mainstream e le regole del gioco cominciassero a cambiare. Parlarne è un passaggio piacevolmente obbligato dopo l’ascolto di How Did I Find Myself Here?, che dimostra un legame forte con quel periodo a cavallo col tripudio psichedelico dell’esordio miliare The Days Of Wine And Roses e il rock più classico e 70s del successivo Medicine Show, del 1984. Discograficamente, i Dream Syndicate ritrovano se stessi a ventinove anni di distanza da Ghost Stories, quarto album e terzo per una major, licenziato prima di sciogliersi nell’89. Un ritorno foraggiato da intensi anni di live, da quel tour in Spagna nel 2012 messo su un po’ per caso, dove Wynn aveva unito l’indomita sezione ritmica composta dai membri originali Dennis Duck (batteria) e Mark Walton (basso), con la chitarra esperta e psicotica del più giovane Jason Victor, con lui già nei Miracle 3 – tra le numerose collaborazioni di Wynn, a cui dal 2008 si è aggiunto il super gruppo The Baseball Project (una “concept band” dedicata a storie sullo sport omonimo), condiviso con Peter Buck, Scott McCaughey, Linda Pitmon e Mike Mills.

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“Con l’attuale line-up dei Syndicate, negli ultimi cinque anni abbiamo fatto oltre 50 live e ci siamo anche trovati a nostro agio in questa sorta di revival, tornando a suonare canzoni vecchie. Col tempo, però, sentivamo che non era solo nostalgia, né una semplice lezione di rock’n’roll: c’era un feeling molto vivo nella band, con radici nel presente, e c’è stata la curiosità di vedere se potesse prendere forma anche in studio. Siamo andati a registrare in Virginia, insieme a Chris Cacavas (dei Green On Red, NdR), che ha coprodotto con noi l’album ed è sempre stato un componente familiare del gruppo. Abbiamo mantenuto tutto il più segreto e meno vincolato possibile, senza cercare subito un’etichetta: se il risultato non ci avesse soddisfatto, nessuno avrebbe saputo nulla…”. Ed è proprio la Anti-, la label infine prescelta, a intuire che gli oltre undici minuti della traccia omonima potrebbero essere il ritorno in grande stile di Wynn e soci, gettando un ponte verso il loro passato più dilatato. “I Dream Syndicate sono sempre stati una questione di canzoni pop distorte e in particolare durante i live amiamo allungare e improvvisare i brani. Quando non pubblichi un disco per trenta anni sei tentato di metterci dentro più materiale possibile, mentre il nostro approccio è stato di espandere i pezzi che avevamo, esprimere il nostro lato più visionario. How Did I Find Myself Here? credo sia il mio preferito, adoro quel genere di canzoni che prendono strade imprevedibili e durano molto. Quando l’etichetta ce l’ha proposto come primo singolo, ne ero entusiasta: mi aspettavo che ne facessero un edit e invece hanno voluto buttarla fuori per intero. Ho pensato: ‘Fantastico ragazzi, siete dei pazzi!“. L’andamento sbronzo e libero di quel brano anticipa l’essenza psichedelica del nuovo disco, tanto nei suoni quanto nei testi. Un’avventura lisergica disseminata da secchiate di feedback alla maniera dei primi Dream Syndicate, affine a quella band di ventenni che prendeva le fluttuazioni a otto miglia d’altezza dei Byrds e le trasformava in lunghe jam, suonandole con l’intensità del punk e l’inquietudine dei Velvet Underground. “How Did I Find Myself Here? suona come se The Days… fosse stato scritto nel 2017. Come se avessimo preso qualcosa dal suono, dall’ispirazione e dalla filosofia di quell’album. Come se mi fossi addormentato nell’ottobre dell’82 e mi fossi risvegliato adesso… cercando di capire dove mi trovo. Questo vale molto anche per i testi, ho preso i personaggi di quel disco e immaginato dove potessero essere ora, come un amico che non vedi da tempo. E per dare un senso a questo processo, che di logico e realistico aveva ben poco, ho cercato di rendere le storie il più visionarie possibile: a quel punto, mi sono impegnato a condurre le parole, la musica e il flusso compositivo in un luogo estremo, lontano dalla normalità, per vedere cosa accadeva. E il risultato è stato un brano come la title track, che esprime proprio un senso di ricerca di una direzione, un senso di movimento“.

Ma di parallelli tra How Did I Find Myself Here? e i Dream Syndacate degli esordi se ne potrebbero tracciare altri. Uno di questi scorre sulla linea variabile del tempo: quello stretto delle registrazioni – in puro stile punk, l’esordio fu registrato in una session nello slot più economico per uno studio, da mezzanotte fino alle otto di mattina. Ma pure quello senza condizionamenti interno all’album. “Le registrazioni di The Days… furono una roba folle, otto ore in tutto. In generale credo che avere un limite di tempo per fare un disco sia positivo, mantiene la freschezza e l’eccitazione iniziale, ma senza che diventi una regola fissa. Per How Did... abbiamo registrato in cinque giorni, tutto molto veloce, senza margini per pensare o preoccuparsi, 2/3 take per ogni brano, un metodo affine a come lavoravamo allora. Ma d’altra parte abbiamo scelto uno studio della Virginia e non di New York per non sentire le lancette che giravano. Ci siamo concessi il lusso di non farci condizionare dallo scorrere del tempo, di non avere pressioni, e questa libertà si avverte nel risultato. Quella del tempo è stata una nozione che non abbiamo mai contemplato: non rispondere alle necessità del nostro tempo è stata sempre una nostra peculiarità, anche se oggi è diverso, perché il mondo musicale è più frammentato e ciò che suoniamo non è così impossibile. Quando cresci senti di non dover più stupire nessuno, ma di dover essere solo te stesso. Il tempo più importante, poi, è quello dell’esperienza sul palco, il vivere il momento, una sorta di feeling comunitario che raggiunge il suo apice dal vivo, quando condividi una sensazione, in maniera diretta. Suonare dal vivo è come dire: non sappiamo dove saremo tra un attimo, ma saremo insieme”. Non bastasse tutto questo, a chiudere il cerchio e spedire direttamente nell’82 ci pensa Kendra’s Dream. La Smith e Wynn si conoscono ai tempi dell’Università a Davis, sono loro il nucleo originario dei Dream Syndicate e il cuore pulsante dei primordi del Paisley Underground. Dopo l’esordio, Kendra Smith lascerà i DS per formare gli Opal con David Roback (per poi lasciare anche loro, pubblicare due album da solista e infine ritirarsi nelle foreste della California). La sua voce nella traccia conclusiva dell’album ha il sapore di un déjà vu dolcissimo. “Avevo questo brano intitolato Recurring Dream, mi piaceva come lo suonava la band ma non ero soddisfatto della mia interpretazione. Pensai che sarebbe stata una canzone perfetta per Kendra, mi venne questa sorta di fantasia rock’n’roll, provai a scriverle e rispose subito, rifiutando. Era contenta che la band si fosse riformata, ma mi disse che ormai era distante dal mondo della musica. Insistetti tantissimo, a vuoto. Poi due giorni prima delle registrazioni trovai questo file con la sua registrazione nella mia casella di posta. Perfetta. Sai, trenta anni è un periodo lunghissimo e raggiungere un incastro così dopo tanto tempo è stato incredibile. L’aspetto emotivo di avere Kendra sul disco è impagabile“.

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Negli ultimi minuti a nostra disposizione, torniamo a parlare di Paisley Underground. Una comunità “che non era affatto scontato nascesse in una città dispersiva e grande come Los Angeles, così diversa da New York o San Francisco, dove per alcuni anni siamo vissuti in una bolla di sapone, lontano da tutti“. Un movimento che aveva i suoi punti fissi nel mitico barbeque del sabato nel quartier generale dei Green On Red a Hollywood, “perché condividere gli stessi spazi e le idee è stato fondamentale, e tutto è finito proprio quando sono cominciati i tour, quando sono arrivate le major e il successo, e abbiamo iniziato a sparpagliarci“. Una scena che non aveva un suono specifico, nonostante tutti avessero radici negli anni 60 e “una visione molto chiara di cosa fosse la psichedelia: non certo sinonimo di wah wah e sitar, ma qualcosa che conducesse da uno stato mentale a un altro. Quindi eravamo tutte band psichedeliche, ma tanto quanto John Coltrane o John Lee Hooker, i cantanti del Delta blues, Robert Johnson, Albert Ayler o Ornette Coleman. Ogni musica caratterizzata dalla ripetizione e senza strutture semplici per noi era psichedelia. E la sua declinazione migliore è quando incontra il punk“. Già, il punk. Come molti musicisti della sua generazione, nel riavvolgere il nastro Wynn riporta tutto alla rivoluzione del ’77. “Il punk mi ha cambiato la vita, è stato la chiave di volta per la band. Ho iniziato ad ascoltare musica a 8 anni, ma è stato nel 1977, quando ne avevo 17, che tutto è cambiato. Il fatto di poter mettere su da solo un live e presentarti in maniera cruda, diretta, passionale, magari un po’ trasandata ma senza mai risparmiarti, con un entusiasmo contagioso e anche con un certo desiderio di sfida verso il pubblico, senza doverlo assecondare: questo era un approccio radicale, innovativo e importante. Penso ai Dream Syndicate ma anche a un gruppo come i Replacements… Abbiamo usato lo spirito punk per sfidare gli spettatori anche in questi termini: ‘Credi di apprezzare la nostra band? Allora faremo di tutto per non piacerti, per testare quanto ci ami davvero’. Mettere alla prova chi ci seguiva era una nostra caratteristica, sentivamo il bisogno di crearci attorno un circolo segreto, una élite. Potevi fare parte del club solo se eri fuori dal mainstream almeno quanto noi”. O essere capace di entrarne e uscirne senza rimanerne condizionato per sempre.

DAL VIVO
25/10 Torino, Spazio211
26/10 Milano, Circolo Magnolia
27/10 Bologna, Locomotiv

Pubblicato sul Mucchio n. 758

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