The Knife

L'arte di spiazzare

Oltre sette anni, un’eternità per questi giorni in cui tutto si muove e si consuma in fretta: tanto è trascorso dall’uscita di Silent Shout, il terzo lavoro del duo elettronico svedese, a quella dell’ultimo Shaking The Habitual. Con un disco così, però, Karin e Olaf Dreijer non corrono davvero il rischio di non suscitare (più) scalpore.
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“Non capita spesso”. Forse sostituibile con “Non capita mai”. Questa è la formula verbale che dovremmo disseminare più e più volte per queste pagine, pagine che vagano alla scoperta di cos’è esattamente il pianeta The Knife, oggi, nel 2013. D’altro canto, se intitoli un disco Shaking The Habitual, a occhio e croce è esattamente quello che vuoi. D’altro canto, il viaggio nella musica elettronica che li ha resi un gruppo di culto a livello globale sta decisamente prendendo, disco dopo disco, pieghe sempre più esoteriche, inafferrabili, incatalogabili. Traiettorie che, appunto, non capitano spesso fra chi si ritrova un successo enorme e inaspettato in mano. Forse addirittura, non capitano (quasi) mai. Karin e Olof, missione compiuta.

 

Missione compiuta, sì. Perché se la formula è quella standard dell’intervista telefonica, e se per questo lavoro le premesse dei giorni precedenti sono in fondo abbastanza di routine (il discografico italiano che dice “Per l’intervista hanno proposto questa data e quest’ora, spero ti vada bene perché se gli rispondiamo di no e gliene chiediamo un’altra, secondo me non li sentiamo mai più”) se si ha a che fare con artisti un minimo popolari, resta il fatto che un aggettivo perfetto per loro lo si potrebbe mutuare da Thomas Bernhard: perturbanti. Sono perturbanti nel disco, come potete approfondire altrove su queste pagine. Sono perturbanti dal vivo, come sa chi ha assistito a un loro show (assieme o anche della sola Karin in occasione della sua sortita solistica come Fever Ray). Sono perturbanti perfino nella loro gentilezza perché, sì, in questa chiacchierata sono stati molto gentili, indubbiamente, ma in un modo strano, con questo bizzarro interplay fratello/sorella (il tutto si è svolto via conferenza Skype, quindi una chiacchierata a tre) fatto di intese silenziose e ironie sottili. Ironie, non sarcasmi. Mai aggressivi, nei toni. Mai saccenti. Mai arroganti. E con un piglio che non capita spesso, o quasi mai: in più di un’occasione i ruoli si sono invertiti, con i fratelli svedesi a intervistare il sottoscritto (“Raccontaci un po’ della tua vita: da dove stai chiamando? Che aspetto ha la tua casa?”). Dietro tutta questa gentilezza ad personam, però, c’è il sospetto che il mondo così com’è ora i due Dreijer non lo sopportino del tutto. Anzi, è più che un sospetto: “Quest’album deriva da un’idea molto precisa: combinare il nostro grande interesse per le tematiche legate al femminismo e al socialismo alla nostra visione musicale”, racconta Karin. “Quindi, capisci bene che, con un disco che si presenta così e nasce con questo scopo, non c’è molto spazio per avere un rapporto normale con l’industria tradizionale dei media; non puoi averlo, se le tue stelle polari sono socialismo e femminismo, due aspetti non proprio commerciali e commerciabili. In più, guarda, questa piccola ossessione per la celebrità che prende ogni tanto i musicisti… non so… Diciamo che è proprio un problema che non mi riguarda e non ci riguarda. Insomma, non è tanto che siamo noi che siamo timidi, o che vogliamo per forza essere misteriosi o limitare al minimo i contatti all’esterno, con i mezzi di informazione, con il pubblico; semplicemente, è un meccanismo che non è nelle nostre abitudini. Meglio non esagerare, poi, con l’importanza che si dà a un musicista e, in generale, a un artista: siamo solo persone che filtrano e reinterpretano idee e stimoli che esistono già. Il massimo che possiamo ottenere, con la nostra opera, è fare in modo di porli sotto una nuova luce, che magari stimoli al fruitore nuove domande”. A tali considerazioni segue la nostra domanda: che reazioni vi attendete, allora, rispetto a Shaking The Habitual? “Non ci aspettiamo nulla”, fa laconico Olof. “Riteniamo che non ci sia nessun motivo per pensare in anticipo a come la musica da noi composta sarà accolta da chi la ascolterà”, chiosa decisa Karin.

 

Proviamo a insistere: ok, ma voi sapete di non fare musica normale… sia come suono, che come idee, che, ora, anche come lunghezza, visto che l’ultimo lavoro è addirittura spalmato su un doppio cd. Una scelta a dir poco atipica e spiazzante. Olof: “Dici? Io ascolto così tanta musica, e tanto diversa, che sinceramente non mi pare ci sia nulla di così bizzarro e atipico in quello che proponiamo. Sì, ti posso dire che in effetti siamo molto curiosi quando cerchiamo di metter su i nostri arrangiamenti. Una cosa che ci diverte sempre molto, ad esempio, è non far capire a chi ascolta se ciò che stiamo utilizzando sono suoni analogici o digitali, umani o animali. Quando usiamo strumenti acustici li processiamo fino a farli sembrare elettronici; al contrario, trattiamo quelli elettronici in modo che sembrino acustici, analogici, suonati da strumenti veri. Ci divertiamo così. E, ripeto, per fortuna siamo gente curiosa”. Karin: “Sì, è un album dalla durata inusuale, non c’è dubbio, ma quando abbiamo cominciato a lavorarci non siamo partiti con l’idea di un disco insospettabilmente lungo. Abbiamo semplicemente iniziato a fare delle jam session, suonando insieme, incidendo tutto. Ci venivano bene e abbiamo proseguito su quella strada. Non viviamo sulla Luna, siamo perfettamente consapevoli di essere lontani dai format radiofonici convenzionali, quelli che vogliono le canzoni da tre minuti e trenta, ma è esattamente ciò da cui desideravamo fuggire. Ci fa un po’, come dire?, strano che l’arte debba essere racchiusa entro un determinato canone puramente formale, in questo caso la lunghezza di un brano”.

Pochi minuti dopo, si torna sul discorso della scaletta: “Sì, con tutte queste tracce e questo minutaggio abbiamo effettivamente ragionato un po’ sul come disporre i brani nell’album. Però, ecco, non è che ci abbiamo perso il sonno. Essendo un doppio cd, abbiamo cercato di immaginare lo stacco che può esserci quando si deve togliere il primo per metter su il secondo, approfittandone per costruire una specie di drammaturgia, di discorso che si sviluppa, coi suoi crescendo e i suoi momenti un po’ più interlocutori. Ma sappiamo perfettamente che, nel modo in cui, oggi, la gente fruisce della musica, pensare di imporre o anche solo desiderare un ascolto dal primo all’ultimo pezzo non ha troppo senso, partendo dalla constatazione – fatta da noi per primi – che in un giorno non è mica facile trovare novanta minuti filati da dedicare, concentrandosi, alla musica. Quindi, sì: ascoltate pure il disco come preferite. A singole tracce. Scombinando la sequenza. Fatelo senza problemi”. Avete già in programma dei remix? Perché non credo sia facile metter mano alla vostra musica, intensa e personalissima com’è. Karin: “Olof, possiamo svelare qualcosa?”. Olof: “No”.

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Torniamo al socialismo. Al femminismo. A un album che vuole, parole loro, essere un forte statement politico. A un certo punto il discorso scivola sulla società occidentale nel suo insieme e sul concetto generale di democrazia. Domanda: la democrazia è ancora il sistema di convivenza migliore, o almeno il meno peggiore? Olof: “Domanda a cui difficilmente si può rispondere, ma per un motivo molto semplice: noi non viviamo in democrazia. La chiami democrazia, questa? Non mi pare proprio la si possa definire così. I governi hanno ancora un potere troppo slegato dalla gente. Non c’è reale partecipazione”. Asserzioni a prima vista massimaliste, ma a onore dei due fratelli va detto che, nel loro piccolo, la democrazia diretta e partecipativa hanno provato davvero ad attuarla, in una maniera che sa tanto di anni 70. Basti sentire cosa racconta Karin del lavoro preparatorio per il nuovo spettacolo dal vivo: “Da un anno a questa parte abbiamo radunato un gruppo di gente creativa, a Stoccolma. Una specie di collettivo femminista. Abbiamo iniziato a fare workshop, jam session aperte… Tutto questo per arrivare a capire cosa volevamo davvero portare su un palco, davanti alla gente. La nostra metodologia è molto caotica: ognuno ha l’opportunità e il dovere di commentare qualsiasi cosa. Ognuno. Per ogni decisione finale c’è il parere di tutti e quindi anche la responsabilità di tutti. Insomma, abbiamo voluto mettere in pratica le idee che stanno alla base di Shaking The Habitual, senza omettere alcun particolare. Anche la crew di tecnici è composta per intero da ragazze. Se parli di femminismo, devi poi metterlo in pratica”. Olof: “Ci siamo divertiti moltissimo e, alla fine, la soddisfazione è stata doppia: perché così facendo si ha la consapevolezza che ogni concreto risultato artistico e produttivo è frutto di una decisione collettiva, in cui tutti sono coinvolti e tutti sono responsabili. Molto bello. Devi pensare insieme. È possibile”. Karin: “Un’esperienza fantastica. Personalmente, la migliore che abbia mai avuto nel fare musica. Sì. Sicuramente”.

 

Un vento da Seventies. Da Living Theatre. Da Judith Malina. Molto demodè, diciamolo. E tutto ciò stranisce, pensando di avere a che fare con uno dei progetti più hip degli ultimi decenni. Olof: “Il punto è che noi, in passato, abbiamo fatto musica in qualche modo commerciale, o comunque siamo stati attenti a renderla piuttosto fruibile. Roba melodica. Con dei ritornelli. Cose così”. Pentiti? “Per nulla. Ho imparato molto. Sono felicissimo di aver allestito e sviluppato un bagaglio di conoscenze anche nel campo della musica fruibile. Sta di fatto, però, che la nostra era già all’epoca una linea precisa: volevamo infilarci nel circuito un po’ commerciale affinché la nostre voce fosse udibile anche in quel contesto. Volevamo farci sentire, e nel farci sentire avevamo quindi l’occasione di dire, progressivamente, che un altro mondo era possibile. Anche musicalmente. La gente ci ha seguiti, mi pare. Non trovi?”. Di quel periodo, che potrei far risalire al vostro secondo album Deep Cuts, cosa ricordate con più piacere e cosa invece con maggior fastidio? “Io ho una pessima memoria, per fortuna”. Karin? “Oh, anch’io”. Che diplomatici… “Sì, un po’ lo siamo, e questo ci salva da molte situazioni complicate”, e giù a ridere. Per intanto, Olof si è salvato da Stoccolma trasferendosi a Berlino, mentre Karin è rimasta a vivere nella capitale svedese: “Ah guarda, almeno una volta al giorno mi chiedo chi me l’abbia fatto fare di non aver ancora lasciato Stoccolma! Ma alla fine, mettendo sulla bilancia tutti gli elementi, per ora penso che restare sia ancora la scelta più conveniente per me. L’istruzione è gratis per tutti; anche l’aiuto alle madri, tutto il sistema del welfare. Insomma, qui è possibile essere madri e lavorare allo stesso tempo: in quanti stati europei è lo stesso? E credo che voi italiani ne sappiate qualcosa. C’è ancora la diffusa convinzione che l’uomo debba lavorare e la donna stare a casa per crescere i figli; cosa che fortunatamente da noi è ormai inimmaginabile o, almeno, non è una regola fissa e necessaria”. Comunque, non è che Olof stia sfruttando più di tanto i vantaggi creativi del vivere nella capitale tedesca: una nutritissima comunità di artisti, una scena musicale vivace soprattutto nel clubbing… “Quando sono a casa lavoro tantissimo. Ormai, non esco quasi più”, commenta stringatamente.

La domanda finale non può che (ri)portarci verso le strade della politica, anzi, dell’azione politica. Ok, ragazzi, facciamo finta che abbiate vinto le elezioni: siete diventati i dittatori non dico del mondo ma almeno d’Europa, quali sono le vostre leggi nei primi cento giorni di governo? Lunga pausa. Interrotta da Olof: “Mmmmh. Credo che istituirei per legge l’accesso alla mobilità libera per tutti. Sì. Credo che mi concentrerei prima di tutto su questo”. Karin, secca e convinta: “Giusto. Sono d’accordo”. Con The Knife, si viaggia gratis. In tutti i sensi possibili. Ma la destinazione finale, ora più di prima, è difficile da sapere.

Pubblicato sul Mucchio 705

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