The National

I Demoni di Brooklyn

Ci sono band che ti rendono triste. Poi ci sono le band che ti rendono felice di essere triste. Con "Trouble Will Find Me", i National, presto in concerto in Italia, confermano di appartenere alla seconda categoria.
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I Demoni di Brooklyn

cop 706Vi è mai capitato di non dormire la notte per ascoltare il disco della vostra band preferita con il terrore di non riconoscerla, di averla persa, come se fosse un ragazzo o una ragazza che avete mollato un giorno alla stazione del treno e quel ragazzo o quella ragazza vi hanno detto “ci rivediamo fra tre anni”, e i tre anni sono passati, ma voi potreste essere cambiati e lui o lei potrebbero essersi fatti un brutto taglio di capelli eppure volete rinnamorarvi lo stesso?
Vi è mai capitato di scoprire che il disco della vostra band preferita è stato recapitato a tutti, tranne che a voi, e di sentirvi come se fosse appena arrivata una partita di droga in città, ma non avete un contatto per rimediarne una dose, così fate partire telefonate isteriche per chiedere “dov’è, chi l’ha vista, come ci arrivo?”. Questo è il modo sobrio e composto con cui ho accolto Trouble Will Find Me dei National, il sesto disco della band e il più completo della loro carriera. Immaginate un best of di Alligator, Boxer e Cherry Tree. Poi immaginate qualcosa di radicalmente diverso: canzoni in 7/4, valzer metropolitani pieni di languore e incertezza e il tramonto che cade su una qualsiasi città occidentale in cui un giorno vi è successo di essere infelici.
Quando telefono a Matt Berninger mi aspetto di trovare un uomo taciturno e ombroso dall’altro capo del filo, da protagonista dei romanzi di Simenon sull’amore, ma lui risponde con questa voce logorroica e nervosa, tant’è che più volte avrò voglia di zittirlo perché non riesco a stargli dietro. “Finora abbiamo voluto fare dischi che non avessero nulla a che fare tra loro: Boxer doveva essere diverso da Alligator e High Violet doveva essere diverso da Boxer. Ma dopo l’ultimo tour eravamo esausti, un album richiede un processo lungo e ognuno di noi voleva una pausa. Invece, senza la pressione di una consegna, le canzoni sono arrivate da sole. La vera novità di Trouble Will Find Me è che non c’è ansia. Quell’angoscia su cosa dovevamo sembrare, su chi sono i National, sullo scrivere canzoni tristi e scure perché siamo quel tipo di band lì, è scomparsa”.

Quando andavo al liceo mi sono affezionato ai Violent Femmes perché tutti gli altri ascoltavano i Van Halen, e questo faceva di me una persona speciale.

Ogni volta che i National stanno per rilasciare un nuovo disco muoio dal terrore. Mi dico “ecco, questa sarà la loro svolta U2 o Springsteen”. Non che ci sia niente di male, ma ho sempre pensato che questo fosse un futuro più congeniale agli Arcade Fire. La campagna pro-Obama, le posizioni alte in classifica, il contributo alla colonna sonora di Game Of Thrones… sembrava tutto sbagliato. I National sono sempre stati una band opaca, subdola, emotiva senza essere sguaiata. Imperscrutabile. O forse, a giudicare dal numero dei loro fan, fin troppo afferrabile. Dopo quattordici anni di carriera, che ne è di quel mistero che ce li ha fatti tanto amare? Non si stanno allargando un po’ troppo? Matt Berninger ride. “Spesso le persone sviluppano una relazione viscerale con una band, è come se questa diventasse la tua ragazza, non vuoi che nessuno abbia un rapporto diverso dal tuo. Mi ricordo come ci si sente: quando andavo al liceo mi sono affezionato ai Violent Femmes perché tutti gli altri ascoltavano i Van Halen, e questo faceva di me una persona speciale. So che non dovremmo diventare più popolari per assecondare queste paure. E dato che le nostre canzoni sono molto intime e private, è strano sentirle in queste arene giganti; parte del nostro problema è cercare di adattare il repertorio al contesto, di non farlo sembrare ‘fuori luogo’. Ma quando scrivo non mi chiedo mai quanto persone ascolteranno quella canzone, o dove saremo tra cinque anni. Non parliamo mai del prossimo livello. Non diciamo mai: dobbiamo essere la band che arriva lì. Succede. Siamo fortunati a poterne anche solo parlare. L’ansia che vivo davanti a 20 persone, 200 o 20000 è la stessa. Quanto può importare quanto sono in alto? Sono sempre un codardo là sopra”. Chi di voi ha visto i National dal vivo sa benissimo di quale codardia stia parlando. Nel corso degli anni molti hanno criticato le sue esibizioni ebbre e scomposte, spesso stonate, coronate da prevedibili stage diving e urli. Ma quella che per i puristi è imperfezione, in realtà fa di lui uno dei migliori performer sulla piazza. Con una band meno preparata alle spalle il risultato sarebbe probabilmente catastrofico, ma tanti concerti dei National sembrano l’unico svolgersi di una bellissima “pazzia collaudata”. Tant’è che quando all’ATP dello scorso dicembre si è presentato lucido, senza alcol a portata di mano e con la voce composta mi è sembrato quasi di vedere un’altra persona. E mi è mancata quella di prima. “Dici? Ti sembravo più controllato? Non ne sono sicuro. Cambia tutto da live a live, abbiamo appena suonato le canzoni di Trouble Will Find Me a Berlino e la mia voce era molto insicura e instabile. Se ti capitasse di vedere quattro o cinque show di fila potresti avere impressioni molte diverse, in alcuni concerti sembra che mi stia spezzando. Sono molto meno in controllo della situazione di quanto mi piacerebbe. Vorrei avere un interruttore da accendere e spegnere prima e dopo del live, ma non ne sono mai stato in grado. Vado là sopra, chiudo gli occhi e cerco di entrare nelle canzoni. Se non facessi così, mi sentirei estraneo sul mio stesso palco. Fuori da quello che ho scritto. Essere fuori controllo è parte della nostra chimica”.

Essere fuori controllo è parte della nostra chimica.

Il songwriting di Matt Berninger, per sua stessa ammissione, è la conseguenza di un prolungato e sottile collasso nervoso. Forse è per questo che è caratterizzato da continue ripetizioni: I won’t fuck this over, you’re the voices swallowing my soul-soul-soul, I’m so sorry for everything e così via. Roba che quando la canti ti sembra quasi un esorcismo, una litania che se ripetuta abbastanza e con sufficiente convinzione ti libererà da ogni male. Ma il rischio è che a furia di ripetere la stessa parola quella perda ogni significato. È per questo che a volte stargli dietro equivale a entrare in uno stato di trance. Non gli capita mai di cantare e di chiedersi “che cazzo sto dicendo?”. “A volte. Succede anche nello studio di registrazione, ma è positivo entrare in uno stato meno cosciente dove perdi i dettagli delle canzoni. Spesso canto senza pensare alle parole, senza rivisitare i sentimenti che le hanno generate e mi disconnetto. Ecco perché bevo tutto quel vino nei live, voglio dimenticare la gente, entrare nel pezzo, ascoltare la mia voce da remoto, entrare in uno spazio confortevole e sentire un clic.”

Bevo tutto quel vino nei live perché voglio dimenticare la gente,

entrare nel pezzo e sentire un clic.

I National hanno sempre fatto faticare la stampa, che non sapeva come definirli. All’inizio Pitchfork lì bollò come una band alt-country (non avendo tutti i torti, certi pezzi del primo disco non avrebbero sfigurato nelle stazioni cult di Nashville), altri dissero che puntavano al target della Dave Matthews Band, un giudizio che inquietò Berninger che semmai guardava ai Wilco o i Pavement. Poi, quando i giornalisti non hanno saputo più cosa scrivere, si sono inventati l’etichetta perfetta: la sad daddy rock-band. Tradotto: la band per padri di mezza età, possibilmente bianchi e depressi. È un modo abbastanza ottuso di riassumere la gamma di sentimenti che il gruppo esprime. E poi c’è l’equivoco della tristezza: in generale, le persone più depresse che ho conosciuto sono anche quelle che mi hanno fatto ridere di più. Chiedo a Berninger se è d’accordo. You make me happy about being miserable, gli dico proprio così. “Probabilmente siamo più deprimenti della media di band in circolazione, ma la tristezza per me è sempre stata rassicurante. Scrivere e cantare certi brani mi fa sentire meglio, l’espressione dell’angoscia mi rende felice. Raccontare la fobia sociale e la paura della morte mi rende più sicuro di me. Il pubblico lo capisce. Non riesco a pensare a una canzone felice che mi faccia sentire davvero così… Dont’ worry be happy, quella roba lì mi riempie di sgomento: è uno dei pezzi più demoralizzanti che abbia mai sentito. È come un pezzo di frutta di plastica, non c’è niente. Un fiore finto è molto più deprimente di uno secco e marcio. Scrivo canzoni su quello che sono, un uomo americano bianco di mezza età, e molti testi vengono da questa prospettiva; posso nominare particolari condizioni socio-storiche, ma finisce lì. Altrimenti come farei a capire Etta James meglio di quanto potrò mai capire i Van Halen?”.

Raccontare la fobia sociale e la paura della morte mi rende più sicuro di me.

Il pubblico lo capisce.

Se penso ai riferimenti cantautorali di Berninger, mi viene sempre in mente Michael Stipe, anche per il loro comune senso dell’ironia, nonostante l’ex cantante dei REM sia più rarefatto e meno “svelato”. “La prima volta che ho pensato seriamente di scrivere canzoni, l’ho fatto da fan del rock’n’roll. Sono nato con Tom Waits, Leonard Cohen e Nick Cave.” I cantautori citati, però, scrivono fondamentalmente storie, mentre Berninger usa soprattutto immagini. A volte non capisco di che diavolo stia parlando, proprio come accade con Stipe. “È quello che amavo di lui, i suoi testi ti fanno sentire qualcosa ma non ti dicono cosa. Non offrono appigli, sono espressioni astratte di sentimenti vaghi. La realtà è che Stipe non si è mai davvero preoccupato delle parole, cantava in uno stato inconscio, non davvero presente. Era tutto confuso, con sentimenti colati l’uno nell’altro, senza bisogno di una descrizione o interpretazione letterale. Forse le sue canzoni sono più chiare e incisive di tante altre proprio perché non significano”.
Il primo singolo di Trouble Will Find Me si chiama Demons, mentre il titolo originale di Runaway in High Violet era Karamazov. Se due indizi fanno una prova, qualcuno a Brooklyn ama i russi. “È colpa di Aaron Dessner, che era in fissa con Dostoevskij… Le canzoni iniziano con uno sketch musicale a cui viene dato un titolo provvisorio. Ha attraversato anche la fase della Guerra Civile, per un certo periodo i nostri pezzi erano tutti dedicati a battaglie e sconfitte. Questo serve a farci sembrare molto più intelligenti di quanto siamo”. Parlando di Karamazov e dunque di fratelli, è inevitabile soffermarsi sulla singolarità dei National: in una band costituita da due coppie di consanguinei, i Dessner e i Devendorf, Berninger è sempre stato quello da solo. Le cose sono cambiate un paio di anni fa, quando ha chiesto a suo fratello di fare da roadie alla band; un’esperienza che ha assunto contorni imprevisti.

Per un certo periodo i nostri pezzi erano tutti dedicati a battaglie e sconfitte.

Questo serve a farci sembrare molto più intelligenti di quanto siamo.

Durante l’ATP, ricordo che davanti a me era seduto questo tizio massiccio con i lineamenti tipici di un avventore dell’Oktober Fest, e di essermi detta: “Fico, i National piacciono anche ai metallari”. Il tizio in questione era Tom Berninger, autore del documentario Mistaken For Strangers in cui teoricamente avrebbe dovuto raccontare la sua esperienza al seguito della band e pare sia in realtà la storia di due fratelli che hanno preso strade diverse. I Should Live In Salt nel disco nuovo è dedicata proprio a lui, e ha un verso liberamente interpretabile così: dovrebbero trasformarmi in una statua di sale per averti lasciato indietro. Insieme a Blood Bank di Bon Iver, è una delle canzoni più toccanti recentemente dedicata a un proprio familiare. “Io e mio fratello abbiamo demoni diversi. Tom è molto più giovane di me; sono andato al college quando aveva 9 anni e non sono mai tornato a casa. Non ho mai trascorso del tempo con lui se non venti anni dopo quando ci ha seguito in tour. Ci sentivamo,ma non era lo stesso. In tour mi sono trovato alle prese con i suoi alti e bassi totalmente incompatibili con i miei. Non mi sento in colpa, non consapevolmente almeno, ma la sua vita è stata un mistero per tanto tempo. Forse avrei dovuto esserci di più. Ti sfido a pensare che non avresti potuto fare qualcosa in più per qualcuno a cui vuoi bene, ti sfido a pensare che potresti rispettare qualcuno di così diverso da te senza cercare di trasformarlo in una tua proiezione. L’amore che proviamo per i nostri familiari è confuso e violento”.
Una delle rare critiche che viene rivolta ai National è che non si evolvano mai per davvero. Il loro universo musicale è caratterizzato da variazioni minuscole, da sperimentazioni che avvengono in uno spazio tutto sommato familiare e protetto. In realtà nel corso del tempo Berninger ha cambiato radicalmente prospettiva. Provate a confrontare il testo di Friend Of Mine con quello di Sea Of Love: se nel 2005 diceva “dove cavolo sei finito John, non mi chiami più, non vieni a trovarmi o farmi compagnia… mi sto innervosendo, non ho un amico che si faccia vedere” nel 2013 se ne esce con un “se resto qui, verrò risucchiato dai problemi… Joe, scusa se ti ho ferito, dicono che l’amore sia una virtù… stai colando a picco, non trascinarmi con te”. È un rovesciamento a 360°, dimostrazione che anche se la band non cambia suoni più di tanto, in realtà gli uomini che ne fanno parte stanno invecchiando. E del giovane e nervoso Matt Berninger, di colui che mollò un lavoro ben pagato in un’agenzia pubblicitaria per provarci sul serio sulla soglia dei trent’anni (strano parallelismo con Don DeLillo), quello che si lamentava degli amici che lo tradivano e dell’ansia che lo faceva impazzire, rimane solo una felice ombra. La paternità lo ha reso una persona più autarchica, ma anche più serena. “Quando ti leghi tanto a qualcuno comprometti la tua identità. L’affetto ti risucchia in un abisso e produce una versione diversa di te, più goffa e imbarazzante. Opporre una resistenza è naturale… non penso di essere invecchiato. Sicuramente ho allargato il mirino, capisco la vita un po’ meglio, capisco che la band non è così importante. Qualsiasi lavoro è relativamente importante e privo di significato rispetto alla felicità. Da quando l’ho ammesso sono più a mio agio con i miei familiari e i miei amici. Non sono più ossessionato dalla mia immagine; la fobia della gente, la morte e l’offuscarsi del talento mi preoccupano ancora ma non li combatto più”.
C’è un brano che oggi non canterebbe mai perché appartiene a quel vecchio mondo? “Faccio fatica a cantare Available, è troppo amara. È una canzone piena di sentimenti negativi; non la rinnego ma è difficile eseguirla perché quando l’ho scritta ero incattivito e oggi non mi sento così. Le canzoni deprimenti del vecchio repertorio invece mi entusiasmano, mi tirano fuori dal dolore. About Today è forse uno dei nostri pezzi più malinconici, ma non so dire quanto amo quella canzone, quanto amo entrarci. È la mia catarsi. La mia preferita del nuovo disco invece è Pink Rabbit. A volte mi viene voglia di cantarla finché muoio”.

La mia preferita del nuovo disco invece è Pink Rabbit.

A volte mi viene voglia di cantarla finché muoio.

Morte è una parola che ricorre spesso nel vocabolario dei National, ma come in questo caso non riesco a prenderla mai seriamente. Come i Demoni di quel romanzo russo immortale, il loro problema non è tanto la dannazione quanto la vita che la precede. Perciò, quando non sapete come descrivere i National, rinunciate al concetto di tristezza e provate con quello di consolazione. C’è una certa gioia nello scoprire che quando siete arrivati alla stazione del treno il ragazzo o la ragazza che aspettavate sono cambiati. Perché negli ultimi tre anni lo avete fatto anche voi. Ma la città in cui un giorno vi è capitato di essere infelici è sempre al suo posto. E, forse per questo, la vostra band preferita vi ha fatto innamorare daccapo lo stesso.

 

Pubblicato sul Mucchio 706, maggio 2013

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