The Stone Roses

Il disco che fece ammattire Manchester

Per alcuni storici, il 1989 è l'anno che ha segnato la fine del Novecento, con lo sgretolamento del blocco sovietico culminato con la caduta del Muro di Berlino. Nel suo piccolo, anche la pop music registrò allora il crollo di una barriera: quella che separava il popolo del rock da quello della dance. Avvenne a Manchester e la vertigine fu tale da far ammattire la città, tramutata in Mad/Chester.
Stone Roses
Il disco che fece ammattire Manchester

I fuochi d’artificio si accesero a metà novembre e durarono otto giorni. Mercoledì 15 arrivò in edicola il numero di “New Musical Express” – rivista fino a quel momento piuttosto diffidente nei loro confronti – che li effigiava per la prima volta in copertina. Sabato 18, poi, eccoli in scena all’Alexandra Palace, tempio dello spettacolo nella capitale britannica, la cui capienza da 8mila posti era esaurita da settimane. In verità lo show non fu memorabile, penalizzato da un’amplificazione scadente e un contesto poco ospitale: l’atmosfera era però elettrizzante e il pubblico intonò a un certo punto il coro “Manchester la-la-la”. Dal palco, Ian Brown replicò tuttavia con distacco quasi filosofico:

Non conta da dove arrivi, ma dove sei diretto.

E arriviamo così a giovedì 23: in virtù dell’ingresso di Fools Gold nella classifica dei dieci singoli più venduti, gli Stone Roses sbarcarono a Top of the Pops, e lo fecero insieme ai concittadini Happy Mondays, a loro volta sulla cresta dell’onda grazie all’Ep Madchester Rave On. Un’istantanea televisiva dell’apoteosi della versione mad della città che – considerato l’hinterland suburbano – costituisce la seconda area più popolata del Regno Unito. Sullo slancio di quegli eventi, il 1990 cominciò in modo trionfale: nell’allora rilevante sondaggio fra i lettori di “New Musical Express”, il quartetto primeggiò come band sia in termini assoluti sia nella categoria destinata alle rivelazioni, oltre a conquistare i titoli di migliore album (quello d’esordio, edito la primavera precedente) e miglior singolo (il citato Fools Gold).

L’ascesa degli Stone Roses verso il gotha della musica pop britannica culminò nell’happening organizzato il 27 maggio a Spike Island, nelle vicinanze di Bristol, in prossimità dell’estuario del Mersey: zona malfamata per l’inquinamento procurato dagli insediamenti industriali concentrati in quello che era stato per decenni il maggiore polo chimico nazionale. Altro genere di sostanze chimiche circolavano quel giorno sull’isola, durante l’evento che i media santificarono come la Woodstock della generazione E:
nell’area si radunarono circa 28mila persone e – nonostante il suono di qualità mediocre e vari problemi logistici dovuti al sovraffollamento – fu una festa memorabile, aperta dai Dj set di Paul Oakenfold, Dave Haslam e Frankie Bones (nel 2012 è uscito persino un film celebrativo di quell’epopea, Spike Island di Mat Whitecross: non gran che, a dire il vero).
La scelta di far precedere la propria esibizione dalle performance di tre Dj era emblematica e rivelava la ragione profonda che aveva reso achiunque altro, la band di Manchester personificava un passaggio d’epoca: la fine degli anni Ottanta, segnata nel costume giovanile dalla caduta delle barriere mentali che separavano il pubblico del rock da quello della dance. Spiegava all’epoca Ian Brown:

Non credo sia insolito per i nostri fan immergersi nella dance music: oggi quegli steccati non esistono più. Nei ware-house party suonano acid house, ma sopra ci mettono Hendrix e i Beatles: usano persino le nostre cose.

E in seguito ha precisato: “Ovviamente non facevamo acid house, ma quella musica ci piaceva: io e Mani, in particolare, andavamo regolarmente nei club”. All’ascolto, ciò traspariva relativamente, alla fin fine soprattutto nel contagioso groove funk di Fools Gold, ma l’influsso della rave culture pervadeva in qualche modo il suono degli Stone Roses, potenziandone l’effetto psichedelico. E il corto circuito fra alcuni vecchi espedienti dell’acid rock – la voce di Brown in multitraccia, per dissimularne la fragilità, evidente dal vivo, e il jingle jangle della chitarra Rickenbacker di John Squire – e il dinamismo ritmico assicurato dalla batteria di Reni e dal basso di Mani rendeva massimamente “pop” quell’ibrido fra vecchio e nuovo. Avevano colto lo zeitgeist, insomma, e divennero perciò una specie di totem generazionale.

In due distinte interviste, concesse nel 1989 rispettivamente a “Sounds” e “Melody Maker”, dovendo riassumere il proprio percorso di formazione musicale, Ian Brown individuava i fattori costitutivi di quell’alchimia. A proposito di se stesso: “Sono passato da Jackson 5, Motown e Northern Soul, scoprendo poi Parliament e Bootsy Collins, quindi Barry White, l’acid house e i dischi dance. E nello stesso periodo sentivamo Beatles, Stones, T. Rex e Pistols. Ascoltando le nostre canzoni in studio, quando c’erano solo basso, batteria e una frase di chitarra, mi sembravano ballabili quanto qualsiasi disco house”.
E riferendosi anche agli altri: “A tutti noi piacevano Jimi Hendrix e i Beatles. Io e Mani eravamo in fissa col reggae, che John e Reni detestavano. Reni arrivava dall’hard rock e lo prendevamo in giro per questo, anche se poi John apprezzava Black Sabbath e Deep Purple. E a tutti andavano bene gli Who. In realtà eravamo appassionati di musica, che fosse Northern Soul o punk rock”. Ma c’era dell’altro, e lo ha chiarito a cose fatte John Squire:

La gente con cui uscivo, gli abiti che indossavamo, i dischi che compravamo, le droghe che prendevamo: sembrava che tutto convergesse nelle canzoni che scrivevamo.

Una combinazione di elementi che attivò un pubblico molto più ampio della ristretta cerchia degli indie snob: nel loro momento magico, gli Stone Roses erano una band davvero “popolare”.

Città in crisi di vocazione, dopo il declino dell’attività commerciale legata al porto e il collassodell’industria manifatturiera (150mila posti di lavoro persi fra il 1961 e il 1983), Manchester stava cercando di scrollarsi di dosso la grigia reputazione tipica dei distretti industriali, benché ciò che era avvenuto là musicalmente dopo il terremoto provocato dal punk – alludiamo ai Fall di Mark E. Smith, ovviamente ai Joy Division, ma anche agli Smiths, per certi versi – insistesse ancora su registri emotivi definiti da quel malessere esistenziale. Intervistato nel 1989 da Simon Reynolds, allora a libro paga di “Melody Maker”, Ian Brown tagliò corto sull’argomento:

“Questa storia di Manchester come posto grigio e deprimente, con l’idea che l’infelicità sia romantica, è una vera cazzata. Perché poi succede che la gente la prende sul serio e ne fa uno stile di vita, si chiude sola in cameretta e si avvilisce.”

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