The xx

Una nuova generazione

In occasione della data italiana al Mediolanum Forum (MI), pubblichiamo un estratto dell'intervista di copertina del Mucchio di gennaio 2017.
THE XX
- Una nuova generazione

the-xx-i-see-you-recensione-300x300Un debutto intimista e notturno: la folgorazione, il successo immediato, la ventata di freschezza in un 2009 che vedeva affacciarsi sulle scene altri talenti post-gotici come Soap&Skin. Un secondo disco, Coexist, più aperto verso l’esterno, più luminoso: la conferma in un 2012 che registrava l’ascesa di new sensation sulla lunga distanza non altrettanto solide, vedi gli alt-j del comunque valido An Awesome Wave. Ogni volta The xx hanno rappresentato il mood delle loro canzoni attraverso artwork minimali ma dal grande impatto. I See You offre subito il gancio a facili metafore, con la sua copertina riflettente. Dei tre, che avevamo già incontrato di persona anni fa, stavolta è la sola Romy Madley Croft a rispondere alle nostre domande: “L’intento dell’artwork risiede nel fatto che l’atto del riflettersi può assumere differenti significati. Uno è che si può vedere se stessi, perché non sempre siamo in grado di farlo sul serio. Un giorno, per esempio, ti puoi infatti guardare allo specchio e vederti orribile, mentre un amico può scorgere in te la bellezza ed esserti così d’aiuto. Questo è uno dei temi che affrontiamo e che sostanzialmente riguarda l’amicizia, l’amore: a volte qualcuno può aiutarti a vederti davvero”. Allo stesso tempo, il fruitore può riflettere se stesso e in qualche bizzarro modo personalizzare all’infinito la propria copia dell’album, così come l’ascolto. “Sì, esattamente. Eravamo talmente consapevoli di questo effetto che anche noi volevamo scattarci un selfie (quello che si intravede nella copertina fatta circolare in Rete, dove si stagliano le sagome dei tre musicisti, NdR). Direi che in realtà si tratta di un’auto-riflessione,
piuttosto che di un ‘selfie’”.

Sono sempre loro tre, indivisibili. Romy, Oliver Sim e Jamie Smith. Tanto che un paio di anni fa aveva stupito non poco l’uscita del debutto da solista di Jamie xx, il fortunato In Colour: una prova di estrema abilità da parte del giovane producer. Ma la coesione, per tornare alla seconda prova di studio che rammentavamo poco fa, ha sempre contraddistinto la band inglese, tanto che Jamie si avvaleva dei suoi due compagni in ben tre dei quattro brani con vocalist presenti nel suo esordio in proprio. “Sì, sono veramente grata del rapporto che abbiamo. Jamie e Oliver sono i miei migliori amici, ci conosciamo da tanto tempo e quindi possiamo essere onesti l’uno con l’altro. A volte non dobbiamo neanche parlare di cosa vogliamo fare perché tutto avviene in maniera molto istintiva: un aspetto che amo. Lavorare con altre persone non è uguale a lavorare con loro, questo me li fa apprezzare ancora di più”. In Colour
era senz’altro più ritmico e ballabile rispetto agli album degli xx e non poteva non influenzare il ritorno alla dimensione di gruppo. “Senz’altro, io e Oliver siamo andati ai concerti di Jamie ed è stato divertente vederlo divertirsi, rendersi conto che la sua sicurezza aumentava via via, di pari passo con i complimenti e le numerose nomination ricevute. Jamie ha sempre ascoltato tantissimi dischi, è sempre stato preso dai beat e dalle produzioni hip hop e dunque ha sempre seguito molta musica diversa se paragonata a quella degli xx. Sono fiera di lui e immagino che, se mai realizzerà un altro album da solo, potrebbe essere molto distante dal precedente”.

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Ma la padronanza nei propri mezzi è qualcosa che non soltanto Jamie, bensì anche Romy e Oliver hanno affinato. Una sicurezza che, nel passaggio fra i loro primi due dischi, li aveva già portati a prediligere una scrittura collaborativa rispetto agli scambi individuali via mail. Scrittura collaborativa che, per paradosso, metteva in risalto i dettagli e l’apporto di ciascuno dei tre. Ora siamo a uno step ulteriore: nato sulla scia di vari road trip fra USA e Islanda, I See You evidenzia uno spirito ancora più coraggioso, persino più ludico. Il sound è rotondo, diremmo hi-fi. Le voci risplendono, sovente poste in risalto, in primo piano. Per quanto riguarda Romy, basta prendere in considerazione ballate come Peformance o Brave For You. “Non so come sia avvenuto di preciso, ma mettendo in fila tanti concerti anche io e Oliver siamo diventati più sicuri di noi stessi e di conseguenza ci siamo goduti di più i nuovi cantati, con i quali abbiamo potuto assecondare stili più vari. Abbiamo provato un nuovo modus operandi, ovvero cantare delle melodie insieme in un’unica stanza e da lì in poi scrivere i testi delle canzoni. Prima era sempre avvenuto il contrario: scrivevamo i testi e in un secondo momento li interpretavamo. In I See You ci siamo fatti guidare dalla melodia e credo ciò si avverta”. Rodaidh McDonald – nel suo CV, servigi per King Krule, How To Dress Well, Savages, Daughter, Willis Earl Beal, Sampha… – è stato scelto come spalla in fase di produzione: “Rodhaid ci aveva aiutati anche per il nostro primo disco, nella parte di ingegneristica del suono. In Coexist aveva fatto invece quasi tutto Jamie, di sua spontanea volontà, ma affinché potesse dedicarsi meglio al lato creativo senza starsi a preoccupare troppo degli aspetti tecnici abbiamo pensato immediatamente di richiamarlo e ne siamo felici”.

Bene, passiamo all’album. L’R&B e il soul hanno fatto parte del corredo sonoro degli xx sin dagli inizi, ma potremmo quasi descrivere I See You come il loro disco black. “È buffo (Romy ride, NdR), abbiamo sempre amato R&B, soul e hip hop ma le nostre influenze adesso sono rivelate più chiaramente. Come ti dicevo, siamo stati a lungo in tour e siamo più fiduciosi nelle nostre possibilità: sarà per questo motivo”. Ci viene abbastanza lineare constatare che proprio la black music sembra essere divenuta più popolare, nel senso più propriamente attivo di essere ormai in grado di determinare significativamente la pop culture. Con ogni probabilità, come abbiamo avuto modo di riflettere durante gli scorsi mesi, anche grazie all’era Obama e all’endorsement di siti influenti come “Pitchfork” (modaiolo quanto volete, OK, ma spesso di innegabile spessore giornalistico nei suoi approfondimenti). Sono stati tanti gli artisti capaci di rinnovare la scena black e, pensando a quelli più affini agli xx, ci vengono in mente FKA twigs – peraltro accasata come loro in Young Turks, etichetta partner di XL – e Frank Ocean, uno dei mattatori dell’anno da poco concluso. Potremmo citarne molti altri, da Janelle Monáe a Kendrick Lamar… “Sì, non so se la chiamerei black music, perché non sono una fan dei generi, non mi piace affermare che ascolto soul music o indie music, mi piace di tutto perché gli xx hanno gusti eclettici. In studio abbiamo ascoltato musica su Spotify e le nostre playlist erano molto eterogenee (playlist che, diffuse su varie piattaforme di streaming durante la lavorazione di I See You, spaziando nei decenni inanellavano nomi come Chet Baker, Nina Simone, Aretha Franklin e Donna Summer, David Bowie, The Cure, Suicide e Tears For Fears, Mazzy Star, Portishead e Radiohead, Björk e Antony & The Johnsons, Cat Power e Perfume Genius, Alicia Keys, Sia e Rihanna, Floating Points, James Blake e Lamar, NdR). Credo che anche il pubblico sia aperto a proposte diverse. Fra quelli venuti fuori di recente, amo i dischi di Solange – l’ultimo in particolare perché si è presa tutto il tempo necessario per portarlo a termine – e Frank Ocean (entrambi inclusi infatti nelle playlist di cui sopra, NdR), ma per me non c’è differenza se gli artisti sono bianchi o neri. Si tratta soltanto di ottima musica”. Non ci sono naturalmente differenze di pelle e ormai l’uso di elementi black è entrato a far parte di un lessico impiegato in scioltezza dai vari Blake, Bon Iver, Chairlift (altra formazione che mosse i primi passi proprio su Young Turks)… “Giusto, ritengo che in conclusione ognuno sia influenzato da differenti tipi di musica e che successivamente
determinati influssi vengano fuori”

Continua sul Mucchio n.750 – gennaio 2017

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