U2

Le lacrime di Warhol

The Joshua Tree fa trent’anni, un anniversario celebrato con un tour mondiale con tappe anche a Roma il 15 e il 16 luglio allo Stadio Olimpico, rincorrendo l’attualità di quell’America letteraria. Storia del grande equivoco americano degli U2, dei suoi segreti pop, e di memorie dannate.
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L’esperienza insegna (Blake può attendere)
Dal 1984, da Pride (In the Name of Love), dall’eco di MLK nelle loro evocazioni da ventenni, l’America perseguita gli U2. Li perseguita e loro la perseguitano – il rapporto è biunivoco. La parabola persecutoria si sfibra nei grandi spazi, nel gospel e l’armonica di Joshua Tree e Rattle and Hum, si prende una pausa lunga e meritevole nei primi anni Novanta (Achtung Baby, Zooropa), e poi riparte di nuovo a cannone: il gusto trip-hop scuro di Miami, la sfacciataggine bruttina di New York, la traduzione post-11 settembre di Walk On, la sontuosa vacuità di The Hands that Built America (uno spaventoso travisamento in chiusa a Gangs of New York di Scorsese), l’adult rock piacione di City of Blinding Lights.
E sempre tour coast to coast, trionfi ai Grammies, ricerche di Oscar, reciproche richieste di conforto, l’instancabile lobbysmo di Bono al Congresso per le sue attività sempre più strane – di un umanitarismo imperscrutabile, forse, in ultima analisi, solo stolto. Mentre il Congresso vota guerre e ancora guerre, Bono, ex-pacifista, esemplare bizzarro di uomo d’affari e d’immutato carisma, sfoggia doti impreviste di equilibrista. Intanto gli U2 continuano stanchi a fare un disco al lustro, uno decente, l’ultimo, Songs of Innocence, proprio no. Quest’anno quell’autobiografia dal titolo scippato a William Blake aspettava il sequel sempre blakeano: Songs of Experience. E invece no, perché l’esperienza insegna e quindi affiorano i dubbi.
“Non conviene”, deve aver pensato qualcuno. Soprattutto se hai un’alternativa-bomba. Se da una parte hai un disco che non si sa come andrà (forse maluccio, se non lo immetti negli i-pod di chiunque), e dall’altro hai la possibilità di fare un tour celebrativo del tuo album più venduto ascoltato mitizzato, scegli la seconda via. E pazienza se la sontuosa deluxe edition è già uscita per il ventennale. Pazienza, perché così fan tutti: il rock è diventato questo, nostalgia, retromania, attenzione viscerale ad anniversari, nascite, morti, registrazioni. Ecco quindi l’epifania dell’idea: il ‘trentennale’ di Joshua Tree. Tour mondiale, e che attenda William Blake, che attendano I canti dell’esperienza, si torni all’albero di Joshua.
Si torni al 1987.

 

Due settimane di deserto
Andrew Warhol morì il 22 febbraio 1987. Solo per due settimane, quindi, Andy Warhol non riuscì ad ascoltare The Joshua Tree, l’album spaventosamente americano degli U2, ennesimi europei come lui, figlio di slovacchi, emigrati in America per assumere uno status definitivo. The Joshua Tree, icona dell’invasione americana degli U2 (decine di milioni di copie vendute, la copertina di “Time”, i video di Where the Streets Have No Name e Still Haven’t Found What I’m Looking For girati a Los Angeles e Las Vegas), uscì infatti il 9 marzo.
Peccato Andy. Ma tanto non l’avrebbe mica capita, Andy Warhol, quella riduzione dell’America a immensi deserti costruiti attorno all’effigie spoglia dell’albero di Giosuè, deserti che non si capisce mai bene se siano interiori o esteriori. Ma cosa importa, quando quel che contava, per gli U2, era misurare la distanza «tra le due Americhe», e tra il loro «amore per l’America e la paura per ciò che l’America poteva diventare» (Bono), la distanza tra la Promessa e la realizzazione.
Insomma, The Joshua Tree era la replica tutta irlandese del lavoro che stava portando avanti Bruce Springsteen da una dozzina d’anni. L’America libertà e sogno, frontiera da spostare e da sperare nell’utopia del migrante, veniva confrontata con le asperità intollerabili della superpotenza, col rombo degli aerei sganciabombe di Bullet the Blue Sky.
No, Warhol non avrebbe provato interesse per quel disco.

 

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Inside is America
Quando Kafka mette mano alle prime righe del romanzo Il disperso, meglio noto come America, commette un errore piuttosto vistoso: in mano alla Statua della Libertà ripone non una fiaccola, ma una spada. Quando quel primo capitolo venne pubblicato come Il fuochista, l’errore fu notato da molti, ma Kafka, che naturalmente non era mai stato in America, si rifiutò di correggerlo fino alla fine.
Possiamo solo intuire le sue ragioni profonde di artista, ma sappiamo per certo che, serbando intenzionalmente l’errore, volle preservare a tutti i costi la sua idea dell’arrivo da migrante in America: la Libertà armata come profilo di un paesaggio interiore scisso tra speranza e delusione, come traccia iconografica della distanza tra l’aspettativa e il reale, la mitologia e il naturale. La spada che recide il legame col passato e che minaccia, i venti liberi accanto.
Come ha spiegato bene Andrea Mecacci nella sua bella introduzione ad America di Warhol (Donzelli, 2009), ci sono stati approcci europei di ogni sorta all’abisso-America, dal filosofo Baudrillard al cineasta Wim Wenders fino agli U2, ma loro tratto comune è stata di avvicinarla attraverso immagini di deserto, immagini svuotate d’elemento umano. Se da terra di migranti, serbatoio di infinite promesse, l’America ha costruito tante immagini di sé quanti i suoi transitanti, l’immaginario europeo legato all’America ha appreso ad amarne le residue immagini di silenzio, le sue nature non violate, le prospettive d’infinito che scorrono incredibilmente parallele al sistema violento dell’America reale.
Ed è stato proprio il sistema dell’America reale a porsi sotto la lente fotografica di Warhol nel suo viaggio americano di una vita: e quello che Warhol ha mostrato come uno dei tratti più profondi dell’America profonda è l’infinito lavorìo interno alle merci, il marchio impresso dal capitale ai prodotti, l’infinita uguaglianza registrata nella disponibilità degli items al supermarket, tutti equalizzati dal valore denaro: «tutte le Tab sono uguali e tutte le Tab sono buone. Katharine Hepburn lo sa, la barbona lo sa e lo sai anche tu» (America).

 

Imparare da Las Vegas
Dieci anni dopo The Joshua Tree, gli U2 hanno presentato un album in un supermercato – niente più desert skies – e hanno aperto il loro tour a Las Vegas. Quell’album si chiamava Pop e fu una specie di riparazione offerta a Warhol nel decennale della morte – e sembra proprio che quest’anno compia vent’anni. Vent’anni di distanza da un fallimento sono melanconia, basso continuo, rabbia trattenuta, collera biliosa. Anche per questo sarebbe giusto celebrarli.
Il 3 marzo del 1997, mentre il mondo attorno ribolliva di drum ‘n’ bass, mentre la sterile diatriba Blur-Oasis sfumava e i Radiohead erano ancora quelli di High ‘n’ Dry, gli U2 pubblicavano quel disco rischioso, inzeppato di idee, prodotto da Flood con un mago del trip-hop – Howie B. Era un disco strano e di ricerca sonora, in bilico tra cedimenti techno e l’ennesimo cuore caldo irlandese, un disco imperfetto in una veste concettuale ambiziosa: parlare del nostro mondo come un supermercato di merci e di suoni, dominato dalle grandi intuizioni della Pop-Art americana. Ripeteva a modo suo Warhol che ti dice che in America tutti sono uguali perché tutte le merci si misurano in denaro e tutto può essere merce, purché sia minimamente carina. Warhol che ti spiega che etichettare è imprimere un valore, che tutti siamo artistici in quanto esposti, vendibili, e siamo vendibili in quanto sottoposti a una specifica narrazione che tutti riconoscono come estetica: ogni merce si avvicina alla patina d’arte, se estetizzata a dovere. Ogni merce vale, perché è artefatta – frutto di un lavoro, di un artificio, di una finzione.
Ecco. Pop avrebbe voluto essere una stralunata lettura musicale e iconografica di queste visioni del presente, del mondo globalizzato e delle sue contraddizioni. Voleva essere ma fallì. Nonostante i milioni di copie comunque venduti (ma pochi milioni comunque), non ha lasciato traccia di sé se non come fallimento, nei fan e nei protagonisti.
Eppure lo spinsero come ossessi. Show a sorpresa al supermercato. Sei singoli apripista – su dodici canzoni. Sette videoclip (o forse di più). Quel tour nominato PopMart come provocazione – coi giornalisti che lo bollano Flop-Mart, senza peraltro che la definizione fosse suffragata dai numeri. Il palco mastodontico del PopMart era segnato da un arco giallo che ricordava veramente troppo Mc Donald’s. Sul fianco troneggiava un enorme limone argentato, dietro, sullo schermo, Roy Lichtenstein veniva usato a profusione. Ma niente. Insuccesso: già a Las Vegas, la prima tappa, Bono stecca, si ferma, spezza l’artificio. Forse il problema erano semplicemente le canzoni? Il mix, su cui hanno provato a tornare? Forse la produzione? È da quell’imbarazzo provato a Las Vegas che i pareri sono discordi.

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The Sweetest Thing
Fatto sta che, quando nella primavera del 1998 la parabola di Pop finisce, con concerti memorabili in Sud America e Sud Africa, sembra proprio che gli U2 si liberino di un peso enorme. E pochi mesi dopo un delizioso video invade gli schermi via MTV. Vi appare Bono con cappellino alla Elvis Costello e occhiali trasparenti su un camioncino che attraversa Dublino: canta un pezzo antico, Sweetest Thing, una b-side di Joshua Tree. Nel video, una, due, mille volte appare per strada uno striscione: I’m Sorry.
Lo voleva il testo del brano, certo, che in origine era stata una richiesta di scuse a quella santa di sua moglie Ali. Ma sembrò quasi che gli U2 chiedessero scusa a tutti per il fallimento di Pop: “non lo faremo più”, sembravano promettere. Sweetest Thing fu il singolo estratto dall’antologia U2 1980-1990, una collezione di successi degli Eighties e un successo di cassa incredibile. Scusate, ci siamo sbagliati.

 

Trent’anni di grandi successi
Non ci sbaglieremo più. Ogni mossa ha mostrato questa volontà, da allora.
Oggi, 2017, la scusa, il movente confessato per dare esecuzione alla legge ferrea della nostalgia, per innaffiare ancora l’albero di Joshua, è stato Donald Trump. Annunciando il tour i ragazzi hanno confessato che mai come quest’anno, trent’anni dopo, quelle canzoni suonano attuali in un’America che sceglie Trump.
Ma davvero The Joshua Tree è attuale? Forse sarebbe il caso di rispondere onestamente che no, non è attuale. Se certamente il deserto, i larghi spazi, le armi, la spiritualità dell’America profonda – i temi che hanno innervato Joshua Tree –, tutto questo non è certo sparito in trent’anni, non è certamente la vittoria di Donald Trump ad attualizzare quel tipo di lettura, tutta letteraria, tutta piegata a un immaginario europeo.
L’albero di Joshua non è contemporaneo, non parla all’oggi, si colloca semmai nell’empireo dei classici per aver cristallizzato in musica un certo immaginario americano.
Ma questo guardare all’indietro per trovare armi per leggere il presente fa degli U2 dei perfetti storici, custodi e templari della memoria, pronti a riattivarla appena vi sia l’occasione. Dei banditori di memoria in esposizione. Fa di loro gli ennesimi alfieri della retromania, in barba a ogni anniversario di Pop, che oggi ha vent’anni e nessuno, tra loro, lo vuole ricordare.

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Trent’anni fa.

Le lacrime di Warhol
Perché almeno con Pop – e col suo fallimento – erano stati vicini, prossimi a svelare l’essenza stessa dell’America e di se stessi. Quando si erano definiti PopTarts – ricordate la maglietta di Adam Clayton nel Popmart Tour? – si erano avvicinati alla loro condizione di merce bellissima, giovane e artificiale: l’avevano esposta e criticata. Ci avevano riso su. E ci avevano aggiunto qualcosa – brani irlandesi purosangue di amore e di politica (Mofo, Please, Gone, Wake Up Dead Man) che in quel marasma merceologico quasi sfuggivano all’ascolto, eppure c’erano, come macchie di calore in quella messinscena estetica, quasi lacrime di Warhol – dettaglio impensabile sul volto emaciato e frigido dell’artista albino, provocatore apatico, senza sentimenti.
E quest’immensa esposizione di un contrasto – il disco pop con un’anima rock immessa nelle casse scosse da suoni techno – avveniva proprio quando la bellezza e il fascino li stavano abbandonando, proprio quando l’ispirazione li stava salutando e il loro stesso artificio veniva a galla. Da questo la fatica, da questo il fallimento dell’artificio che fu Pop e il PopMart, lo spaesamento del pubblico e degli artisti stessi.
Da questo la damnatio memoriae. Da questo infine, l’avance di un’assurda, improponibile attualità del Joshua Tree. Nessuno apprezzerà l’attualità di Joshua Tree, perché non c’è. Non spiega l’America di Trump, non si avvicina a nessun fenomeno sociale a stelle e strisce di oggi. E nessuno ascolterà Joshua Tree com’era (dannatamente bello) – sarà sempre l’albero trent’anni dopo, mitografia di un’America interiore cantata oggi da una voce più roca, la produzione da stadio, le figure dei divi più fragili, impallidite, vicine ai sessanta. Di fronte a quegli spazi di suono, si parrà la vita americana più vecchia di trent’anni, affossata dal ripetersi dei soliti errori, dall’elisione dei propri orrori. La sequenza dei Reagan I e bis invischiata nel Bush padre e nell’eterno Bush figlio, nelle guerre infinite, nella guerra per il terrore che hanno lanciato. Quel disco era di speranza. Rilanciarlo oggi, artisticamente, è la disperazione. È il trionfo dell’idea di un gruppo che ha preso tante e tante volte il mondo e che vuole dire ancora una volta che ha il successo.
E quindi non preoccupiamoci, dopo i trent’anni di grandi successi, Joshua Tree sarà ancora una volta bellissimo, albero desolato nel Waste Land del riporto di Trump, melodie stupende senza nessuna lezione da trarre – se non l’ennesima estetizzazione dell’incubo politico americano. Piangiamo quindi le impossibili lacrime di Warhol, a trent’anni dalla sua morte, allora. Aveva visto tutto questo senza vedere l’itinerario degli U2.
Baby, it must be art – o forse, più semplicemente – merce.

Pubblicato sul Mucchio n. 752

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