Live: Yo la tengo

10 marzo 2013 - Milano, Limelight

“Ne ho visti parecchi, di loro concerti. Ma non ne ho mai visto uno uguale all’altro” si mormora all’uscita del (pessimo) "Limelight". E hanno ragione. Chi scrive si sta avvicinando alla doppia cifra, per gli Yo La Tengo, ed è davvero difficile ricordarsene due simili. Forse è questo il loro segreto.
Foto di Stefano Masselli

Rinnovarsi. Sempre e comunque. Cercare di evitare sempre le scorciatoie. Altrimenti come puoi durare più di vent’anni a questi livelli, sempre elevatissimi? Gli Yo La Tengo sono una di quelle istituzioni da cui puoi essere sicuro di avere sempre qualcosa da imparare e sempre motivi per cui sorprenderti. Come, ad esempio, la decisione di fare due set. All’americana. Prima un set acustico. Poi uno elettrico. A conti fatti, una scelta vincente. Personalmente ho sempre trovato un po’ smorzante l’effetto delle parentesi acustiche all’interno di flussi di rumore bianco e svisate psichedeliche. Motivo per cui la decisione di cristallizzare organicamente il raccoglimento può non solo permettere una maggiore attenzione, ma anche valorizzare un repertorio che se no rimarrebbe sommerso da tutto il resto. In generale, però, non sembra essere scelta apprezzata. La soglia di attenzione dello spettatore medio ha bisogno di hook forti, e la sensazione è che si sopporti come un calvario in attesa dell’apocalisse sonora. E infatti, dopo una pausa, l’attacco di Stupid Things manda in subbuglio il pubblico. Per quanto possano essere apprezzati come entità indie a tutto tondo, gli Yo La Tengo sono quelli delle grandi escursioni psichedeliche, dei pezzi pop perfetti con chitarre elettriche e divagazioni kraut-rock, delle cover rimasticate e ributtate con un nuovo vestito (Little Honda dei Beach Boys). Sembrano esserne consapevoli loro in primis. Ma una certa libertà possono prendersela, e a sorpresa evitano l’effetto greatest hits evitando Tom Courtenay e Stockholm Syndrome (si segnala la sola Sugarcube, come contentino). Sono in giro da talmente tanto tempo che possono permetterselo. Sono in giro da talmente tanto tempo anche da potersi permettere di fermarsi e chiudere il concerto con Tried So Hard di Gene Clark cantanta da Georgia Hubey, batterista più vicina ai sessanta che ai cinquanta e per questo comprensibilmente distrutta dopo un’ora di set indiavolato e inesorabile.

Photocredit: Stefano Masselli. Pubblicato sul Mucchio 705

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