Ypsigrock Festival

Castelbuono (Palermo) – 06-09/08/2015

Come a ogni edizione, Giulia Sarno/unePassante ci racconta il festival siciliano che quest'anno porta nelle sue terre un cast eterogeneo, con menzione d'onore per Battles e Notwist, e qualche polemica che non ne inficia l'abituale, ottima riuscita.
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Tutto inizia con un ricordo, evocato da un amico il giorno prima che tutto ricominci, anche quest’anno: la prima edizione di Ypsigrock cui abbia messo piede risale al 2001. Duemilauno. Quattordici anni fa. Praticamente siamo cresciuti insieme, mi dico. Ypsigrock è un po’ come quell’amico dell’adolescenza che conosci a menadito, che magari ti fa anche incazzare, o di cui a volte non condividi le scelte, ma che ami e appoggi sempre e comunque. Potete anche perdervi per un anno o due, ma è destino che vi ritroviate. E lo so che inizio i report del festival con queste considerazioni generali un po’ sdolcinate, ma il fatto è che Ypsigrock è più della somma dei suoi elementi. Parlare soltanto dei singoli concerti che ogni anno lo compongono non rende l’idea della sua totalità. Chi vive Ypsigrock sa quanto contino le pause tra un set e l’altro, gli incontri in piazza come sul corso, i commenti sui gruppi… Per forza di cose, un concerto di Ypsigrock che non ti è piaciuto finisce per trasformarsi in qualcosa di altro, qualcosa di più significativo, e in definitiva di positivo, nelle parole che scambi con gli amici che, come te, sono lì ogni anno. Le loro prospettive si fondono con la tua, arricchendola, rendendola caleidoscopica. Per questo motivo, in questo report, sono felice che alla mia voce faccia da contraltare, in chiusura, quella di Andrea Provinciali.

Sono arrivata al festival impreparata. Non conoscevo la maggior parte degli artisti, non posso non ammetterlo perché questo falserebbe i contenuti di questo report. L’unica, superficialissima idea me l’ero fatta un paio di giorni prima del festival, nel tragitto in macchina da Firenze a Palermo, ascoltando la playlist che gli organizzatori hanno compilato su Spotify. Evidentemente non è abbastanza, lo so, e faccio mea culpa. Un’altra colpa che ho è quella di non essere riuscita ad andare all’Ypsi&Love stage neanche un pomeriggio, né al nuovo Cuzzocrea stage (cuore) al campeggio notturno – una nevralgia alla gamba mi ha costretto a restringere al minimo le ore di fatica giornaliera, per poter resistere fino alla fine dei concerti sul palco principale.

Battles - Foto di Stefano Masselli
Foto di Stefano Masselli

Palco che viene inaugurato quest’anno dal set supercool dei Temples: derivativi quanto volete (palate e palate di anni ’60), e certamente modaioli (quanti gruppi psych stanno girando in questo periodo?), hanno comunque uno stile performativo convincente, dei bei suoni, pezzi fighi e catchy (li riascolto in questo momento su disco e me ne ricordo diversi), nonché l’attitudine giusta. Se non avessi già scelto i Black Angels, potrebbero entrare nelle mie abitudini di ascolto, che non riescono ad accogliere più di un gruppo palesemente retromaniaco per decennio. Il tuffo nel passato vagheggiato dai Temples viene reificato subito dopo, con l’ingresso dei Sonics in tenuta da biker in pensione – mi pare di vedere dei dragoni rossi ricamati sulle loro camicie nere, caldissime di sicuro, che non si capisce come facciano a non svenire sul palco. Li avevo già visti qualche anno fa al Festival Beat di Salsomaggiore Terme: mi avevano fatto più tenerezza che altro. Ma qualcosa mi sembra cambiato da quel live tutto sommato tristarello a questa esibizione. Sarà stata la pubblicazione del disco (This is the Sonics, Marzo 2015), l’aver ripreso a suonare con una certa continuità, o il cambio di batterista (Ricky Lynn Johnson dei Wailers, sostituito dal fogatissimo Dusty Watson), ma ho avuto l’impressione che avessero ritrovato il tiro sommerso dall’impietoso avanzare degli anni. Di tanto in tanto, certo, ognuno tirava sulla propria strada, ma non che i Sonics abbiano raggiunto la fama per la precisione del tessuto contrappuntistico. Insomma, tra gli immancabili classiconi e pezzi nuovi che non spostano di un millimetro la barra stilistica della band, un concerto gradevolissimo e divertente. Ma è dopo la discesa dei Sonics, i quali – unica nota davvero stonata del set – ci ricordano che hanno un disco nuovo in vendita, che per me arriva il vero momento bomba del festival, l’unico live che aspetto davvero con ansia, quello dei Battles. Li ho già visti tre volte, ma credo che potrei vederli ogni sera senza annoiarmi mai. Questa volta, inoltre, c’è il valore aggiunto della quasi-première dei pezzi del disco nuovo, del cui tour Ypsigrock costituisce orgogliosamente la prima tappa. Faccio uno strappo alla regola – fanculo l’equilibrio sonoro, e la nevralgia – e mi piazzo in seconda fila al centro, in religiosa solitudine, solo sconosciuti attorno. Un gruppetto di ragazzini che si divertono a urlare non ho capito cosa su Papa Francesco è l’unica distrazione, peraltro eliminata alla radice da una cazziata ben assestata. Al netto della performance ci ho rimesso due ciondoli, andati persi nel marasma dello scatenamento fisico, ma ne è valsa la pena, eccome. Le piccole incertezze e imprecisioni che sempre costellano i concerti dei Battles, questa volta ancor più giustificate dalla novità del set, sono spazzate via dalla potenza del suono e dalla bellezza assoluta delle composizioni, tanto le vecchie (ci regalano Atlas, Futura, Ice Cream e Africastle) quanto le nuove, già nel mio cuore. I brani di La Di Da Di, tutti strumentali, sono un distillato puro dello stile Battles, fatto di massicce ripetizioni e sonorità aspre che fondono sintetico e acustico in modo magistrale, il tutto marcato sintatticamente dal caratteristico uso che John Stanier fa dell’unico piatto del suo drumkit, vero perno strutturale dell’amalgama sonoro del trio. Messe da parte le pur splendide stravaganze art-pop di Gloss Drop, i Battles tornano a muso duro sulla scena math, per la gioia di tutti i nostalgici di Mirrored.

Metronomy - Foto di Stefano Masselli
Metronomy – Foto di Stefano Masselli

Le previsioni del tempo che davano tragedie per l’intero weekend si concretizzano, il sabato, in una specie di ciclone tropicale che attraversa il paese nel tardo pomeriggio, mettendo in difficoltà, ma non piegando, lo staff tecnico, che riassesta il tutto permettendo l’inizio dei concerti con un ritardo davvero minimo. Chapeau. La serata inizia con la sorpresa di trovare i KVB sul palco principale al posto del previsto set di Bipolar Sunshine, il quale, abbandonato dalla band che – siamo alle solite – ha perso l’aereo, si è dovuto accontentare dell’Ypsi&Love. I due giovanotti inglesi peraltro dimostrano di non aver usurpato nulla, calcando il palco del Castello con mestiere e sicurezza, belli e scuri, fascinosi e sprizzanti hype dietro le loro frangettone. Musicalmente non shoccano, proponendo un bel mistone di roba che va dallo psych (ancora) allo shoegaze all’industrial, con una certa patina joydivisionesca a garantirne l’appeal, ma riescono piacevoli, più interessanti per la sottoscritta quanto più si scuriscono e accartocciano e industrializzano. Dopo di loro, l’esibizione solitaria e brevissima del damerino del synthpop inglese, William Doyle aka East India Youth, che non mi sono goduta per niente perché deconcentrata e persa in chiacchiere, ma che mi sembra nascondere qualcosa di interessante sotto l’elegantissima tenuta e le mosse da tarantolato. Qualcosa che probabilmente non rispecchia per intero i miei gusti, ma che merita attenzione. Mea culpa, ancora. E però neanche il tempo di pensare “niente male questo, ora mi avvicino al fronte palco” che aveva già finito. Quello che invece proprio non capisco sono i Metronomy. Sarà certamente per le mie lacune nella cultura pop, per la mia incapacità di apprezzare qualcosa che – mi sembra – voglia solo far stare bene i propri fruitori, ma boh, la mia reazione è l’indifferenza pressoché completa, tant’è che ho un ricordo molto vago del concerto. Un suono compatto e leccato, che piace, fa ballonzolare la platea, fa sorridere, ma per me niente di più.

THE NOTWIST 08 © stefano masselli
The Notwist – Foto di Stefano Masselli

 

Dopo una nottata di impantanamenti e piccoli infortuni (il ciclone ha risparmiato il festival ma non le strade di campagna), è già l’ultimo giorno di Ypsigrock, quello che, come tutti quelli che leggeranno già sanno, sarà ricordato come il giorno dello scandalo. Protagonisti, i Fat White Family e le esposte nudità del frontman Lias Saoudi. Un sentore di guai aleggia già dal pomeriggio, visto che i discussi rocker inglesi (ma quanto Regno Unito c’è nella line up di quest’anno?) non si presentano al check: sono stati avvistati, pare, a ubriacarsi nei vari bar del paese. Comunque sul palco salgono in orario, impeccabilmente lerci, da manuale. Al secondo pezzo le braghe di Saoudi sono già pericolosamente vicine alla linea della censura. Il suo metodo è quello di agitarsi in modo strategico per regalare un effetto, piuttosto maldestro se visto lucidamente, di involontario striptease. Ma il giochetto non sembra riuscire fino in fondo, tanto che il cantante è costretto, per la frustrazione, a dare letteralmente una mano all’operazione: nel bel mezzo di un pezzo si afferra dunque l’uccello e lo mostra a un pubblico tristemente abbarbicato ai propri telefoni. Mi sembra l’epitaffio definitivo sulla tomba del punk. Il concerto va avanti, non brutto (retro e manieristico sì, ma ganzo), ed è però relegato sul fondo di questo esibizionismo fuori tempo massimo. La parte peggiore dell’ensemble mi sembra proprio il contributo, musicale e non, del frontman. Quando è la voce scura del chitarrista Saul Adamczewski a prevalere il tutto acquisisce coerenza e coolness. Intrappolati nei cliché, tutto sommato quello che resta da pensare è che in fondo si tratti di un gruppetto di ragazzini scemi che si divertono a fare gli outsider. Peccato. Sarebbe bello crederci, sarebbe bello essere nel 1977, o meglio ancora nel 1910, quando lo scandalo aveva un valore rivoluzionario, ma su quel palco è tutto troppo sapientemente calcolato per essere vero. Stufa, mi allontano proprio prima di quando la provocazione raggiunge il parossismo, con un accenno di rissa provvidenzialmente coperto dall’intervento del luciaio che spara blinders e fumo a tutto spiano per evitare il peggio – così mi raccontano. Le versioni si sovrappongono: si parla di un cittadino improvvisatosi paladino della morale, di un membro della security impazzito, o aggredito, di qualcuno insomma che abbia voluto mettere a posto questi giovanotti, il tutto concluso, a tutto beneficio del curriculum dei musicisti, con un arresto e, nei giorni successivi, con un comunicato stampa degli organizzatori che mette un po’ i brividi a chi questo festival lo ama e lo vorrebbe immortale.
Ma intanto la musica continua, e ci pensano i Notwist a portare sul palco quintali di stile e tiro teutonici che sotterrano nell’oblio gli eventi appena trascorsi. Un concerto potente, suonato alla stragrande, che fa impazzire i fan e lievitare la piazza, sapiente mistura di brani vecchi e nuovi, di eleganza sonora senza tempo e cavalcate electro contemporaneissime, di spunti pop e schiaffoni da far girare la testa. Un live impeccabile, che potrebbe farci andare a casa soddisfatti, se non che a seguire è la volta dei Future Islands e del loro indimenticabile frontman Samuel T. Herring, che non si risparmia di certo nella preparazione coreografica della propria esibizione, tutta un balletto, un guardare obliquo, un posizionamento strategico delle mani. Voce duttilissima e studiata, che riprende e mescola stilemi di varia provenienza, dagli ammiccamenti da crooner a scoppi growl a sorpresa, si intreccia con mestiere, rendendole a tratti interessanti, alle sonorità Eighties della band. Bravissimi, non c’è che dire. Non credo che li ascolterò mai.

 

di Andrea Provinciali

Che estate sarebbe senza l’Ypsigrock. Oramai il festival siciliano è diventato tappa fissa per molti di noi. Che a Castelbuono non manca niente: montagne, mare, cibo, voglia di divertirsi e un’atmosfera conviviale di paese come raramente ci capita di assaporare così intensa. Ma soprattutto musica di qualità. Anche quest’anno line up azzeccatissima e concerti che non hanno deluso, che – proprio come ha scritto Giulia in apertura del pezzo – un live può anche non piacere ma lì, all’Ypsig, mai potrà deludere totalmente. Ad esempio, se per Giulia i Metronomy hanno significato poco o niente, per il sottoscritto invece sono stati immensi: coniugazione perfetta di impeccabile abilità strumentale e contagioso divertimento pop. Non una nota fuori posto, coreografie trascinanti, scaletta indovinata con tanto di digressioni stilistiche rispetto alle versioni di studio: su tutte, la veste sognante e fluttuante con cui hanno performato I’m Aquarius, il cui coretto non si è più tolto dalle orecchie. Esibizione che entra di diritto tra le migliori di questa edizione insieme a quelle dei martellanti/danzanti Battles e degli impeccabili Notwist, come sempre in grado di condensare tiro rock, cavalcate post, trip elettronici, alternando furia, spensieratezza e malinconia di continuo. Non abbiamo capito perché non sia stata assegnato a loro l’onore di chiudere il festival al posto dei bravi ma-non-quanto-i-notwist Future Islands.
Invece, per quanto riguarda i Fat White Family sorvolo volentieri sul pene dello scandalo – ne sono del tutto indifferente, sia al gesto in sé sia all’inutile polemica sorta – per sottolineare invece quanto mi siano piaciuti dal vivo: rock blues sudato, sensuale e dissonante suonato con grande vitalità e forte personalità dalla band.
L’Ypsigrock ha fatto centro anche stavolta – non che ne avessimo dubbio alcuno – e di sicuro, vogliamo ben sperare, non sarà un’esibizione un po’ fuori dalle mutande a metterne a repentaglio il futuro. Ci vediamo a Castelbuono anche il prossimo anno, mi raccomando. Come sempre appuntamento al Cin Cin Bar dopo i concerti.

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