Alessio Torino

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61_torinoAlessio Torino è un musicista nascosto ma soprattutto uno scrittore. Che la musica sia stata e resti forse in forma diversa un suo immenso amore, una parte non integrante ma essenziale della sua formazione poetica, lo si legge in modo evidente anche tra le pagine del suo ultimo romanzo Urbino, Nebraska (minimum fax, 2013), in cui a un certo punto sono protagonisti alcuni giovani musicisti tratteggiati con la precisione di chi conosce bene la materia. Non è dunque un caso che per la prima volta in questa rubrica un autore si sia trasformato a tutti gli effetti in una penna affilatissima che, nel raccontare del suo rapporto con questi album, ha raccontato accuratamente e criticamente gli album stessi.

“Alle medie, mentre i miei coetanei ascoltavano Gimme Five, io me ne stavo a casa di mio zio Keith a sentire Pink Moon. La sua collezione di vinili rispondeva a una certa raffinata intrasigenza – però di Springsteen non c’era solo Nebraska, ma anche The River Io stavo benissio a sfogliare con lui i testi nel cofanetto di Fruit Tree, intanto che nello stereo suonavano Rust Never Sleeps nella versione acustica o Maria-a-an.

Credo che questo tipo di educazione mi abbia portato a soffrire di un complesso di “superiorità musicale”. Non avevo scampo. Avendo nelle orecchie la voce di Tom Waits che canta nel megafono in Swordfishtrombones o quella di Siouxsie in Metal Postcard, come avrei potuto provare qualche affinità con i Bon Jovi? L’introduzione per rullante e grancassa soli di Seventeen Seconds, poteva mai farmi concedere qualcosa ai Queen? O a Sting? Provateci voi a entrare in un bar di Urbino, mentre un tizio suona “del blues” e voi avete appena ascoltato tutto Crocodiles. Dopo avere imparato a strimpellare la chitarra, una delle mie più grandi soddisfazioni è stata riuscire a rifare l’intro di Cello Song, poi l’arpeggio di One Of These Things First. Delle scale doriche, ioniche e corinzie di tecnicisti e metallari non me ne poteva fregare di meno. L’amore per la musica era troppo forte ed è venuto spontaneo andare oltre quella degli altri.

A parte vari esperimenti, ho suonato in tre gruppi: i Dust, i Glance e i De Sparvingle. Soprattutto con i Glance le cose sono state a un passo da diventare serie. I pezzi che scrivevamo non erano male per niente. Di recente ne ho riascoltato uno, The Performances Room dove c’è un giro di basso che sono sicuro piacerebbe a Simon Gallup. Però c’era un problema. Solo mio. Il disagio che provavo quando uscivo dalla sala prove. Cosa aveva a che fare The Performances Room, esteticamente ineccepibile, con la mia vita? Con le strade e le case che vedevo tornando a casa dalla sale prove? E non solo con la mia, di vita, ma anche con quella che c’era dietro ogni finestra e coppia di persiane? Niente. O comunque troppo poco. Un prodotto estetico è condannato a girare su se stesso se non è segnato dalla disponibilità di esporsi e di compromettersi da parte di chi lo crea. Così sono andato via dal gruppo. Ma ora, se ci ripenso, sento che non poteva esserci scelta più sbagliata di quella giusta.”

 

republic1. New Order, Republic. Scegliere tra Unknown Pleasures e Closer dei Joy Division è come scegliere tra l’Iliade e l’Odissea. Impossibile. Non si può. Per un attimo New Dawn Fades stava per farmi propendere per il primo, ma poi mi ha risuonato in testa procession moves on, the shouting is over… Alzo bandiera bianca e scelgo un album “qualsiasi” dei New Order.

 

 

 

 

the_cure_the_top2. The Cure, The Top. La canzone che ho ascoltato più volte in assoluto dei Cure è sicuramente Disintegration, nell’album omonimo, però fra tutti gli album (che per me, da bravo fissato, si fermano idealmente a Wish) metto The Top. È uno degli album di passaggio fra il suono bello depressogeno di Pornography al pop fresco di The Head On The Door. Nei lavori che ci sono in mezzo a questi due dischi, i Cure hanno raggiunto delle vette di libertà estetica totale. Shake Dog Shake, Piggy In The Mirror…. ma il pezzo più fuori di testa è Bananafishbones. Se uno vuole scoprire l’uso lisergico che si può fare di un’armonica a bocca, basta che metta su questo pezzo. PS: Dal vivo la suona Robert.

 

auteurs+new+wave3. The Auteurs, New Wave. Lo so che c’è già tutto nel White Album. Lo so che, se la ascolti bene, Ob-La-Di Ob-La-Da è la canzone più triste della storia e che While My Guitar Will Gentle Weeps è il pezzo più bello del rock, ma quando poi senti Junk Shop Clothes ti fermi e, consapevole della tua bestialità, pensi: ma che me ne frega dei Beatles? Questa stessa idea l’ha forse espressa con una certa eleganza in più una poesia di Caproni: “Dubbio a posteriori: / i veri grandi poeti / sono ‘i poeti minori’?

 

 

You+Are+Free+PNG4. Cat Power, You Are Free. Fino a qualche anno fa a Urbino c’era un festival musicale, promosso proprio dal Mucchio, che riempiva l’estatate, “Frequenze disturbate”. C’è passata gente di primissimo piano, ma i concerti che mi hanno impressionato di più sono stati quello dei Tindersticks – dal vivo la voce di Stuart Staples entrava nel torace – e gli Einstürzende Neubauten che avevano campionato un pezzo del tg di Emilio Fede. E poi il concerto dei Mogwai – per i primi dieci minuti.  Altri scatti: Aidan Moffat che si presenta sul palco ruttando – se non avesse scritto Cherubs non gliel’avremmo perdonata. Mark Lanegan con la groupi a fine concerto che gli porta la chitarra… Su quel palco è salita anche Cat Power. Cantanti come Cat Power, Hope Sandoval, Laura Marling, mi fanno pensare che solo ai giorni nostri si è avverata la profezia sulla donna che Rimbaud ha scritto nella Lettera del veggente. Esagero? Un annetto fa è uscito Sun con pezzi bellissimi come Cherokee, però I Don’t Blame You e Good Woman mi fanno scegliere You Are Free – anche perché altrimenti Zena (la prima protagonista di Urbino, Nebraska NdR) mi si incazza.

 

massimo_volume-lungo_i_bordi-front5. Massimo Volume, Lungo i bordi. Cantare in italiano è difficile. Maledettamente difficile. Non parlo del cantautorato classico che in qualche modo discende dal melodramma e si è trovato la strada spianata. Parlo di quei generi come il rock dove la lingua italiana si è dovuta adattare a basi ritmiche molto più congeniali all’inglese. Però molti ce l’hanno fatta. Alcuni sfruttando delle particolarità nella dizione, come ad esempio Piero Pelù e Carmen Consoli. Altri si sono accostati al recitato della poesia come i Massimo Volume e Giovanni Lindo Ferretti che per me resta il più originale di tutti (se qualcuno mi trova i modelli di Emilia paranoica o di Linea gotica gli offro una cena). Anche nell’hip hop la lingua italiana ha svelato nuove potenzialità: si può scrivere senza scimmiottare, i testi incredibili di Fabri Fibra di Mr. Simpatia lo dimostrano. Ammetto di provare fastidio ogni volta che un cantante o un gruppo italiano decidono di cantare in inglese: automaticamente smettono di arrivarmi. Non è questione di italiano, di spagnolo o di francese vs inglese: è che abbandonando la propria la lingua madre si perdono delle sfumature complesse che fanno la differenza. Tornando alla cinquina: ci metto i Massimo Volume per aver cantato Rimbaud, avvento della giovinezza, immagine perfetta, sensazione perfetta.

Nella foto, la presentazione romana del libro con Goffredo Fofi, Alessio Torino e Valerio Mastandrea

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