Antonio Moresco

Cinque dischi

Raccontarsi attraverso cinque dischi. Lo abbiamo chiesto allo scrittore Antonio Moresco.
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Antonio Moresco è conosciuto per alcuni romanzi capitali (Gli esordi, Canti del caos) e per altre opere saggistiche, teatrali, diaristiche (tra le altre Lettere a nessuno, Lo sbrego, Clandestinità) ma prima di essere pubblicato – dopo quindici anni di lotta con il mondo editoriale italiano – ha trascorso l’infanzia in un collegio religioso e buona parte della giovinezza da militante, nella sinistra extraparlamentare. In Moresco vita e letteratura sconfinano, si uniscono, convergono come due fluidi destinati a non separarsi mai che, tra le braccia del lettore, hanno la capacità di trasformarsi in opera viva, totalizzante.

Ho incontrato lo scrittore mantovano in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo, La lucina (Mondadori, 2013) e, conscia della sue riservatezze e della sua abissale sensibilità, gli ho domandato se avesse voglia di raccontarci del suo rapporto con la musica e di suggerirci cinque album a lui cari, dischi che aveva molto ascoltato, molto amato, nei suoi sessantasei anni di vita. Gli ho proposto di raccontarceli, di spogliarli e provare a spogliarsi con loro, di spiegarci un po’ come questi LP abbiano incrociato inestricabilmente la sua storia di essere umano e di scrittore. Lui, senza alcuna remora, ha accettato.

Da ragazzo ero molto preso dalla musica. Poi più niente. Ma dopo i trent’anni nella mia vita c’è stato un nuovo, breve incontro con la musica così intenso e pericoloso che, da allora in poi, non ho più potuto ascoltare dischi.

 

   tenco Tenco – Luigi Tenco – Ero di fronte a un pesante televisore in bianco e nero dal video convesso quando Tenco ha cantato Ciao amore ciao la sua ultima canzone al Festival di Sanremo del 1967. Ho ancora in mente il suo testone ferito, i suoi occhi sbarrati. Io avevo un suo 33 giri che ascoltavo e riascoltavo continuamente. Alcune delle sue canzoni (Un giorno dopo l’altro, Lontano lontano, Mi sono innamorato di te, Vedrai vedrai) sono tra le più laceranti del repertorio italiano e hanno inciso in modo indelebile sulla mia giovinezza. Una di queste (“Vedrai vedrai, vedrai che cambierà, non so dirti come e quando ma vedrai che cambierà…”) mi sorprendo ancora a cantarla ogni tanto, quando cammino da solo, di notte, per una città che quasi non vedo. È intrisa di malinconia ma anche di irriducibilità umana. In Lettere a nessuno racconto di quando vivevo a Verona nelle case occupate e lavoravo come operaio, facchino. In quel period, quello stesso 33 giri, che mi sono portato dietro anche nella mia successiva vita di militante rivoluzionario, mi è stato chiesto in prestito da un amico che poi è finito in galera, per banda armata, se ricordo bene, e non sono più riuscito a riaverlo. Chissà che fine avrà fatto…

 

bob dylan

The Freewheelin’ Bob Dylan – Bob Dylan – Ricordo i suoi primi 45 giri con quella faccia da bambino in copertina e quella voce nasale da capretta semitica che ho cominciato ad amare in quegli anni bui dell’adolescenza, in quella grande casa piena di camini e di stemmi dove allora vivevo come un sonnambulo. E poi questo 33 giri, con quell’immagine di copertina di lui e della sua ragazza che camminano stretti l’uno all’altra in mezzo a una strada ingombra di macchine e di neve sporca. Il vinile sempre sopra il piatto, la puntina che gemeva nei solchi neri. Una pioggia dura cadrà... La solitudine della mia giovinezza a Mantova, in quella casa straniera, in quella piccola città morta da cui potevo solo scappare.

 

maria callas

Lucia di Lammermoor – Maria Callas – Io non sono un appassionato d’opera, non me ne frega niente, non sono un melomane. Ma la voce della Callas, ascoltata per la prima volta da ragazzo nella scena della pazzia della Lucia di Lammermoor, mi ha subito conquistato e stregato. Molti anni dopo mi sono immaginato che quella sua particolare voce, piena di strappi improvvisi e di abbandoni estremi, dolcezza e di toni gutturali terribili, fosse in realtà due voci che vivevano e combattevano drammaticamente dentro una stessa voce: una della Callas e una della sua tenia, il verme solitario che si favoleggiava avesse ingerito per dimagrire. Senza quest’ultima della serpe che saliva dalle caverne del suo intestino non ci sarebbe mai stata quella inimitabile voce che spacca in due lo spazio come il diamante.

 

che guevara

Habla El Che – Che Guevara – Ero scappato da Mantova e avevo fatto un salto nel vuoto, vivevo nelle lontane periferie di Milano, al tredicesimo piano di una torre circondata dalle ciminiere delle fabbriche metalmeccaniche e di medicinali, dovevo accendere le candele perché non avevo i soldi per l’allacciamento della luce. Ascoltavo continuamente un disco con la voce di Fidel Castro che leggeva la lettera scritta da Che Guevara prima della sua ultima avventura e della morte. La sapevo a memoria, in spagnolo, la so ancora a memoria. Da lì, da quella voce ascoltata nella penombra rischiarata dalla poca luce delle candele in un punto cieco della mia vita e del mondo, sono venuti fuori il mio viaggio a Cuba nel 1968, in un accampamento sulla Sierra de Los Organos pieno di ragazzi e ragazze in preda alla rivoluzione, venuti da tutto il mondo, dall’America Latina, dall’Europa, dal Vietnam… e i  miei dieci anni di vagabondaggi attraverso l’Italia. Anch’io ero disposto a morire per quella stessa illusione che aveva preso possesso della mia vita. Ho persino cercato senza successo di farmi mandare dove si combatteva e moriva. Tante idee di quegli anni non significano più niente per me, sono solo menzogne. Ernesto Guevara de la Serna è l’unica cosa incontrata in quel tempo che continuo a portare nel cuore.

 

lady in satin

Lady in Satin –  Billie Holiday – Dopo i trent’anni, quando ho ripreso ad ascoltare musica seduto su una seggiolina da campeggio al centro della mia stanza come un catatonico, e avevo appena scritto Clandestinità, mi sono innamorato della voce di Billie Holiday, non di quella lieve e aggraziata delle sue prime canzoni ma quella delle sue ultime, quando non era quasi più una voce, quando la sua voce e la sua stessa anima uscivano da una gola ormai devastata, era solo un meraviglioso e commovente rantolo pieno di malinconia e di suprema dolcezza (Am I Blue? I get along without you very well, Glad to be unhappy, Love me or leave me). Nella sua autobiografia (La signora canta il blues) la mia Billie dice così:

 La gente mi chiede sempre qual è il mio stile, da cosa è derivato, e tutte quelle solite domande lì, ma io non so mai cosa dire. Quando ti capita una melodia con dentro qualcosa non c’è affatto bisogno di seguire tanti stili, lo senti e basta, e mentre tu la canti anche gli altri sentono qualcosa. Con me non serve star lì tanto a rimuginare, a fare prove su prove e arrangiamenti: se una canzone mi tocca da vicino, di lavoro non c’è mai bisogno.

Ai vecchi tempi uno diceva: “Attacca con un blues in la minore”, aggiungendo poi a me: “E te, amore, va’ avanti fin dove ce la fai”. Io allora mi alzavo e improvvisavo le parole via via.

Poi mi girai verso il signorino. “Lei badi a crepare sulla sua seggiola”, gli dissi, “e noi creperemo sulla nostra.”

 

 

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