Francesco Targhetta

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Francesco Targhetta ha 33 anni e nel 2011 ha pubblicato Perciò veniamo bene nelle fotografie, il suo esordio per la casa editrice milanese ISBN. Il suo è un romanzo – poema, un’opera che fende lo spazio dei generi facendolo a pezzi, ritagliandosi, per valore e bellezza, il ruolo di erede de La ragazza Carla di Elio Pagliarani senza rinunciare ai movimenti prosastici della narrazione.
Così veniamo bene nelle fotografie racconta in modo disperato e tagliente la vita di un dottorando e dei suoi coinquilini, tutti diversamente precari, nella Padova dei quartieri popolari, dove la vita scorre scandita da spese al discount e perenne senso di attesa, inadeguatezza, paura, rabbia, tristezza. L’universo che Francesco descrive è stanco, giovane e insieme già consumato, costruito per lampi di postmodernismo, elementi pop del quotidiano tra loro finemente combinati. Alla lettura sembra accompagnarsi mentalmente una sorta di requiem elettronico, sempre più violento, inarrestabile, come fosse il suono di un declino lento e inevitabile ma, fuor di fascinazioni, cosa ascolta Francesco Targhetta?

I Pulp mi convinsero

che le chitarre non erano il demonio

Ricordo una prova di flauto in terza media. Mi ero esercitato, ero preparato, fluido, in forma. Stavo nella sezione A di una scuola del centro, dove tutti sapevano leggere la musica, suonare il piano e cantare intonati. Io venivo da fuori e non sapevo fare nessuna di queste cose. Alla prova di solfeggio, qualche settimana prima, avevo preso inclassificabile, e giustamente, perché non avevo neppure capito cosa avrei dovuto fare. Quella mattina, in compenso, non suonai malaccio. La prof mi diede buono, aggiungendo: «te lo meriti, perché non sei affatto portato per la musica». Tiè. «Tiè», pensai, dopo il mio primo concerto a una sagra di provincia con la band sgangherata di cui ero chitarrista. Fu bellissimo. Anche se aveva ragione lei, sul palco a suonare una versione rock di Sour Times dei Portishead e Just a Girl dei No Doubt c’ero andato io, e godevo infinitamente. Fino a 17 anni ho detestato le chitarre. Iniziai ad ascoltare musica, come spesso succede, in opposizione rispetto a mio fratello maggiore. Lui vagava tra Nirvana e punk, quindi io decisi che tutto ciò che aveva una chitarra mi faceva schifo. Partii dai Pet Shop Boys (galeotto fu il video di Can You Forgive Her), e poi passai la mia prima adolescenza tra synth pop, euro-dance più o meno truzza e trip-hop, fino a quando i Pulp mi convinsero che le chitarre non erano il demonio. Ecco, nell’ascolto ho sempre fatto la spola tra opposti; tuttora mi capita. Mi incanto ad ascoltare dischi indie pop di somma leggerezza e il giorno dopo album di droni cupissimi. Detesto il metal e, in genere, la black music. E fatico a godere con il rock duro-e-puro. Ultimamente le cose che mi sono piaciute di più sono elettroniche, anche se contaminate (da Nicolas Jaar a Andy Stott, dai Peaking Lights a Forest Swords). Il rapporto tra musica e libri per me è molto conflittuale: non solo non riesco ad ascoltare musica mentre scrivo (con rarissime eccezioni, tra cui gli Air di The Virgin Suicides), ma neppure mentre leggo. Dove invece la musica credo che mi aiuti è nel vedere le cose giuste. Mentre cammino, ad esempio. Una buona colonna sonora fa sì che certe immagini si imprimano con più forza. Funziona come una specie di droga che rende più ricettivi“.

 

sparks-propaganda-front1 Sparks, Propaganda

Gli Sparks li scoprii a 14 anni con When Do I Get To Sing My Way. Pensavo che fossero il solito duo synth pop. Quando scoprii che invece avevano una carriera venticinquennale alle spalle rimasi allibito e volli approfondire. Non potendo scaricare i dischi, mi limitavo a cercarli e comprarli, in giro, ovunque andassi, in qualsiasi formato. Alla fine sono riuscito a raccoglierli tutti (sono 22, se non sbaglio). E, insomma, li adoro. In alcuni momenti difficili sono stati un toccasana vitale. Sono imbarazzanti, creativi, destabilizzanti, ironici, geniali. Sperimentatori incalliti, sempre da un’altra parte rispetto a dove te li aspetti, scentrati ma sempre pop. E melodicamente un’esplosione dopo l’altra. Questo disco del loro periodo glam, più ancora di Kimono My House, credo che raccolga la loro essenza. Recentemente sono andato in Belgio per vederli live. Grande amore.

 

new_order_substance2 New Order, Substance

Ho scoperto prima loro dei Joy Division. Sono l’euforia dei cieli sereni, coperta però da una malinconia quasi impalpabile. Cantare True Faith o Temptation, Bizarre Love Triangle o Blue Monday è uno sfogo meraviglioso. I New Order li devo proprio cantare (cosa che nel frattempo ho imparato a fare in modo non troppo raccapricciante, mentre il solfeggio rimane un grosso mistero). E poi qua dentro c’è Ceremony. Insomma, uno degli apici degli anni 80 – che furono tutt’altro che un decennio da buttare, in musica. Pure loro visti live a Torino, qualche anno fa, quando erano ancora tutti assieme. Suonarono pure Love Will Tear Us Apart

 

 

Different+Class+High+Quality+PNG3 Pulp, Different Class

Ecco, appunto, mentre mio fratello negli anni 90 sguazzava negli Stati Uniti, io – con l’eccezione degli Sparks, che peraltro sono sempre suonati tutt’altro che americani – ascoltavo solo cose made in UK. Nel brit-pop ci entrai, com’era inevitabile, con gli Oasis, ma senza mai comprare un loro disco. Molto meglio i Blur, ma senza adorazione. I Radiohead mi lasciavano perplesso, pur affascinandomi (fino a Kid A: poi li ho abbandonati). A conquistarmi furono alcuni dischi meno celebrati (Six dei Mansun, Further dei Geneva) e i Pulp. Different Class era come mi sentivo, o come avrei voluto sentirmi, nel 1995, dalla prima all’ultima nota. Credo di saperne tuttora a memoria ogni parola.

 

portisheaddummycover4 Portishead, Dummy

Li conobbi con Glory Box, sentii Sour Times e mi dissi che li volevo. Ricordo mio padre che mi scarrozzava in macchina per i negozi di dischi della provincia. È assurdo, ma non ce li aveva nessuno. Quando riuscii a trovarli, mi inabissai in Dummy per mesi e mesi. Mesi di inverni consecutivi, trascorsi in una claustrofilia profonda, anche se (o visto che) avevo appena compiuto 14 anni. I Portishead erano la tristezza che diventa rifugio, e la voce assieme fragilissima e dirompente di Beth Gibbons ti stregava e legava a lei (cosa non è Roads?). Perché non c’è autismo, anzi. C’è un’introversione per eccesso di sensibilità. Capolavoro questo, e poco sotto i due dischi successivi.

 

The_Arcade_Fire-Funeral5 Arcade Fire, Funeral

Tra i 19 e i 24 anni sprofondai in una specie di sospensione musicale. Avevo l’impressione che non ci fosse più nulla che potesse fare per me. Non avere Internet, o averlo a singhiozzo, mi aveva lasciato in ritardo rispetto agli altri. A cambiare le cose fu un video (di Rebellion) che vidi su Qoob (o come caspita si chiamava), e poi una recensione che lessi, sul Web, dal pc dell’università; da lì mi incuriosii e ne lessi altre, poi altre, finché comprai il disco. Raramente un primo ascolto mi ha folgorato così. Era evidente, subito, che si trattava di un album epocale. Uno di quei dischi che ti lasciano addosso, semplicemente, la voglia di abbracciare chi hai attorno. Uno di quei carnevali folk-rock (penso anche a Neutral Milk Hotel, al primo Bright Eyes, agli Okkervil River) che hanno dato le cose migliori, per me, di quegli anni. E così è stato un funerale a far ripartire tutto.

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