Paolo Cognetti

Cinque dischi

Paolo Cognetti è uno scrittore milanese di 35 anni che ha scelto come propria forma narrativa d'elezione quella del racconto, seguendo, tra gli altri, le orme di Salinger, Carver, Hemingway, Alice Munro e di tanti altri maestri della letteratura americana, di cui è profondamente e appassionatamente innamorato.
cognetti-cover

Nel 2004 esce per minimum fax la sua prima raccolta di racconti Manuale per ragazze di successo seguita nel 2007 da Una cosa piccola che sta per esplodere, una delle più straordinarie opere in lingua italiana dell’ultimo decennio. Sofia si veste sempre di nero è il suo primo romanzo e insieme la sua ultima raccolta di racconti, uscito nel 2012 sempre con minimum fax, è candidato al Premio Strega. Oltre ai racconti Cognetti ha pubblicato anche una guida letteraria e sentimentale della Grande Mela (New York è una finestra senza tende, Contromano Laterza, 2010) e, da poche settimane, un diario della sua vita in montagna (Il ragazzo selvatico, Terre di mezzo, 2013).

Videomaker, appassionato di cucina, vita nei boschi e matematica, Paolo Cognetti è un talento letterario. Le sue storie, le cui protagoniste spesso sono giovani donne, adolescenti, vantano una prosa cristallina, classica, cesellata al millimetro, capace di non perdere mai, in questa ricerca evidente della propria perfezione, la necessaria forza, l’incandescenza. La sua scrittura sensibile, attenta, non di rado commuovente, mi ha spinto a domandargli del suo rapporto con la musica che ho immaginato essere profondo e radicato. Lui mi ha raccontato un po’ di cose della sua storia di ascoltatore e poi, con lo stesso slancio emotivo che il lettore può trovare immediatamente nella sua letteratura, ha scelto per Il Mucchio, i 5 album della sua vita.

“Ho una sorella maggiore con cui dividevo la cameretta e quindi, come tutti i secondogeniti (credo), sono cresciuto ascoltando i dischi che piacevano a lei – principalmente i cantautori italiani. A dieci anni conoscevo la discografia completa di Baglioni e Cocciante ma anche quella di De André, Guccini, De Gregori, Paolo Conte, Lucio Dalla. Queste sono quelle che definirei le mie origini. Mi piace molto cantare da solo, quando sono in macchina o in montagna, e dei cantautori anni 70 ho un bel repertorio.
Parallela a quella per la letteratura americana è arrivata poi la mia passione per il folk. E, in particolare, per gli scrittori di racconti e le zone periferiche d’America come il Midwest di Carver o il Nord-ovest di tanti autori che amo. Trovo una forte consonanza tra il folk (più che il rock) e quel tipo di letteratura. Mi piace perfino il country!
Che cosa lega De André a Bob Dylan, Paolo Conte a Leonard Cohen? Forse il fatto che cantano storie. Mi piacciono le canzoni che sono storie. Non ascolto musica mentre scrivo. Non ho mai avuto un walkman da ragazzino né un iPod da grande. Forse per questo mi sono abituato a cantare da solo. Il mio momento preferito per la musica è la sera, a volte in compagnia di un libro, a volte semplicemente di un bicchiere di vino e del paesaggio fuori dalla finestra. Spesso metto su un disco quando vado a letto e mi addormento prima che sia finito.”


bon iverBon Iver, For Emma, forever ago

È il disco che ho ascoltato di più in questi anni di montagna, fin da quando, nel 2008, era solo l’album d’esordio di un artista sconosciuto, andato a curarsi nei boschi dopo la fine di una storia d’amore. Per me quando sono lassù è la musica della buonanotte: metto le casse sul davanzale, apro le finestre della baita, vado a sedermi sul prato con un bicchiere di vino. Fuori l’aria è fredda anche ad agosto, il cielo stellato; a volte la luna piena illumina la valle quasi a giorno. Intorno non c’è nessuna luce o suono umano. Ascolto il torrente che scorre in fondo al pascolo e il vento, certe sere, che agita l’erba e i rami dei larici. Poi parte l’attacco di FlumeI am my mother’s only one, It’s enough… Una canzone sul venire al mondo. Sotto la musica ci sono crepitii di foglie calpestate, ululati lontani, acque; i rumori di fondo del disco si mescolano a quelli che ho intorno, e anche i suoni della mia montagna diventano musica. Chi ama questo album dovrebbe ascoltarlo, almeno una volta, nelle condizioni in cui è stato scritto, in solitudine e in mezzo alla natura, meglio se di notte; se esiste un’anima del bosco, giuro che in quel momento arrivi molto vicino a sentirla.

 

vegaSuzanne Vega – Live in Roma 2003

È un disco che possiedo solo io. Nel senso che quella volta curai le riprese del concerto registrando l’audio direttamente dal mixer, e poi ne feci un cd tutto per me. All’epoca avevo 25 anni, lavoravo nel video con un paio di amici, scrivevo racconti e avevo il sogno di pubblicarli. Il concerto era organizzato da minimum fax, la mia casa editrice preferita perché era quella di Carver e di tanti giovani scrittori americani: quando ci chiamarono per quel lavoro pensai che era un segno del destino, e che mi sarei maledetto per sempre se avessi perso l’occasione. Stampai i quattro o cinque racconti che mi sembravano migliori. Siccome parlavano di ragazze, li misi in una cartellina rosa. Dopo il concerto ci invitarono a bere un bicchiere in un bar vicino all’Auditorium, insieme a Suzanne Vega, i suoi musicisti e qualcuno della casa editrice: io vidi uno dei due editori al banco con un amaro Averna in mano e una gran ciucca triste in arrivo, mi sembrò l’anello debole della catena e andai a sferrare il mio attacco. Poi, tornato a Milano, passai l’estate a montare il video e aspettare una risposta da Roma, se mai fosse arrivata, chissà. Nel frattempo imparai tutte le canzoni a memoria. Il telefono squillò verso la fine di agosto, mi ricordo esattamente quel momento nella cucina dei miei genitori: era la notizia di una nascita, quella del mio primo libro, e da allora la voce di Suzanne Vega è diventata qualcosa di diverso per me, la colonna sonora dell’attesa e poi della realizzazione di un sogno. Lei nemmeno lo sa quant’è stata importante per la mia vita. Io in compenso so cantare Tom’s Diner parola per parola, pure con il tututuru tututuru alla fine.

 

Bruce-SpringsteenBruce Springsteen – Nebraska

Mi sono chiesto quale disco rappresentasse meglio il mio amore per la letteratura americana. Se penso a New York il cuore va subito a Dylan, Lou Reed, Leonard Cohen, e pure un po’ a Frank Sinatra. Ma se penso all’America profonda dei miei scrittori preferiti non posso che mettere sul piatto Springsteen, quello più intimo di Nebraska. È una raccolta di racconti di Carver illustrata da Edward Hopper. Qui non ci sono città né villette a schiera, né montagne boscose, né distese di luci nella notte. Ci sono mucchi di neve sporca ai lati della strada, campi di granoturco, qualche pugno di case mobili, macchine scassate, silos di cereali e trivelle petrolifere all’orizzonte, e poi pianura, pianura, pompe di benzina, ristoranti da quattro soldi, bar da quattro soldi, motel. Come mai mi commuova tanto uno schifo del genere è un mistero su cui da tempo ho smesso di interrogarmi.

 

de andreFabrizio De André – Non al denaro non all’amore né al cielo

Amo quasi tutto di De André ma sono affezionato in particolare a questo disco. Mi riporta non solo all’Antologia di Spoon River ma anche ai racconti di Sherwood Anderson che ne sono, in un certo senso, l’equivalente in prosa, e che hanno ispirato tanti scrittori da Hemingway e Faulkner in poi. Fernanda Pivano, che da ragazza aveva scoperto le poesie di Edgar Lee Masters grazie a Pavese e ne parlava come di un’illuminazione, raccontava spesso di quando De André era venuto a farle sentire queste canzoni e aveva lasciato la chitarra fuori dalla porta per l’imbarazzo. Insomma è un disco che riunisce persone, libri e storie molto importanti per me. Tra i brani il mio preferito è Il suonatore Jones, l’inno anarchico più bello che io conosca.

banner_comaneciComaneci – You a Lie

Si sarà capito che ascolto quasi solo musica americana, e che il mio genere preferito è il folk. In particolare un sottogenere che io definisco “ragazza con chitarra”. Da Jolie Holland a Laura Marling a Liz Durrett ad Alela Diane. Non so perché, questa musica mi colpisce al cuore. Doveva essere il 2009 quando sentii due ragazzi italiani, Francesca Amati e Glauco Salvi, in concerto alla Scighera di Milano (è il circolo Arci in cui ho lavorato per qualche anno e che considero un po’ casa mia). Loro cantano in inglese e a loro modo appartengono a quella tradizione. Li ho ascoltati ossessivamente per anni mentre scrivevo Sofia si veste sempre di nero – ogni libro scritto, credo, ha la sua colonna sonora, e se dovessi dire quella di Sofia metterei di certo al primo posto i Comaneci. Poi nel 2012 mi è arrivata una mail da un mittente sconosciuto: era Francesca che aveva letto alcune mie cose, ci aveva trovato una consonanza e aveva deciso di cercarmi. Siamo diventati amici. Ma anche se non fossimo amici, loro starebbero ugualmente in questo elenco. Gli auguro tutte le fortune perché se le meritano.

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