Piersandro Pallavicini

Piersandro-Pallavicini

Piersandro Pallavicini è nato a Vigevano e nella vita si occupa di molte cose: è docente di chimica all’Università di Pavia, scrittore, marito e papà. Il suo è uno di quei casi in cui non è di importanza secondaria sottolineare tutte queste attività, anche quelle famigliari, più intime, che appaio spesso perfettamente integrate, nei suoi romanzi e nei suoi racconti. Tra le molte pubblicazioni le ultime: Romanzo per signora (Feltrinelli, 2012) e alcuni racconti raccolti in due ebook della collana Zoom di Feltrinelli (London Angel, 2012 e Racconti per signora, 2013, ). Pallavicini ha scritto su “Rockerilla” e si è lungamente occupato di musica, il suo primo libro, pubblicato da Theoria nel 1998, si intitola infatti Quei bravi ragazzi del rock progressivo, ci siamo fatti raccontare il perché.

La svolta è arrivata ascoltando un disco ben preciso:

A Passion Play dei Jethro Tull.

Prima non me ne importava granché. Prima avevo due dischi di numero, la colonna sonora di American Graffiti e Golden Greats dei Beach Boys. Poi è diventata la mia vita e quella è stata per quindici anni. La svolta è arrivata ascoltando un disco ben preciso: A Passion Play dei Jethro Tull. Notare la tempistica: è un LP del 1973, e io l’ho ascoltato per la prima volta nel 1978, quando facevo la terza liceo. Vivevo a Vigevano, provincia della provincia, ero straordinariamente bravo a scuola, mi vestivo orrendamente, ero timido come un opossum, e poiché c’eravamo ritrasferiti in città dopo un’assenza di dieci anni non conoscevo nessuno e nessuno mi voleva conoscere. 1978: anno di New Wave per i ragazzi a la pàge in fissa con arte e cultura, e anno di discoteca sfrenata per i ragazzi che invece pensavano semplicemente a ballare e rimochiare. Io? Io ho pensato bene di scegliere la terza via. Di sublimare la mia solitudine, la mia pretesa diversità e superiorità intellettuale, nell’ascolto di un genere musicale in quel momento dato per morto, superato, penosamente fuori moda. A Passion Play, che è un’unica suite di 44 minuti, con un intervallo teatrale tra la prima e la seconda facciata, è stato l’illuminazione: ascoltare le lunghe composizioni cerebrali di Jethro Tull, Genesis, Van der Graaf Generator mi dava l’illusione di attingere a una verità esoterica, di appartenere a un’elite, di avere l’accesso a una bellezza complessa e dimenticata che gli altri, poveri loro, ignoravano. Dalla scoperta di A Passion Play in avanti, dal 1978 al 1989, mi sono auto-relegato in dodici anni di solitudine, ovvero di  frequentazione di pochi altri weirdos progressivi come me. In quegli anni sempre avevo un disco sul piatto, da ascoltare appena alzato alla mattina, di ritorno da scuola, e poi la sera, per due, cinque, dieci volte ogni giorno. In quegli anni ho speso tutti i miei risparmi in musica, accumulando oltre mille vinili: ho comprato tutto il progressive standard, poi quello meno noto, poi quello più raro, investendo i miei pochi soldi in cataloghi di rarità e fiere del disco. Leggevo tutte le riviste, a caccia di una singola, spersa recensione di un disco progressive. E siccome non ce n’erano, mi sono messo a scriverle io: su ‘Rockerilla’, e poi su ‘MetalShock’. Così ho recensito, inseguito, intervistato gruppi grandi e piccoli di progressive vecchio e nuovo. E mi sono pure messo a suonare, perché non mi bastata. E a comporre musica: certo, roba progressiva.

Ho smesso con il progressive nel 1989. Ho venduto le rarità, e non ne ho più ascoltato neanche un minuto. Cos’è successo in quell’anno? Mi sono innamorato. Mi sono fidanzato. Mi sono dato al sesso sfrenato, al divertimento, insomma alla vita. Il progressive rappresentava la solitudine, la separazione dal mondo, la sfiga. Dunque basta. Ma la musica non l’ho lasciata, era parte di me: sono passato a qualcosa che contenesse ritmo, energia, sangue, leggerezza, edonismo. Sono passato alla dance di Manchester, alla jungle, all’hip hop, all’acid jazz, al new soul, alla lounge…
Poi il tempo passa, lenisce le ferite, relativizza, sposta l’inquadratura al campo lungo. Oggi sono sposato, ho una figlia, sono arrivato a 51 anni. Oggi ascolto di tutto, ho tonnellate di CD, sono pieno di files e continuo a comprarne. Sono persino ritornato sul luogo del delitto, ho riascoltato il progressive di quando ero ragazzino. L’ho anche usato per scriverci un po’ di un romanzo (uscirà l’anno prossimo). E non ho visto fantasmi, laggiù, ma solo una musica unica al mondo e piena di dignità. Oggi? Oggi ascolto di tutto, cose vecchie e nuove, con sommo piacere. Ho persino riascoltato
A Passion Play, senza sentirmi morire”.

 

JethroTullAPassionPlay 1. Jethro Tull, A Passion Play (Charisma, 1973). La summa del rock progressivo che ho più amato. Un disco oscuro, cerebrale, complesso, enigmatico. Un’unica suite spezzata sulle due facciate e interrotta da una specie di divertissement teatrale, recitato e non musicato. Scoperto nel dicembre del 1978. L’avevo preso per regalarlo a mio fratello, per Natale. Prima di incartarlo, l’ho ascoltato. Subito l’ho riascoltato 10 volte. Passato Natale, l’ho sequestrato a mio fratello ed è diventato mio. Da lì, sono partite la mia esplorazione del mondo progressivo e i famosi dodici anni neri. Be careful.

001e5903_medium2. Caravan, In The Land Of Grey And Pink (Deram, 1971). Il miglior LP della cosidetta (ma fantomatica) “scuola di Canterbury”. Ci sono arrivato tardi, agli inizi degli anni 80, quando avevo già ascoltato gran parte del progressive classico ma qui, in questa musica complessa e  malinconica ma anche ironica, vagamente dadaista, inglese quanto un maglione a rombi in un giorno di pioggia, o quanto una tazza di te con romanzo di Jonathan Coe (che infatti adora i Caravan e sa anche suonare qualche loro pezzo), io mi sono perfettamente accomodato. NB: era l’unico LP di progressive che riuscivo ad ascoltare a cuor leggero anche nei miei anni acid jazz, dopo aver ripudiato il genere: semplicemente troppo bello e onesto per avercela con lui.

Sundays-readingwritingarithmetic3. Sundays, Reading Writing And Arithmetic (Rough Trade, 1990) Il disco dell’amore. Ogni sera  andavo a trovare lei ed era una storia complicata. Sapevo che poteva finire da un momento all’altro. Ero appeso a un filo, in equilibrio sul crinale.  E ogni sera, andando, in macchina ascoltavo Here’s Where The Story Ends, il pezzo forte dell’album. Per scaramanzia forse, o per la suprema bellezza di questa semplice canzone di 4 minuti, scarnificata fino alle ossa, basso chitarra voce batteria, meraviglia pura. Come tutto l’album. Per me quello della rinascita, ascoltato mentre mi innamoravo e abbandonavo finalmente le paludi progressive. (PS: poi è andata bene, ci siamo sposati)

facd320_us_24. Happy Mondays, Pills ‘n’ Thrills ‘n’ Bellyaches (Factory, 1990). Solo otto mesi dopo il disco dei Sundays (loro gennaio 1990, questo novembre stesso anno), con me nel pieno della felicità. La mia storia finalmente andava, e dunque questo era il disco della rinascita. Il disco del sesso, della sfrenatezza, degli ormoni. Della liberazione. Musica che alla Hacienda, a Manchester, ballavano, ma che ti potevi ascoltare di notte al buio sul divano, con tutto il tuo passato snob di musica colta. Se ne saranno accorti che questo meraviglioso LP è pieno di anni 70? Di psichedelia?

1223752613_438562e89da00dceda3d3110.l5. Dimitri From Paris, Sacrebleu (Yellow Productions, 1996). Il disco-summa del lounge moderno. L’ho scoperto con questo CD, il lounge, e non l’ho più lasciato. In Sacrebleu ci sono Francia, cinema, ironia, notti parigine chic e anche un po’ blasè. Gusto perfetto, ricercatissimo, ed esattamente la colonna sonora adatta per come mi sentivo alla fine degli anni 90: dandy. Ma senza prendermi troppo sul serio.

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