Simone Caltabellota

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Note-parallele-CaltabellotaSimone Caltabellota è un nome che non poteva in alcun modo mancare in questa rubrica. Editore e autore, Caltabellota ha scoperto e creato casi letterari come quello di Melissa P. e JT Leroy, ha pubblicato su “Nuovi Argomenti”, scritto romanzi (l’ultimo Sa Reina, è uscito nel giugno 2013 per Ponte alle Grazie) e, cosa di non ultima importanza per noi del Mucchio, ha fondato un’etichetta, la Sleeping Star. Tra gli altri,  ha diffuso dunque in Italia i lavori di Ladytron, The Whitest Boy Alive, The Raveonettes, Scott Matthew e lavorato con gli italiani Carpacho! e Non voglio che Clara.

Probabilmente avrete visto recentemente un Brian Wilson con aureola guardarvi da uno degli scaffali del vostro negozio di libri preferito. La copertina bellissima che ha colpito la vostra attenzione è quella di Note parallele, il libro di Simone Caltabellota che racconta la storia del suo eroe, il musicista britannico Epic Soundtracks che in quello stesso volume racconta a sua volta la vicenda artista del suo mito, Brian Wilson, dipinto nell’attraversare il tempo presente tra la pubblicazione di Pet Sounds e l’ideazione di Smile. Le due storie sembrano in qualche modo incrociarsi, avvicinarsi, scambiarsi a tratti i risvolti della Storia in un appassionante parallelo altresì anarchico e sentimentale.
Ecco dunque a voi i “5 dischi” di Simone Caltabellota.

Non riesco a ricordare quale sia stato in assoluto il primo disco che ho comprato. Probabilmente avevo dieci o undici anni e la mia scoperta della musica in realtà doveva ancora avere luogo. Avvenne, infatti, tra il primo e il secondo anno del ginnasio.
Con la musica arrivò anche la letteratura, e da allora entrambe non si sono più separate da me. I libri e i dischi mi hanno rivelato a me stesso, confortato, stimolato, curato, mostrato una via alternativa rispetto al tempo che stavo vivendo, in ogni punto della mia vita.
I libri e i dischi, “quei” libri e “quei” dischi, in quegli anni, mi hanno insegnato la libertà e mi hanno fatto diventare l’uomo che sono ora.

I libri e i dischi hanno fortunatamente interrotto molto presto anche la mia “militanza” politica: i referenti più grandi nella FGCI della scuola – all’epoca segretari generali erano Vendola e poi Cuperlo o viceversa – un giorno mi dissero chiaramente che non era opportuno, come invece facevo, ascoltare Sergio Caputo e leggere Celine. Fu allora che realizzai che quel tipo di appartenenza non faceva per me: Sergio Caputo e Celine non erano tra i miei autori preferiti, certo, ma che senso aveva rifiutarsi a priori di conoscere la loro opera?
Non fu difficile decidere: smisi di andare alle riunioni e di partecipare alle manifestazioni e continuai a leggere ed ascoltare qualsiasi cosa mi incuriosisse o potesse parlarmi, al di là di ogni moda ideologica o culturale. E’ così anche ora del resto. Fortunatamente.

Sono stato fortunato in molte cose, una di queste, forse la più importante per quello che avrei deciso di fare dopo – dopo il liceo, dopo l’università, dopo essermi reso conto che io non coincidevo, non potevo coincidere con il lavoro che facevo (seppure lo amassi e lo amo) – è stato scoprire, ancora adolescente, che attraverso la musica e la letteratura potevo vivere in più mondi. Che questi mondi esistono da sempre ed esisteranno sempre.
E che i libri e i dischi sono varchi nel tempo e nello spazio, portefinestre attraverso cui raggiungere altri mondi ed iniziare ad esplorarli.

Questi cinque sono, appunto, cinque dei miei varchi preferiti per arrivare altrove.

    ruggeri1. Enrico Ruggeri – Tutto scorre
Mia mamma mi iniziò alla canzone italiana di Sergio Endrigo, Luigi Tenco e Bruno Lauzi, ma il primo disco in assoluto che mi mostrò qualcosa di unico e prezioso, solo mio, fu Presente di Enrico Ruggeri, subito seguito da Tutto scorre (con in copertina, tra l’altro, Opinioni di un clown di Heinrich Boll – che acquistai subito ed amai profondamente, cosa di cui sarò riconoscente per sempre. Da Tutto scorre tornai indietro agli esordi di Ruggeri, dove il punk e la primissima new wave si fondevano in una miscela bizzarra, originale, poetica e surreale.
Vivo da Re con la sua malinconia decadente e un po’ maledetta è stata per anni la mia canzone simbolo, quella che esprimeva meglio il me stesso adolescente. Tuttora credo che tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta Ruggeri abbia scritto alcune delle cose più belle della musica italiana di tutti i tempi.

sentireascoltare_flavio-giurato_il-tuffatore2. Flavio Giurato – Il tuffatore
Più o meno contemporaneamente, altri due artisti italiani segnarono per sempre il mio gusto e la mia sensibilità: Garbo e Flavio Giurato. Garbo raccontava di prospettive elettroniche e mitteleuropee e vestiva con cappottoni, anfibi e guanti di pelle nera. Flavio Giurato aveva (ed ha) una voce e una musa differente da qualsiasi altro autore italiano o straniero. Il tuffatore, racconto di un innamoramento tra Roma Nord e “la primissima Toscana” e relativa fine dell’amore è, semplicemente, uno dei dischi più belli e spiazzanti mai composti.

Julian+Cope+-+Autogeddon+-+LP+RECORD-1799083. Julian Cope – Autogeddon
Devo invece la scoperta del rock’n’roll e del punk a Billy Idol e alla band che aveva con Tony James (che poi avrei chiamato a produrre il primo disco dei Montecristo, straordinaria glam band romana di metà anni Duemila), i Generation X. Curioso, a ripensarci oggi, che quando molti anni più tardi in letteratura – e non solo – si iniziò a parlare proprio di “Generazione X” nessuno pensò di riferire ai Generation X di Billy Idol questa espressione.
I Generation X restano a mio avviso una delle più grandi e sottovalutate rock’n’roll band e hanno segnato buona parte di ciò che avrei amato in seguito, ma tra anni Ottanta e Novanta è stato un altro artista a rappresentare per me un riferimento importante e una suggestione che continua tuttora a irradiare il mio percorso: Julian Cope.
Autogeddon segna un punto fondamentale della mia storia personale e culturale, la scoperta che rock’n’roll, letteratura e sciamanesimo possono coesistere in una prospettiva di possibilità conoscitiva libera e veramente, e intimamente, rivoluzionaria.

nikkitexas4. Nikki Sudden – Texas
Negli anni sono diventato amico di Julian e come editor ho pubblicato i suoi libri in Italia. Insieme abbiamo viaggiato in Inghilterra e in Sardegna in ricognizione di pietre megalitiche e Tombe dei Giganti. L’amicizia con lui e con Nikki Sudden, leggendario rocker inglese, una delle persone a suo modo più pure e libere che abbia mai conosciuto, ha cambiato la mia vita tanto quanto l’ascolto delle loro opere.
Il disco di Nikki che forse amo di più, tra i tanti suoi bellissimi e semisconosciuti al pubblico sia mainstream che indie, è Texas, pubblicato nel 1986 ma scoperto da me soltanto tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila.  Texas, suonato e prodotto da Nikki con suo fratello Epic Soundtracks, è un inno al romanticismo rock’n’roll e ogni volta suona per me come una carezza sul cuore. Tra il 2004 e oggi, dopo avere fondato due case discografiche, Lain Records (in realtà una “collana” discografica della casa editrice LainFazi) e Sleeping Star (insieme al mio amico Pietro Fuccio di DNA Concerti) ho pubblicato in Italia gli ultimi due dischi di Nikki, Treasure Island e The Truth Doesn’t Matter e commissionato l’autobiografia The Last Bandit.
Nikki mi ha mandato il cd con i provini del disco e il testo del libro appena prima di partire per l’America per quello che sarebbe stato il suo ultimo tour. La sua morte ha cambiato tutto e per molti versi mi ha dato il coraggio di cambiare la mia, di vita.

epic_Debris5. Epic Soundtracks – Debris
Altrettanto importante è stato l'”incontro” con il fratello di Nikki, Epic. La sua musica fuori dal tempo e da tutto mi è accanto e dentro ogni giorno. E non c’è un giorno che non lo veda, che non ne immagini la figura alta e magra che cammina al mio fianco.
Epic, dopo essere stato batterista di gruppi come Swell Maps, Jacobites, Crime And The City Solution e These Immortal Souls, ha lasciato alcuni dischi solisti, uno più bello dell’altro. Forse quello a cui sono più affezionato, oltre a Rise Above, il suo primo (realizzato tra gli altri con J Mascis, Kim Gordon, Lee Ranaldo e Rowland S. Howard), è Debris, una collezione di rarities e outtakes che mostra vari aspetti dell’arte di Epic ed esplora i suoi contorni più scuri.
Debris, al pari di Everything Is Temporary, raccolta postuma assemblata da Nikki, è un disco meraviglioso che ad ogni ascolta rivela qualcosa di nuovo e di misterioso.
La vicenda di Epic, è stato detto, assomiglia molto a quella di Nick Drake, sia per la qualità della loro musica, non per tutti e decisamente lontano dalle mode, sia per le circostanze della morte, mai del tutto chiarite, di entrambi.
Ma la musica di Epic è, almeno per me, più bella e profonda di quella di Nick Drake.
Epic è Epic. Semplicemente. E per sempre.

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