Luca Guadagnino

Intervista al regista

Il nuovo cinema italiano, la famiglia Agnelli, Renzi e la forza rivoluzionaria dell’eros. In attesa che "Chiamami col tuo nome" arrivi nelle nostre sale, pubblichiamo una vecchia intervista al regista Luca Guadagnino in cui discuteva del "fascino inconcludente della borghesia".
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Qualche anno fa con Io sono l’amore, il regista conquistò le platee internazionali raccontando il mondo all’alta borghesia milanese. L’intento era quello di svelare i meccanismi sottesi a una determinata classe sociale attraverso la dinastia dei Recchi, “l’ombra di una cosa reale che è stata e non è più, ossia una certa idea di borghesia post-industriale scomparsa in Italia già dagli anni 70. I Recchi sono una parte per il tutto, spettri di loro stessi”.

Sineddoche per sineddoche: i Recchi per gli Agnelli?
Molte persone mi hanno chiesto se mi fossi ispirato agli Agnelli e ho sempre risposto di no, ma sicuramente mi hanno fatto riflettere i mutamenti di questa grande dinastia borghese incrociata con l’aristocrazia, che è stata presa a modello da tutti gli italiani. Cosa è diventata oggi quella famiglia? Qualcosa che d’italiano non ha nulla, si è rifatta da capo, ha capito che ciò che contava era la finanziarizzazione di se stessa, ha conservato il proprio potere mettendolo sotto traccia e ha moltiplicato le proprie risorse diventando altro da quello che era sempre stata. Ecco, i Recchi sono la summa di tutte le contraddizioni che si sono avvicendate nella ruling class italiana e l’esempio di come una parte di questa abbia saputo rigenerarsi senza soffio vitale solo per autoconservazione, mostrando un finto cambiamento e un finto adeguamento al contemporaneo.

Come nel cinema di Bertolucci, cui ha dedicato il documentario-intervista Bertolucci On Bertolucci, il gesto di ribellione passa per la sessualità.
Ma che tipo di sessualità? Quella che radicalizza se stessa offrendosi all’altro nella sua oscena alterità o una sessualità del godimento e basta? Io sono l’amore, forse inconsapevolmente col personaggio di Emma, non vuole ricondurre l’altro a sé. Mi piaceva capire come questo meccanismo d’interesse per l’altro nella sua irriducibilità, che passa per l’eros come in Bernardo, oggi possa produrre una tragedia ma anche, piuttosto che come per la povera Irene di Europa ’51, una forma di ribellione, deflessione e libertà.

Tutti i personaggi del film sono chiusi in una gabbia. Ma l’unica a fuggire è la protagonista, che non proviene da quell’ambiente.
Un film prova nella sua parzialità un’ipotesi di verità del mondo. Non credo che la borghesia abbia necessariamente i passaggi obbligati del film, però certamente le appartiene il dominio della paura del cambiamento, e per cambiamento non intendo un aggiustamento di convenienza che può far credere in una mutazione che in realtà non cambia nulla. Il tema viscontiano de Il Gattopardo resta valido: i giovani neoquarantenni che oggi sono al potere in Italia credono di essere cambiamento solo perché hanno la metà degli anni di coloro che li hanno sempre governati, ma applicano le stesse logiche se non peggiori.

I Recchi quindi oggi voterebbero Renzi?
Il figlio più giovane, Gianluca, sarebbe sicuramente alla Leopolda. Il film è stato scritto tra il 2005 e il 2007, in quel periodo leggevo moltissimo dello smottamento neoliberale e del cambiamento prospettico radicale per cui cadevano i blocchi destra-sinistra e i muri che producevano le separazioni del potere. M’imbattei in un libretto di Giuliano da Empoli, per molti anni assessore alla Cultura del Comune di Firenze nella giunta Renzi, in cui scriveva che bisognava dire “adesso è la nostra ora”. Nel leggerlo mi resi conto che purtroppo c’era una confusione straordinaria tra il significato del contemporaneo e il piacere sovversivo che può derivare dal contemporaneo: si ripeteva il mantra secondo cui non esistono più le ideologie, ma comunque restava l’iscrizione in una logica che è quella neoliberale capitalistica.

Io sono l’amore è stato amato più all’estero che in Italia.
Quello che faccio è poco riconducibile al cinema italiano. Non a caso il cinema italiano non ama ricondurmi a sé. Ogni volta che c’è un dibattito sul tema risuona l’assenza della mia voce. Ma questo va benissimo, per carità, anche perché ritengo stucchevole un dibattito su una cosa che non esiste.

Il cinema italiano degli ultimi trent’anni è spesso percepito dal pubblico come un cinema borghese. Pellicole realizzate da registi di classe media per gente di classe media con tematiche da classe media.
Silvana Silvestri scrisse una volta una fulminante recensione di Ferie d’agosto di Virzì che diceva: “Il cinema italiano contemporaneo è fatto da piccolo borghesi che, una volta che hanno preso il relativo potere che ti dà essere a capo dell’industria cinematografica italiana, se la prendono sadicamente con i piccolo borghesi”. Per me questa, ancora oggi, è una perfetta metafora del cinema italiano contemporaneo.

La regista Alice Rohrwacher afferma però che il nuovo cinema italiano è differente dal precedente perché scritto da gente che non è ricca. Quanto contano le origini economico-sociali di un artista?
Sicuramente contano gli interessi culturali, morali ed etici degli artisti. Io ritengo che il nostro cinema, ormai da un ventennio, sia condannato a un’ignoranza crassa. E i risultati si vedono nella passività all’utilizzo di modelli pregressi: sia nella perversione cretina di modelli nobili e alti come la commedia all’italiana o la versione light del neorealismo, sia nell’adeguamento in maniera imbelle a modelli culturali da import che potrebbero essere le fiction televisive americane. Questo vale per il 96 percento del cinema oggi in Italia.

E il cinema che guarda al disagio sociale?
La lezione di Rossellini sulla marginalità e sul confronto tra questa e l’inclusione nella società italiana è passata completamente inosservata. Adesso abbiamo soltanto delle forme di senso di colpa in forma cinematografica di gente che vuole guardare la marginalità perché ritiene che sia un dovere morale, ma in realtà lo fa applicando un’etica che è completamente opposta alle intenzioni. È una pura strumentalizzazione.

Nel sistema cinematografico c’è una questione di classe? Va avanti chi si può permettere economicamente d’inseguire la professione artistica?
Bah. Mio padre è un professore di un istituto tecnico in pensione e mia madre ha lavorato per anni alla Telecom. Non ho goduto quindi d’alcun privilegio economico e di appartenenza. La mia curiosità, la determinazione e la grande disciplina che metto in quello che faccio – lo dico senza paura di apparire arrogante – mi hanno permesso di fare quello che voglio fare. Il denaro non conta nulla. Altrimenti dovremmo prendere per buono Last Summer (film di Leonardo Guerra Seràgnoli, Ndr), girato sulla barca milionaria di proprietà del regista, ma gli esiti dicono il contrario. Anzi, i soldi possono essere un impedimento. Come nel caso di molto cinema italiano che non vorrebbe essere ideologizzato, ma è dominato, volontariamente o meno, dall’ideologia neoliberale postberlusconiana. Sono atti mancati, comunicazioni ricevute.

“Non c’è salvezza per la borghesia”, diceva il protagonista di Prima della rivoluzione. È così?
Sì. Semplicemente è tutto finito.

 

Pubblicato sul Mucchio n.728.

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