A Ciambra – L’altra faccia della storia

Intervista a Paolo Carpignano

Abbiamo incontrato l'autore del documentario, presentato in anteprima mondiale al Corto Dorico Film Festival di Ancona, che svela il dietro le quinte della realizzazione di "A Ciambra".
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Da un rione calabrese a Hollywood, Jonas Carpignano ha reso il passo più breve: A ciambra, il film che racconta la famiglia Amato nel campo rom di Gioiatauro, è in lizza per concorrere allOscar come miglior film straniero e il film continua a fare il giro del mondo. E dell’Italia: nella recente edizione di Corto Dorico si è cercato di andare anche più a fondo raccontando L’altra faccia della storia. Così infatti si intitola il backstage che Paolo Carpignano, padre di Jonas e produttore del film, ha presentato ad Ancona; e noi del Mucchio lo abbiamo intervistato.

Più che un backstage, L’altra faccia della storia sembra un documentario d’osservazione sul set: che tipo di lavoro ha effettuato durante le riprese?

Come produttore io ero sul set tutti i giorni, le riprese sono state lunghe, più di 90 giorni, e a un certo punto ho incominciato a fare delle foto e dei brevi video con il mio iphone come documentazione personale. Non avevo l’idea di farne un documentario, erano più’ che altro una serie di annotazioni visive. In seguito, riguardando le circa 4 ore di materiale accumulato, ci siamo accorti che poteva diventare una sorta di “making of A Ciambra” da mettere come materiale aggiuntivo nel DVD. E così’ e’ stato. A proposito, se posso fare un po’ di pubblicità’: il DVD esce proprio in questi giorni in Italia in tempo per i regali di Natale.

Nel film sembra anche raccontare il metodo di Jonas, il modo in cui si approccia ai contesti e agli attori: cosa ne pensa di questo “sistema” produttivo e realizzativo?

E’ difficile parlare di un “sistema” e tanto meno descriverlo. Le riprese di A Ciambra sono state molto poco sistematiche. Si è trattato, al contrario, di adattarsi alla circostanze e anche agli imprevisti. Il metodo di Jonas, come spero si veda nel documentario,  e’ quello di creare delle situazioni emotivamente forti e a volte anche conflittuali, per poi catturarle nelle riprese. Questo non significa che tutto sia improvvisato. Al contrario, esiste una sceneggiatura molto dettagliata, ma che e’ stata scritta da Jonas riproducendo circostanze, discorsi, espressioni che lui aveva visto e sentito durante i vari anni in cui ha frequentato la famiglia Amato. Quindi non si trattava di dare istruzioni agli attori su come recitare, quanto di far loro ri-vivere momenti e situazioni della loro vita. Il risultato e’, come si vede nel film, una straordinaria spontaneità’ e immediatezza

In A Ciambra e nel suo documentario una grande forza assumono i rapporti sociali, non solo quelli artistici e professionali: che tipo di ambientamento avete fatto e che umanità avete trovato, visto che uno dei pregi del film è di raccontare una storia senza paraocchi né griglie morali?

A Ciambra è stato possibile solo perché’ Jonas e’ riuscito a entrare in una comunità, peraltro isolata e marginale nel contesto di Gioia Tauro, ed ha vissuto vicino alla famiglia Amato per molto tempo, stabilendo dei rapporti affettivi molto stretti, soprattutto con Pio. Per tutti noi girare alla Ciambra ha significato vivere con loro, fare parte dei loro ritmi di vita. Il set  non poteva essere costruito o imposto. non c’erano orari precisi di inizio o fine delle riprese perché tutto dipendeva dalla disponibilità’ delle persone e del luogo al momento delle riprese. In queste circostanze il rapporto umano era essenziale e aveva precedenza su tutto il resto. Per fare un esempio: ad un certo punto abbiamo sospeso le riprese per due giorni perché’ bisognava festeggiare il compleanno di uno dei bambini Amato. E naturalmente noi eravamo tutti li a cucinare, a mangiare con loro e a ballare la tarantella.

Nel documentario c’è una macchina da presa molto mobile e inquadrature lunghe, come se anche lei avesse voluto usare il set di A Ciambra per sperimentare in un certo senso.

Non avevo un’ estetica particolare in mente. Vengo da un ambiente accademico e universitario e sono abituato a pensare e a fare ricerca usando note e citazioni. Il documentario e’ stato il risultato di questo modo di fare e di pensare. L’ho concepito come un inventario di annotazioni visive senza un particolare ordine narrativo. Il vantaggio di usare l’iphone e’ che e’ uno strumento praticamente invisibile intanto perché tutti hanno un cellulare e quindi sono abituati alla sua presenza, e poi perché, date le sue piccole dimensioni, lo si può infilare dovunque senza diventare ingombranti e quindi si può rimanere, per così dire, anonimi.

Lei è anche produttore di A Ciambra e dal primo corto dedicato agli Amato la strada è passata per Cannes e ora si avvicina agli Oscar: più che sulle speranze per l’Academy, vorrei chiederle se da questa esperienza straordinaria avete imparato qualcosa che vi sarà utile (anche in senso negativo, volendo) per i prossimi film.

In questo gruppo che Jonas ha creato, molti di noi hanno letteralmente imparato il mestiere facendolo. La troupe di A Ciambra era molto ristretta numericamente ma molto affiatata. Il vantaggio e’ stato che potevamo sempre rimediare agli imprevisti e agli errori con una grande flessibilità’ e adattamento alle circostanze. La metafora più’ appropriata e’ forse quella musicale. Le cose riescono quando si è in ritmo. La grande capacità di Jonas è di creare questo ritmo e di coinvolgere tutti quelli che gli stanno intorno.Quello che abbiamo imparato è sicuramente che i miracoli sono possibili. Comunque vadano le cose, solo il fatto che il nome Ciambra venga pronunciato nella stessa frase con Cannes e Oscar è di per se’ un fatto straordinario.

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