Asghar Farhadi

La vasta ombra di un dilemma

Uno dei registi più interessanti emersi negli ultimi anni, voce di un Iran che vuole mostrare un volto differente.
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Giunto al successo con Una separazione (Oscar per il miglior film straniero nel 2013), l’iraniano Asghar Farhadi, autore di Il Passato che in questi giorni è nelle sale italiane -, ha ormai guadagnato sul campo la possibilità di poter girare senza l’ostacolo della censura. La scelta della libertà però non è mai immune da rinunce, pertanto la sua ultima storia non è raccontata sullo sfondo dell’Iran, bensì nella periferia di Parigi. Bloccato, come i protagonisti del suo film, tra il desiderio di guardare alla sua terra e lo stimolo dei nuovi territori, il regista è a un bivio tra due percorsi, immerso in un dilemma esistenziale. Questa condizione di sospensione è la cifra tematica del suo cinema, da sempre incapace di tracciare un limes netto tra i desideri e le ragioni dei suoi personaggi. Stavolta Farhadi ci catapulta tra le braccia d’una famiglia, divisa tra ciò che crede di sapere e ciò che preferisce non osservare, dove, in un conflitto a fuoco di bugie, mezze verità e rivelazioni, a fare le spese della crisi sono i bambini: testimoni d’un inquietudine che vive ai piedi del dubbio. Se il passato è una terra straniera e il futuro è una terra promessa, l’unica certezza è il bivio che troveremo durante il percorso. A noi la scelta della strada da percorrere.

L’assenza di censura ha reso differente il film?
Quando la personalità d’un individuo si forma in un paese dove ci sono delle restrizioni, non è che dall’oggi al domani ci si dimentica d’essere quella tipologia di persona. Non basta prendere un aereo e andare dove non ci sono quei limiti per diventare una persona diversa. Mentre giravo questo film avevo più una sensazione di protezione, questo sì, però la mia visione del cinema è rimasta tale e quale. Quando si gira in Iran, ci si pone sempre la domanda se uscirà il film e in che modo arriverà in sala, mentre giravo a Parigi invece ero certo che tutto ciò che filmavo sarebbe finito sullo schermo.

A settembre lha riaperto la Casa del Cinema di Teheran, cosa ne pensa di Rohani, il nuovo presidente dell’Iran?
Adesso è troppo presto per dare un giudizio sul nuovo governo, però già in questi pochi mesi ci sono stati dei piccoli segnali che lasciano sperare. Io sono ottimista ma sono anche realista. So che non si può ottenere tutto dall’oggi al domani, è un processo faticoso e lungo. So che è nelle loro intenzioni cambiare delle cose, ma so anche che abbiamo purtroppo dei gruppi di resistenza all’interno, così come all’estero, che non vogliono che le cose cambino. Molti preferiscono rimanga la tensione.

Nei suoi film non c’è mai una verità assoluta, anche i finali rimangono aperti.
Quando scrivo un personaggio cerco di capirne le motivazioni, senza prendere una posizione. L’esperienza mi ha insegnato che se una persona fa un’azione che può risultare negativa, basterebbe spostarsi e mettersi dal suo punto di vista, vedere in quali condizioni, con quale pensiero lui ha fatto quest’azione per rendersi conto delle sue ragioni. Basta cambiare il proprio punto di vista per avere una percezione completamente ribaltata di quella persona.

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Il film sembra un dramma à la Bergman girato da Hitchcock. Nascondendo alcuni dettagli, prima agli spettatori e poi agli stessi personaggi, lei getta le basi per una straordinaria tensione. Come crea l’alchimia tra il realismo drammatico e questi elementi thrilling?
Io cerco sempre di combinare le cose che mi piacciono. Per esempio, amo il dramma ma spesso trovo finti i film di questo genere, poco veritieri. Mi piacciono anche i film realisti perché li trovo più attinenti alla vita, ma non sento il dramma. Il mio è senz’altro uno sguardo simile a quello di Bergman nell’osservazione delle relazioni interpersonali, unendolo a una scrittura interessata ai colpi di scena si ottiene questo mélange.

Spesso i suoi personaggi sono bloccati da una decisione che non riescono a prendere. È una situazione che l’affascina della condizione umana? Mi sembra sia interessato anche ai personaggi “invisibili” al pubblico.
Una situazione di stallo mi piace molto perché ha una valenza drammaturgica forte, quando qualcuno deve decidere cosa fare questo già scatena un dramma. Se ci facciamo caso, anche nella vita quotidiana noi scegliamo ogni giorno tra una cosa e un’altra, magari inconsciamente. Amo molto anche la situazione in cui tutti parlano di un personaggio ma questo personaggio non c’è, non può parlare di se stesso. In questo film è la moglie di Samir, in Una separazione era il nonno e in About Elly ovviamente Elly.

Quello della protagonista mi sembra il personaggio più risolto. Alla fine ha le idee chiare su cosa vuole. Quanto conta la gravidanza nella sua decisione?
La protagonista è divisa tra due poli: l’ex marito e il bambino. Quando lei prende la sua decisione viene verso di noi, verso la macchina da presa, e volta le spalle al passato, quindi anche a noi spettatori. Guadagna un vantaggio anche rispetto al pubblico. Per noi i bambini sono il futuro e noi non siamo solo prigionieri del passato. Attraverso una donna incinta, in qualche modo, noi siamo prigionieri anche del futuro.

Che rapporto ha con il passato?
Fino a qualche anno fa ero sempre proiettato verso il futuro, guardavo poco dietro di me. Adesso, sarà l’età, sono entrato in una fase in cui il passato incomincia a sembrarmi più interessante. Penso spesso alle mie radici. Alle nostre radici.

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