Breaking Bad

Greatings from Albuquerque

Il destino trasforma un uomo mite in un gangster e in un assassino. Accade in "Breaking Bad", serie seminale di Vince Gilligan che ha asfaltato le regole della televisione e ha bisato la vittoria agli Emmy. Melissa Bernstein è la produttrice che è riuscita a difendere, senza mai tradirla, la visione dell’autore. Ci ha raccontato come.
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Dietro grandi autori militano grandi produttrici. Vale nel mondo del cinema – c’è lo spirito combattivo di Gale Ann Hurd dietro agli Aliens e Terminator di James Cameron – e della
televisione – Steven Moffat non avrebbe mai realizzato Sherlock senza la solida Sue Vertue. Vale lo stesso per Breaking Bad: la 37enne Melissa Bernstein è l’executive producer che ha permesso a Vince Gilligan di mettere in scena senza compromessi la sua visione e rivoluzionare il piccolo schermo raccontando la cupa trasformazione di un mite professore di chimica in cuoco di metanfetamine prima e feroce gangster poi. L’autore ha sovvertito la
prima regola della serialità, ovvero che i personaggi della tv non cambiano, descrivendo in cinque stagioni la via crucis infernale di un uomo trasformato dal cancro, e che un cancro è diventato per chi gli è stato accanto. “L’alter ego di Walter White, lo spacciatore Heisenberg, è come Scarface, un uomo che ha scelto di lasciarsi stritolare da una spirale di potere e violenza” ha spiegato la Bernstein, giovane produttrice che è sempre riuscita a risolvere
le difficoltà pratiche di una serie cult ironica e vibrante girata nei deserti del New Mexico con i contributi statali.

Quanto si discosta il prodotto finale dal pitch di Breaking Bad?
Quella che si vede realizzata è esattamente l’idea originale del creatore Vince Gilligan; sono state apportate alcune modifiche ispirate dalle contingenze, ma l’idea forte e immutabile della serie non è stata intaccata.

La più importante, tra queste variazioni?
Senz’altro il ripescaggio del personaggio di Jesse. Gilligan aveva programmato di farlo fuori nel corso della prima stagione, in un modo cruento che valesse come monito per Walt, ma non si poteva ignorare l’alchimia tra il protagonista Bryan Cranston e Aaron Paul, evidente dall’episodio pilota, così abbiamo cambiato il suo destino. Anche per il personaggio di Gretchen le cose non erano destinate a durare, sarebbe dovuta comparire in una sola puntata, ma ci è piaciuta e ci siamo resi conto che non era giusto accantonarla così.

Perché Breaking Bad ha riscosso tanto successo?
Credo che il merito sia da attribuire alla visione unica e specifica di Vince Gilligan nei confronti del personaggio di Walter White. Inoltre ritengo che la tempistica abbia giocato a nostro favore: avevamo un pugno di spettatori molto appassionati e grazie alla diffusione dei social media questi hanno potuto trasmettere la loro passione lasciando che contagiasse un pubblico sempre più vasto. Inoltre Breaking Bad è immediatamente riconoscibile.

Quali elementi la rendono tale?
ll primo è la location, Albuquerque, diventata un vero e proprio personaggio della serie. Il progetto iniziale prevedeva, tuttavia, di ambientare l’azione in California e filmare a Los Angeles, ma poi abbiamo optato per spostare tutto in New Mexico perché lo Stato ci forniva agevolazioni economiche. Vince ha preso il cambio di location molto sul serio e ha fatto di quei luoghi veri e propri protagonisti degli eventi. Un’altra caratteristica importante è la relazione tra Walt e Jesse: non era previsto che i due attori andassero così d’accordo ma, come accennato, la cosa era così lampante che Gilligan ha voluto farne uno dei temi principali. E per finire, il montaggio, frenetico e con un frequente utilizzo di campi lunghi, che aggiunge molta energia alla serie ed è diventato un tratto distintivo di Breaking Bad.

Breaking Bad ha rivoluzionato la serialità: come?
I personaggi delle serie non possono cambiare, è una regola ferrea che noi abbiamo scardinato mostrandoli mentre vanno incontro a un percorso che li trasforma profondamente. Inoltre Breaking Bad ha come protagonista un uomo che fabbrica e vende droga. Non è incoraggiante a livello commerciale perché è difficile vendere spazi pubblicitari durante puntate che mettono in scena lo spaccio di metanfetamine e il cui protagonista conduce una vita destinata inevitabilmente a mostrare il suo lato più crudo e cruento. La serie è andata in onda su Amc, una tv via cavo: un network non avrebbe mai concesso a un autore tali libertà narrative, mentre i nuovi canali hanno il grande merito di aver lasciato liberi gli sceneggiatori di raccontare storie e personaggi non particolarmente piacevoli.

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In cosa consiste il tuo lavoro?
Sono coinvolta quotidianamente in ogni aspetto della realizzazione dei vari livelli di produzione. Si comincia con far sì che la sceneggiatura prenda vita nel modo migliore, ottimizzandone la rendita a livello visivo. È importantissimo che le idee contenute nello script siano preservate e al tempo stesso presentate nella maniera più appetibile possibile agli acquirenti degli Studios e dei network: devi convincerli a compiere un atto di fede e credere che la serie funzionerà. Dopo che il pilota è stato acquisito, ogni aspetto della produzione passa da me, sono sul campo e sono sempre accanto al regista, scelgo le location, supervisiono i casting, e mi assicuro che ogni decisione passi per il filtro dello showrunner, in modo tale che la sua idea venga rispettata. Affinché una serie funzioni è essenziale che un’unica visione, quella del creatore o dello showrunner, sia condivisa da tutti. Quando gli autori non hanno il coraggio delle loro convinzioni, allora per me diventa molto difficile difendere la loro visione e il progetto rischia di naufragare.

Come sei arrivata, a poco più di trent’anni, a produrre Breaking Bad?
Ho iniziato come assistente alla regia e ho lavorato alla realizzazione di documentati e corti, tra cui una serie di show per National Geographic e Candy Paint, un cortometraggio interpretato proprio da Aaron Paul. Pian piano mi sono appassionata al funzionamento dei vari ingranaggi del business, a come si coinvolgono gli attori, ai vari aspetti della produzione. Sono stata assunta da Marc Johnson (produttore vincitore dell’Oscar per Rain Man e responsabile della selezione dei candidati a miglior film straniero all’Academy, NdR) alla Gran Via Productions, che si occupa della produzione sia di film sia di serie, e sono stata la sua assistente per due anni finché non ha deciso che era tempo per me di cimentarmi nella produzione. Era proprio il momento in cui Breaking Bad stava per essere acquisita da Amc.

Hai contribuito a creare uno dei momenti più importanti della serie.
Sì, c’è una scena fondamentale in Breaking Bad in cui si intravede per la prima volta ciò in cui si sta trasformando Walt: è il momento in cui Jane, la fidanzata di Jesse, va in overdose e il vomito le impedisce di respirare. Nella versione originale, Walt piomba in casa della coppia, Jane è sul fianco e muore soffocata quando lui la scosta per svegliare Jesse. Quando abbiamo visto il girato ci siamo resi conto che non andava bene, era troppo veloce e il tutto sembrava un mero incidente, per questo ci abbiamo lavorato e siamo arrivati alla versione mostrata al pubblico dove Walt volta Jane, lei soffoca e lui la guarda morire. Gli si leggono in volto l’angoscia e il senso di colpa che lo assalgono mentre le lacrime gli scorrono lungo il volto, ma non la salva, non si decide, la uccide: Walt è cambiato, è diventato cattivo.

L’interpretazione di Cranston in quel frangente è strepitosa, come lo avete scelto?
Vince aveva pensato subito a Bryan nel ruolo di Walt White perché lo aveva molto colpito in passato: Gilligan aveva scritto un episodio di X-Files, (La corsa, Ndr) e Cranston ne aveva interpretato la guest di puntata, una persona cattiva e razzista segnata da un tremendo destino. Poi Vince lo aveva rivisto nella sitcom Malcolm e si era reso conto che la sua abilità come interprete sia comico sia drammatico era quanto serviva al suo protagonista.

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Nel caso di un film l’ultima parola spetta al regista, mentre in una serie?
Dal punto di vista creativo è sempre il regista a decidere, ma solo se si tratta di un lungometraggio. Nel caso delle serie c’è una differenza fondamentale: è lo showrunner, che di solito è anche il creatore della serie, ad avere l’ultima parola. La trovo una cosa meravigliosa perché colui che ha avuto l’idea iniziale e l’ha sviluppata, che ha creato le storie e i personaggi, è anche chi decide sul prodotto finale. Il mio compito nei riguardi del regista di ciascun episodio è stargli accanto per tutti gli otto giorni che servono per girare una puntata di Breaking Bad e fargli rispettare l’estetica della serie, l’animo dei personaggi, la visione d’insieme che caratterizza l’opera.

Quanto il pubblico ha influenzato le decisioni di Vince Gilligan?
Vince è molto curioso di quello che pensa il pubblico ma per lui conta sopra ogni cosa creare personaggi interessanti. Non naviga su Internet e non setaccia i social in cerca di commenti. Non vuole cedere alle influenze. Se ritiene che qualcosa debba essere raccontato in un certo modo non cambia idea.

Puoi menzionare tre serie che hanno cambiato il modo di fare televisione, a tuo avviso?
Una è senz’altro I Soprano, perché il suo protagonista è un cattivo, e al tempo stesso un uomo con pochissimo margine di scelta visto che proviene da una famiglia di mafiosi e il suo destino è esserne il capo. È sensazionale come la serie abbia rappresentato Tony Soprano con quel grado di umanità e quella finezza psicologica. Un’altra che citerei è Friday Night Lights, perché al centro della serie c’è un matrimonio di successo per cui non puoi fare a
meno di fare il tifo. L’ho trovata una ventata di freschezza nel panorama seriale. Infine
Mad Men, è magistrale la capacità degli autori di trasportare lo spettatore negli Anni 60 e mi piace molto l’autenticità che riescono a conferirvi. Inoltre il personaggio è prioritario rispetto alla storia: c’è un episodio della prima stagione in cui Don Draper è sempre più ubriaco man mano che la puntata procede. Succede ben poco, la considero una scelta molto coraggiosa. Non si era mai visto niente del genere in televisione.

È confermato che Gilligan scriverà lo spinoff tratto da Breaking Bad, sarai coinvolta?
Sì, sempre in qualità di produttrice. Vince sta ancora elaborando il soggetto. Lo spinoff si chiamerà Better Call Saul e sarà un prequel di Breaking Bad, ovvero inizierà e si svolgerà cronologicamente molto prima rispetto alle vicende delle serie principale. Il protagonista è l’avvocato di Walt Saul Goodman, e non è escluso che nella serie compaia qualche altro personaggio di Breaking Bad.

Pubblicato sul Mucchio 712

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