Claudio Casazza

Intervista al regista di "Un altro me", in concorso al Trieste Film Festival.

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Guardare per capire. Affrontare un tema spinoso e piuttosto scomodo senza giudizi preconcetti ma ascoltando la voce dei soggetti, delle parti in causa. Osservare come imperativo di un documentario o almeno del documentario di Claudio Casazza, Un altro me, che dopo il premio del pubblico al Festival dei Popoli a Firenze, sarà presente il 22 gennaio al Trieste Film Festival e poi in tutta Italia grazie alla rassegna itinerante “Il mese del documentario”. Il film racconta del trattamento intensificato per autori di reati sessuali effettuato dal CIPM nel carcere di Bollate, in provincia di Milano.

“È tutto cominciato – spiega Casazza – quando ho incontrato Paolo Giulini, il criminologo a capo del progetto, e ho assistito a uno degli incontri aperti che si svolgono nel carcere. Il loro lavoro è notevole, si tratta di far parlare i detenuti dei loro crimini e di farli confrontare: tra riflessioni e conflitti ho trovato un grande materiale umano in quegli incontri, e da lì il mio interesse verso il progetto è aumentato e ho avuto le porte aperte dal carcere”. Casazza ha lavorato con il metodo dell’osservazione, cercando di tenere lo sguardo più libero e la mente più aperta possibile mentre si confrontava con parole e atti duri, anche difficili da metabolizzare: “È facile cadere nel pregiudizio quando si ascoltano dei detenuti parlare di reati del genere, ma so perfettamente che avere un giudizio preventivo quando giro inquina il mio sguardo; così per capire l’evoluzione del percorso criminologico e psicologico del trattamento avevo bisogno di distanza, libertà mentale e di ascolto. Per esempio, non ho mai voluto sapere preventivamente quali reati avessero commesso i detenuti che avrei ripreso”.

Il percorso di Casazza è durato, come quello dei detenuti, circa un anno in cui ha seguito diversi gruppi e assistito a diverse gestioni del trattamento: “Riprendevo una volta a settimana, da dicembre fino al novembre successivo, e poi al montaggio ho costruito il film, cercando di mantenere il più possibile un ordine cronologico per comprendere i passi che i detenuti affrontano nel percorso”. Innanzitutto, mettersi in gioco, svelare i pregiudizi che si hanno personalmente, affrontare la vittimizzazione di se stessi, capire il danno commesso e il ruolo umano della vittima fino alla consapevolezza e alla riuscita del trattamento: “su 250 casi trattati da Giulini – racconta Casazza – solo 7 sono tornati a compiere reati dello stesso tipo. È un grande risultato se pensi che la media della recidiva in Italia sfiora il 90%”.

Il percorso dei detenuti, in un certo senso, è simile a quello che affrontano gli spettatori del film e a quello che lo stesso Casazza ha affrontato: “Uno dei paradossi della realizzazione del film è che ho visto molto di più i detenuti – 1 a volta a settimana per 45 settimane – rispetto agli psicologi che si alternavano e davano il cambio e quindi vivevano l’infisso della telecamera molto di più dei detenuti. Per 4 o 5 mesi ho lavorato al buio, in pratica, non sapevo a cosa avrei assistito e sono rimasto sorpreso dal dialogo costante e soprattutto dal lavoro di gruppo, perché soprattutto ad aiutare i detenuti è il confronto con le esperienze degli altri, è quello che li porta a capire meglio loro stessi in aggiunta al semplice lavoro faccia a faccia”.

È un gruppo trasversale quello ripreso da Casazza, di varie età ed estrazioni, perché quello che emerge da Un altro me è lo “specchio impossibile” di un paese in cui la questione sessuale è soprattutto una questione culturale di rapporto con il sesso e con il genere femminile: “Per questo il lavoro di Giulini e colleghi è così importante: etichettarli come mostri e lasciarli in carcere è molto comodo per tutti, anche per all’inizio, non lo nego, ma durante le riprese ho capito come questi detenuti siano in realtà la punta di un iceberg: i casi molto diversi – dall’abuso di pornografia a violenze che hanno a che fare con le immagini preconcette dell’uomo dominante e della donna sottomessa -, le diverse terapie rappresentano una vasta palette che annienta i pregiudizi e la tendenza allo stereotipo”.

Una palette cinematografica che si condensa in una scelta stilistica fortissima: riprendere i detenuti fuori fuoco, con una macchina da presa fissa e pochissime inquadrature dei terapeuti. “Credo che gli impedimenti e le costrizioni aiutino in un certo senso la creazione artistica. Sapevo dall’inizio che non volevo riprendere i volti dei detenuti per proteggerli e proteggere anche le vittime. Avrei avuto molti modi per farlo anche grazie al digitale ma poi durante le riprese ho scelto il fuori fuoco e di girare direttamente così, senza sfocare poi dopo l’immagine: mi sembrava più giusto ed etico, mi dava la possibilità di un rapporto di fiducia più grande con chi riprendevo, perché allo stesso tempo non spettacolarizzavo coloro che volevano essere inquadrati né tradivo chi non voleva. Gli psicologi invece li ho lasciati a fuoco. Sulla macchina da presa, oltre a una giusta distanza ho capito che dovevo anche tenerla ferma perché già le parole erano fortissime, la camera non aveva bisogno di muoversi: doveva stare al loro livello. Questo aiuta anche lo spettatore a capire meglio i detenuti e cosa sta dietro i loro atti: nelle proiezioni che ho fatto in questi mesi ho capito che il dialogo, la riflessione, il tenere aperta la propria mente alla possibilità aiuta la comprensione”.

Ma forse non aiuta l’istituzione, se è vero che il trattamento di Giulini (nato in Quebec e attecchito in Belgio e altre parti d’Europa) è l’unico in Italia, dopo che altri tentativi sono andati falliti a causa di scarse risorse: “Come dicevo prima, l’etichetta di mostri e il voltare le spalle a certi reati e certi detenuti è più comodo e più facile per tutti”. Almeno prima di (ri)scoprire che i mostri sono innanzitutto persone.

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