Davide Manuli

Ritratto oltre le righe

È uno degli enfant terrible del cinema contemporaneo italiano fautore di un cinema sperimentale e d'avanguardia che racconta la fine di un certo tipo di umanità e la sua voglia di resurrezione con ironia surreale e visionarietà.
Davide Manuli
Ritratto oltre le righe

Per uscire fuori dall’underground, ammesso che ciò sia possibile o voluto, di norma bisogna cambiare sponda artistica, passare tra le fila del mainstream, normalizzare nei limiti della dignità i propri contenuti e linguaggi. Davide Manuli sta lottando per evitarlo, e per ora sta vincendo. Il regista e attore milanese è ormai riconosciuto a livello internazionale come una delle giovani promesse del cinema italiano, un talento puro che si è dedicato alla sperimentazione e all’avanguardia senza compromessi. E il premio non è stato l’oblio, come qualcuno poteva pensare, ma la diffusione nei circuiti festivalieri di mezzo mondo e anche un’estate nelle sale cinematografiche.

Certo, non proprio un periodo fecondo per una distribuzione, ma è interessante vedere come due dei quattro lungometraggi diretti da Manuli abbiano (ri)trovato la via del grande schermo. A partire da Beket, penultimo film del regista, datato 2008 e che aveva già visto una fugace e semi-clandestina uscita in sala. Ingiustizia a cui ha posto rimedio Distribuzione Indipendente nelle sale del proprio circuito: Freak e Jajà sono in mezzo a una specie di deserto e perdono l’autobus volante che li porterebbe da Godot; decidono di proseguire a piedi, facendo ovviamente molti emblematici incontri. Manuli spinge sul pedale dello sperimentalismo, mettendo in scena una visione del mondo vicina a Ciprì e Maresco riletta dagli occhi di Bunuel, che non parla mai di apocalisse ma ne mette in scena i risultati, tra pianure scabre, residui industriali e figure mitiche come sirene tornate sulla terra. Costruito per brevi scene, quasi frammenti di un nuovo teatro dell’assurdo (ovviamente Beckett) che qui diventa primordiale – col dialogo tra Adamo ed Eva -, il film racconta la deriva esistenziale di un’umanità che è alla ricerca di nulla e che vuole trovare tutto: simbolismi più o meno facili, ripetizioni, canzoni degli Skiantos e dialoghi filosofici. Ma anche, per fortuna, una vena ironica che rende tutto più interessante e una cura formale (fotografia di Tarek Ben Abdallah in bianco e nero con splendido inserto a colori) da promuovere.

Sulla stessa scia ma sapendosi evolvere si muove il più ambizioso La leggenda di Kaspar Hauser, uscito ancora in modo superficiale e poco mirato per Mediaplex, film che rilegge L’enigma di herzogiana memoria alla luce di un sogno di ribellione ritmato di techno: qui il ragazzo del titolo appare in una Sardegna desolata, in cui uno sceriffo, un pusher, un prete e una granduchessa vogliono trasformarlo in ciò che vogliono loro. Un inno alla musica come libertà dalle gabbie delle istituzioni, in cui la pratica sperimentale di Manuli trova e consolida i suoi centri pulsanti: gli attori (cast di prestigio: Vincent Gallo in un doppio ruolo, Fabrizio Gifuni, Elisa Sednaoui e Claudia Gerini) che irrompono in improvvisazioni, caricature, lavoro sul corpo per esprimere il significato dei vari personaggi e la musica di Vitalic, che pervade il film, ne suggerisce il senso, segna la resurrezione del protagonista (interpretato dall’androgina Silvia Calderoni). La devastazione di uomini e ambienti si apre alla possibilità di una redenzione, Kaspar e il Godot tanto atteso, messia dell’anti-conformismo e della vita nelle forme più pure. È il film con cui Manuli compie il lancio verso il mercato straniero, complice la presentazione al festival di Rotterdam, e che permette di riscoprire i suoi primi due lavori: Girotondo, giro attorno al mondo (1998), intrigante racconto familiare e affettivo che vira in quel bianco e nero che diverrà tipico dell’autore, un immaginario on the road europeo – tra Fellini e Kusturica – fatto di nomadi, prostitute e magie dietro lo squallore; Inauditi-Inuit! (2006), un documentario molto sui generis che racconta un progetto di cure mediche a distanza con protagonisti gli Inuit del Nord America ma che non vide mai la luce. Semi di una carriera che ancora non è fiorita e che dovrà fare i conti con i gangli arrugginiti della nostra industria cinematografica, ma che è un grido di forza e di ribellione contro certe modalità di pensare e lavorare in Italia.

 

Girotondo
Girotondo (1998)

Il tuo cinema è, letteralmente, un cinema dell’assurdo dove ogni follia ha un preciso posto nell’animo umano. Oltre alle influenze artistiche, vorrei sapere quale ricerca interiore e artistica ti ha portato a maneggiare questo tipo di materia.
Il mio, è molto probabilmente un punto vista esistenziale, nel senso che tutto parte sempre da delle domande con le quali convivo costantemente, domande primordiali come “chi sono?”, “perché sono sulla terra?”, “cos’è la morte?”, “cosa c’è oltre la morte?”. Il continuare a lavorare su questo tipo di inchiesta interiore, mi ha portato a comprendere quello che Samuel Beckett aveva capito perfettamente nei suoi lavori e cioè “che nascere come essere umano sulla terra, è totalmente assurdo”.

Da Girotondo a Kaspar Hauser il tuo sguardo è andato sempre più oltre, anche come respiro rispetto al cinema nazionale. Come si sposano ricerca artistica e radicale e sistema produttivo?
Si sposano molto male, soprattutto in Italia. Kaspar Hauser uscirà molto bene all’estero, e perciò aspetto di vedere cosa succede. Tengo però a precisare che in Italia oramai si sposa male tutto non solo la ricerca artistica radicale ma qualsiasi film fatica a trovare copertura finanziaria. Il sistema distributivo non esiste proprio, ma il sistema produttivo è vicino alla paralisi totale.

Quello che rende i tuoi film speciali, rispetto ad altro cinema sperimentale, è l’uso dell’umorismo e dell’ironia. Sei d’accordo?
Se per il mio cinema intendi cinema sperimentale allora ci tengo ad affermare che la mia narrativa sperimentale tiene molto bene il minutaggio per i lungometraggi mentre altri “sperimentatori” crollano letteralmente nei 90 minuti obbligatori per legge. Detto questo, hai ragione, essendo anche sceneggiatore mi piace molto ridere e dissacrare. Io sono un grandissimo fan di Cannavale e Bombolo, che metto allo stesso livello di Jodorowsky e Kubrick: dei geni.

Beket è quello più esplicitamente “post-apocalittico”, ma anche gli altri tuoi film sembrano raccontare un’umanità già morta. Prefigurazione o istantanea?
Istantanea. Assolutamente. Non basta respirare, dormire, pisciare, mangiare e scopare per affermare di essere “un essere umano dotato di auto-coscienza”…sarebbe troppo bello. Allo stato attuale l’uomo è totalmente morto spiritualmente, e si comporta mosso da istinto animale.

I tuoi film stanno facendo il giro del mondo: come ti rapporti col circuito internazionale e come il circuito si rapporta a te?
La leggenda di Kaspar Hauser mi ha fatto fare uno scatto in avanti abbastanza deciso nel panorama estero, soprattutto grazie a Vincent Gallo e Vitalic che sono due star mondiali di prima grandezza. Il film verrà distribuito all’estero in tanti paesi tra estate e autunno, perciò aspettiamo: la partita estera è appena cominciata.

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La leggenda di Kaspar Hauser (2012)

 

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