Giorgio Diritti

Il cinema alla scoperta di luoghi e persone

Maturo ed esperto eppure solo al 3° lungometraggio per il cinema. Quella di Giorgio Diritti è una delle voci più importanti e affascinanti del cinema italiano contemporaneo.
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Giorgio Diritti è figlio legittimo del cinema di Ermanno Olmi, quello che si declina in senso più attuale, più moderno per temi e sguardo temporale. Dopo la rivelazione de Il vento fa il suo giro e il premiatissimo L’uomo che verrà (3 David di Donatello, tra cui miglior film, 3 Nastri d’argento, Gran premio della giuria e premio del pubblico al festival di Roma), recentemente nelle sale con Un giorno devi andare (recensito nel numero di aprile del Mucchio), per chi scrive il suo film migliore.

 

Da dove parte il viaggio di Un giorno devi andare?

Il film parte da sensazioni dei nostri giorni che si sono ricollegate a un viaggio che ho fatto più di 10 anni fa, in Amazzonia. Le sensazioni attuali sono riferite soprattutto all’Italia, dove molte persone sono appesantite, camminano con lo sguardo verso il basso, sono fondamentalmente tristi e a disagio con la quotidianità. Invece, nel viaggio di 10 anni fa in Brasile, ho trovato la forza e la potenza della natura, i colori, la solarità e la grande energia delle persone del posto che mi hanno dato le dimensioni di un rapporto con la vita diverso, come una liberazione da questo stato di grigiore. Da qui, l’idea di immaginarmi il viaggio della protagonista che esce da una dimensione di dolore, che può essere una perdita ma anche semplicemente un mal di vivere, alla scoperta di sensazioni diverse per ritrovare delle priorità, il contatto con se stessi e con le cose che ci danno felicità e appagamento.

 

E l’avventura cinematografica?

Bella e impegnativa, complicatissima: dalla lingua, all’ambiente, al clima, alle tante struttura della comunità.

 

Il film sembra ribaltare lo schema del viaggio interiore, qui si parte per scoprire gli altri più che se stessi.

Assolutamente, perché credo che scoprire o riscoprire se stessi guardandosi l’ombelico sarebbe una cosa del tutto asettica e presuntuosa. Affrontare gli altri è importante, sono uno specchio per guardarsi meglio, relazioni da cui capire se e come cambiare percorso. Il rapporto con gli altri è la chiave in senso spirituale, ma anche pratico, per percorrere la strada che conduce a noi stessi.

 

C’è nel suo cinema un forte senso di comunità, in senso sociale ma anche antropologico.

È vero. Le storie che racconto mi sono “capitate o mi sono sembrate lo specchio di qualche riflessione particolare che stavo facendo in quel momento, come nel caso di Un giorno devi andare. Se gli altri sono lo specchio di noi stessi, come dicevo prima, le micro-comunità sono lo specchio del mondo intero e quindi gli eventi che accadono all’interno di società molto piccole possono permetterci di capire meglio ciò che accade a livelli più grandi, magari a correggere certi errori, anche a livello sociale. L’uomo che verrà e il racconto di Marzabotto non sono la storia di quell’evento bellico, ma una riflessione sul fatto che la guerra, come evento assurdo e assoluto, va a frantumare il senso di comunità e di vita stessa, e quindi è fuori da ogni ricerca di bene e dai bisogni dell’uomo.

 

Nei suoi film c’è anche un forte rapporto visivo tra luoghi e persone.

I luoghi nelle mie storie sono spesso emblematici. Ad esempio, in Amazzonia il silenzio, il fiume immenso, le nuvole, la foresta, e i volti di persone di formazione culturale geografica molto diversa mi hanno trasmesso suggestioni che si sono fuse e evolute in una storia. È difficile pesare quanto un elemento prevalga sull’altro, non si può dire quanto i volti e le persone debbano all’ambiente in cui vivono e viceversa. Se vai in montagna è facile trovare persone col volto segnato dal freddo e dal sole, le rughe e il viso cotto dal vento che è specchio di quell’ambiente.

 


Lumiere & co.

 

La sua scuola è quella del documentario: qual è la forza di questo genere nel cinema italiano contemporaneo?

La verità e la semplicità che la realtà porge, anche in film di finzione come i miei, dà al cinema una autenticità che lo spettatore percepisce restandone coinvolto. È come calarsi in una data epoca o in un certo luogo. Molti tra quelli che hanno visto L’uomo che verrà mi hanno detto che pareva loro di essere a Marzabotto durante la guerra, di sentire l’odore di quei luoghi, di quelle case. Credo che questo sia il valore aggiunto, un rapporto molto attento con la realtà che permettere di rendere la ricostruzione filmica molto coinvolgente, più partecipativa, attraverso il rapporto tra ciò che si vede e ciò che si sa essere vero, esistere.

 

Quali sono i suoi i maestri tra i registi classici e da chi dei contemporanei vorrebbe prendere qualche lezione?

Sono molti forse troppi i maestri che dovrei citare, a seconda delle differenti sensazioni che ognuno mi ispira. Dovrei dire sicuramente Chaplin, certe idee di Ken Loach oppure Kieslowski. Idee di cinema e attitudini molto differenti. Così come Fellini o De Sica, ognuno con le sue direttive precise, ma con un sentore comune, cioè la capacità di parlare di qualcosa che è profondamente umano e quindi diventa popolare. Ed è questo che ho cercato di imparare, ossia prendere temi e modi anche molto impegnativi ma partire da una base molto popolare. Tra gli odierni faccio più fatica a individuare un nome: penso però soprattutto a un regista come Inarritu, che ha una forza di racconto in cui unisce verità, grande tensione e una grande capacità filmica.

 

Per concludere, ci suggerisca un film.

Una separazione, ha vinto l’Oscar l’anno scorso. Davanti a questo film bisogna togliersi il cappello: di grandissima forza, emotivamente coinvolgente, non un mero esercizio tecnico e stilistico, attenta alla realtà di un paese ma anche al pubblico che lo guarda.

 

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Filmografia – Lungometraggi

Il vento fa il suo giro (2005)

L’uomo che verrà (2009)

Un giorno devi andare (2012)

 

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