Giovanni Mazzarino

Intervista al noto compositore jazz

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Mago Merlino è il primo a entrare in scena.

Il set è quello di Piani Paralleli, il nuovo progetto musicale del compositore Giovanni Mazzarino, e l’occasione è il film diretto da Gianni Di Capua che ne documenta la lavorazione, in uscita nelle sale cinematografiche il 7 aprile. Il regista, già autore della serie di cortometraggi Corti d’autore | Pensare la musica, firma il racconto di un farsi musicale in cui gli strumenti hanno un nome, come Mago Merlino, il pianoforte scelto per la registrazione alla Fazioli Concert Hall di Sacile in Friuli. Piani Paralleli è una suite per quartetto jazz e orchestra d’archi: un binomio inusuale, non fosse per la disinvoltura con cui Mazzarino, apprezzato pianista, è solito attraversare i diversi generi musicali, tanto da aver fatto della curiosità la sua cifra stilistica. A dispetto del titolo, il film è il racconto di una convergenza, perché “la musica è una e si evolve giorno dopo giorno attraverso l’incontro” inteso come modalità espressiva. Il progetto visivo intende far scoprire al pubblico come si costruisce un progetto artistico e testimoniare, al tempo stesso, la sinergia che scaturisce tra personalità artistiche di comune sensibilità poiché “la musica è l’immagine speculare di un momento, e va fissata”, suggerisce fuori campo lo stesso Mazzarino, tra una sessione musicale e l’altra. Piani Paralleli vede all’opera alcuni tra i nomi più significativi del panorama jazz internazionale: da Steve Swallow (“non un contrabbassista, ma Steve Swallow, che è un’altra cosa”) al batterista Adam Nussbaum, da Fabrizio Bosso al direttore d’orchestra Paolo Silvestri.

Mazzarino non si è riservato un ruolo da protagonista, se non nella traccia narrativa che guida lo spettatore alla comprensione della propria visione artistica: “la musica è un luogo ed è il mio luogo preferito”. Un raccontarsi in prima persona che differenzia il progetto dalla maggioranza dei documentari musicali, in cui la specificità di un artista viene spesso ricostruita a partire da un punto di vista esterno. I lunghi piani sequenza catturati da tre macchine da presa in movimento attorno all’orchestra sollevano lo spettatore dal suo posto in platea, per condurlo direttamente al centro della sonorità. Una posizione privilegiata, dove la musica diventa visibile nella fisicità dei performer: sorride Mazzarino, sezionano il tempo i gesti di Paolo Silvestri nel crescendo della melodia oltre e al di là della scrittura in quell’irripetibile momento di confronto che, in musica, diventa jazz.

Maestro Mazzarino, non sarebbe ora di sfatare quest’alone di elitarismo che circonda il jazz?

Decisamente. Uno dei più grandi complimenti nei miei trent’anni di carriera l’ho ricevuto da una signora che, avvicinandomi alla fine di un concerto, mi ha chiesto: “Maestro, ma questo è il jazz? Allora mi piace!”. È evidente che se il jazz venisse trasmesso tutti i giorni in prima serata non sarebbe più considerato elitario e la musica, la vera musica potrebbe assurgere a elemento fondamentale della vita della normale comunità. I pochi spazi culturali a disposizione in Italia vengono invece assegnati, sempre più spesso, a progetti che si definiscono di ricerca ma che sono in realtà un grande bluff, fatto passare come forma d’arte da una critica specializzata che sostiene questo tipo di prassi. È ovvio che ci sono le dovute eccezioni, ma sta di fatto che a concerti del genere il pubblico spesso si alza e se ne va, finendo col considerare il jazz una brutta musica. D’altronde, un paese dove si insegue la bellezza finirebbe con l’avere un popolo consapevole e un popolo consapevole non è controllabile.

Aristocratico ed elegante: questi gli aggettivi che ricorrono più spesso per descriverla. Che cosa fa di un musicista, un musicista elegante?

La ricerca della bellezza, l’assenza di arroganza, la capacità di spostare in avanti i propri limiti: non si può affrontare con eleganza la musica se non ci si impegna ad affrontare con eleganza la vita. Tuttavia, a me piace pensare di rappresentare la normalità, non l’eccezione. Il motivo per cui l’eleganza non appare un fattore connaturato allo stesso far musica è riconducibile, a mio parere, all’assenza di risposte normative che ha trasformato il panorama musicale italiano in una giungla e di cui la politica è responsabile. La mancanza di regole e il concetto di libertà trasformato in libero arbitrio non sono i migliori compagni dell’eleganza, nemmeno in musica.

Che cosa significa il jazz come stile di vita?

Significa impegnarsi, soprattutto. Il jazz non è solo uno stile musicale, ma un insieme di valori che vanno ben al di là della musica e non è un caso che nel 2012 l’UNESCO lo abbia nominato Patrimonio dell’Umanità. Il modo di far musica che solitamente viene definito jazz scaturisce da un movimento culturale che vede nell’incontro il momento fondante di un’integrazione. Pensiamo come esempio all’America di inizio Novecento, dove tante culture diverse sono venute a contatto trovando nella musica una modalità espressiva che ha saputo unire nel segno di una progettualità condivisa. Vivere jazz significa vivere il quotidiano cercando di creare unione, mentre i nostri difetti e le nostre frustrazioni tendono a creare una spinta in senso contrario. Per questo motivo voglio suonare con musicisti con cui condivido questo tipo di compatibilità intellettuale e culturale. Il jazz non è un esercizio tecnico, ma un valore per cui tutta la musica, che è una, è jazz. Da questo punto di vista anche Chopin è jazz!

Nel film diretto da Gianni Di Capua l’arte dell’incontro diviene manifesta nelle sinergie che si creano fra voi musicisti. Avrebbe potuto raccontarlo anche un regista senza un background musicale?

La questione fondamentale è la cura del dettaglio, non la conoscenza musicale di per sé. Io credo che il regista, al di là di una conoscenza tecnica di carattere cinematografico, debba innanzitutto essere portatore di un certo tipo di sensibilità: questo significa per me essere artista. Non esiterei a definire artisti un imbianchino e un vigile urbano che manifestino questo tipo di attenzione al dettaglio, così come uno scultore o un musicista potrebbero non rivelarsi tali. Di Capua, oltre ad essere un bravissimo regista, era sicuramente una persona compatibile con il progetto Piani Paralleli.

 Il musicista è ancora un mestiere romantico?

Secondo me è una passione, per cui sono solito rispondere a chi mi chiede quale sia il mio lavoro che sono un disoccupato, ma con una grande passione per la musica.

 

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