Hirokazu Kore’eda

Intervista al regista di "Ritratto di famiglia con tempesta"

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Erede di un cinema giapponese delicato ma frontale, onesto e diretto ma anche ricco di tatto e calore umano: prendendo tanto da Naruse quanto da Ozu, Kore’eda Hirokazu ha girato il mondo tra festival e premi portando allo spettatore il segno di un cinema riconoscibile e prezioso. Durante il 70° festival di Cannes esce nelle sale italiane il film che il regista nipponico ha portato sulla Croisette lo scorso anno: Ritratto di famiglia con tempesta, un titolo limpido ed esplicativo come una stampa orientale per un film bello, emozionante e ricco di sfumature magistralmente dipinte. Il regista ha girato l’Italia per presentare il film al pubblico e alla stampa e quando si è fermato a Roma lo abbiamo intervistato.

È un film in cui si sente una grande intimità: da dove nasce lo spunto del film?
Di spunti e ispirazioni ne ho avuti più di uno, ma uno in particolare mi ha colpito: dopo la morte di mio padre mi sono reso conto che mio padre non aveva mai commentato o non si era mai interessato a ciò che facevo, alla mia attività da regista, perciò non sapevo cosa pensasse di me. Poi una volta sono andato per una terapia al centro massaggi che lui frequentava e ho trovato un’intera bacheca con articoli che parlavano di me e dei miei film. Il dottore dell’istituto mi disse che fu mio padre a portarli. Solo lì mi sono accorto di quanto mio padre fosse contento e orgoglioso del mio lavoro, della gioia per me.

La dimensione familiare nei suoi film è una costante, ma è una costante anche di molti altri film. Per paura che questo tema sia abusato, ha una sorta di vademecum su cosa non fare nel trattare i suoi “home dramas”, come li ha chiamati lei?
Di sicuro ciò che non voglio fare è mostrare l’idea di quanto sia magnifica la famiglia o far credere che i rapporti familiari siano la cosa più bella. Ecco, quello non m’interessa. Dopo il 2011 e il terremoto, questo filone si è ancora più consolidato nel cinema giapponese: l’idea di famiglia a ogni costo, il legame di sangue come unico valore assoluto è una visione che sta dilagando. Ovviamente non credo che la famiglia sia priva di significato, anzi: io stesso ho una famiglia, cerco di mantenerla e so quale sia la sua importanza, ma credo che la sua insostituibilità per l’uomo rappresenti anche un problema, il suo limite più grande in un certo senso. E non voler rappresentare entrambi i lati della medaglia non è nient’altro che una bugia.

Nei suoi film lei riesce a trarre il massimo dagli attori, specialmente dai bambini: come lavora con gli attori più piccoli e in particolare come ha lavorato con Taiyô Yoshizawa, il giovanissimo protagonista del film?
Per quanto riguarda il lavoro con Taiyô non è stato diverso da altri miei film: l’ho trovato nei casting ma non gli ho consegnato alcuna sceneggiatura. Semplicemente gli ho detto la trama generale del suo personaggio (ossia che la sua famiglia si rifugiava dalla nonna durante un tifone) e poi in ogni scena gli spiegavo cosa sarebbe successo e gli dicevo a voce le sue battute, direttamente sul set. Avevo la percezione della sua voce che recitava di volta in volta proprio dopo il ciak. Anche in altri miei film ho usato questa tecnica perché con i bambini funziona meglio, preserva la loro spontaneità.

Spesso i registi coreani o cinesi lavorano in America una volta acquisito il successo, ma questo non accade con i registi giapponesi: secondo lei, perché?
Ci sono varie ragioni per cui questo esodo non accade con i registi giapponesi: una delle ragioni probabilmente è la barriera linguistica, perché molti registi in Giappone non parlano altra lingua che la propria, a differenza dei registi in Corea del Sud, Cina o Hong Kong, che sono molto più disponibili a imparare l’inglese o il francese. Un altro elemento potrebbe essere anche che il mercato cinematografico domestico  è fortissimo, per cui il ciclo economico  di un film si auto-conclude con successo dentro i confini giapponesi. Per questa ragione le produzioni e le distribuzioni sanno di poter guadagnare bene con la sola uscita nel mercato giapponese, senza dover entrare nei mercati esteri se non in minima parte. Per esempio, invece, a Taiwan il mercato nazionale è inesistente e quindi devono lanciarsi con decisione verso il sud-est asiatico per poter produrre e distribuire i film con budget più ampi e un bacino di pubblico più consistente. A me piacerebbe che arrivasse una proposta di lavorare all’estero o di avere la possibilità di un film ”straniero”, che arrivasse magari un produttore capace di rompere questo schema consolidato e io stesso se ne avessi l’occasione sarei felice di girare al di fuori del Giappone.

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