I pugni chiusi di Lou Castel

Intervista all’attore, protagonista del documentario di Pierpaolo De Sanctis - 34° Torino Film Festival

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Attore icona di una generazione isterica e disperata per Bellocchio. Attivista maoista dentro e fuori dall’industria cinematografica. Espulso dall’Italia come persona pericolosa nel 1972. Dopo vari decenni di assenza dallo schermo e di chiusura con il mondo del cinema, Lou Castel torna in A pugni chiusi, documentario di Pierpaolo De Sanctis presentato al Torino Film Festival dove abbiamo incontrato regista e protagonista.

Io e Lou – dice De Sanctis – ci siamo conosciuti nel 2008, durante una retrospettiva del Centro Sperimentale. Lì ho registrato una sua intervista e sono rimasto colpito dalla sua storia e dalla sua presenza. Ci siamo visti più volte per tentare vari approcci a un film insieme. Solo dopo 7 anni siamo riusciti a concretizzare”. Sono stati i luoghi scelti dal regista a convincere Castel che quello era il momento giusto: periferie, reperti di archeologia industriale nel sud di Roma, intorno al gazometro e oltre, dentro campagne con vista sull’Eur. “Quei luoghi – ci dice Castel – sono come mezza sceneggiatura. Camminare lì in mezzo mi ha ridato la parola, una parola che avevo perso, che forse non ho mai avuto”. 

Regista e soggetto avevano il patto di non dirsi nulla, di lasciare che luoghi e domande restassero sorprese per poter far concretizzare meglio le idee del film: “Io e Pierpaolo ci siamo completati. Lui riflette prima di realizzare, non segue la sua prima idea, è stato bravo a far scattare qualcosa in me”. Come una sorta di comunicazione silenziosa tra i due: “In realtà abbiamo trovato il nostro metodo durante le riprese, nell’azione, tanto che avrei potuto e voluto far durare il film anche 9 ore, vista la quantità di materiale che avevo”. Tra cui anche video rari e inediti, oltre a sequenze del cinema dell’attore, in cui prima che l’arte di Castel ne viene fuori lo spirito, la mente.

E in A pugni chiusi anche il cuore aperto con cui parla di sé, della sua condizione esistenziale e fisica, ma anche del suo pensiero politico che lo ha reso persona pericolosa e niente affatto grata in Italia: “Ero già militante di estrema sinistra mentre recitavo, facevo parte di gruppi extra-parlamentari, ero un militante dentro i gruppi, non esterno come altri attori tipo Volonté. Lui cercava di sensibilizzare tutti con la carriera di attore, io invece facevo un lavoro diretto, nelle borgate, nei paesini della Calabria. Non ho alcun tipo di rimorso o rimpianto per ciò che ho fatto, solo la delusione per la sconfitta generale delle nostre idee, per l’abbandono della legalità da parte di qualcuno e per la vittoria del capitalismo”. 

È una sconfitta però a cui Castel non sembra volersi arrendere, mentre grida scherzosamente “Fatemi recitare!” ai registi di nuova generazione. E ha qualcosa da dire anche alle nuove generazioni di militanti: “Non so davvero cosa significhi oggi militanza e se qualcuno lo è oggi, avrà le sue ragioni. Sono tempi molto diversi e anche la militanza deve essere diversa. Io continuo a chiedermi, cosa fa male al capitalismo? Quali sono i suoi punti deboli oggi? Penso a Trump e ai modi nuovi che ha per sconfiggere la classe operaia. Però oggi, i lavoratori, gli sconfitti hanno una visibilità e una forza diverse, che bisogna sfruttare. Il nuovo capitalismo ha una sua logica: come la si sconfigge?”.

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