Il racconto dei racconti

La metamorfosi nel cinema di Matteo Garrone

La fascinazione per il corpo era chiara fin dai suoi trascorsi nella pittura, un’attenzione mai voyeuristica né persistente sulla deformità, ancorché mostrata ma sempre umanizzata come in tutti i film di Matteo Garrone. Non fa eccezione I"l racconto dei racconti" al cinema dal 14 maggio.
Il racconto dei racconti
La metamorfosi nel cinema di Matteo Garrone

Il cinema di Matteo Garrone vive in una dimensione sospesa tra realtà e immaginazione, tra documentario e favola. Un universo concreto trasfigurato dallo sguardo iperreale del regista, che segue invisibile un’umanità di freak in cerca di riscatto, emarginati in attesa di poter cambiare le proprie vite. Un desiderio di trasformazione che passa attraverso la metamorfosi del corpo. E così i nani sognano di essere giganti, come in una fiaba in cui s’incontrano l’ordinario e lo straordinario. In attesa di vedere Il racconto dei racconti, libero adattamento del testo di Giambattista Basile, ne parliamo con lo sceneggiatore Massimo Gaudioso, storico sodale del cineasta.

Realtà e astrazione. Come lavorate per conciliarle?
Se cominciamo da dati di realtà, come accaduto nei film precedenti in cui si partiva da fatti di cronaca, inevitabilmente finiamo per trasformarli in qualcosa di diverso. Prima facciamo un lavoro minuzioso di documentazione su quel fatto, poi ce ne distacchiamo, perché Matteo non ne vuol fare la semplice ricostruzione; i personaggi li vuole reinventare, concentrandosi sulla loro umanità, non vuole farli assomigliare a com’erano ma farli vivere d’una vita propria.

L’imbalsamatore nasce dalla cronaca ma sembra una versione noir di La bella e la bestia, la storia di personaggi infelici del proprio corpo che inseguono la bellezza.
Da Estate romana in poi, Matteo ha voluto utilizzare la struttura dei generi cinematografici come riferimento per entrare nelle storie e insieme ogni volta ne abbiamo cercato uno: il noir nel caso dell’Imbalsamatore, il thriller stile Gone Girl (portato lo scorso anno al cinema da David Fincher e adattamento dell’omonimo romanzo di Gillian Flynn, NdR) per Primo amore, l’action e il gangster movie in Gomorra. Nell’Imbalsamatore il tono e l’umore sono del noir così come il triangolo amoroso con una femme fatale, ossia il ragazzo, altro elemento tipico del noir, ma i due protagonisti della storia vera ci avevano subito fatto pensare a quelli de La bella e la bestia che ruota intorno a un desiderio che sembra impossibile da realizzarsi.

In questa incursione nei bassifondi c’è un sentimento di attrazione e repulsione verso la deformità fisica e morale?
Magari c’è un interesse da un punto di vista estetico ma mai morbosità. Non c’è il gusto del mostruoso, della deformità, cercavamo sempre di riportare i personaggi a un sentimento che ci poteva appartenere. Non vedevamo l’aspetto orrorifico, che già era presente nella storia, ma il sentimento di quest’uomo che nonostante fosse vecchio, brutto e nano, faceva di tutto per conquistare il cuore di un giovane. E infatti la prima trasformazione nella sceneggiatura è stata proprio legata al suo aspetto, non si parlava di un nano ma di un uomo molto piccolo.

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L’imbalsamatore

La metamorfosi mi sembra il filo conduttore dell’opera di Garrone. Un personaggio come Vittorio in Primo amore, un orco che tiene segregata in casa una donna e la costringe a dimagrire per innamorarsene, è l’esempio perfetto di questa volontà di trasformazione.
Che lui fosse un personaggio mostruoso era già nella storia, anche lì lo sforzo è stato cercare di capire le sue ragioni. La prima cosa che disse Vitaliano (Trevisan, protagonista del film, Ndr), quando lesse il diario di quell’uomo, è stata: “questo è un pezzo di merda”. Ma poi abbiamo cercato di capire da dove nasceva quel desiderio, quel bisogno così assurdo, facendo in modo che il suo istinto non fosse qualcosa di mostruoso, e così abbiamo costruito il personaggio. La sua è una perversione, ovvio, ma non ci siamo fermati lì.

In Gomorra la mutazione corporea diventa mutazione sociale. Sembra di assistere a un documentario antropologico, con riti ludici legati al culto del corpo (la scena del solarium), riti di accettazione (il test dello sparo), riti di passaggio (i reati commessi dai ragazzini per essere accettati come adulti).
È un mondo a parte. La scena del solarium nell’ultima stesura della sceneggiatura era costruita in modo più tradizionale, con amici che s’incontravano per strada sulle loro moto e poi all’improvviso iniziavano a spararsi. Invece Matteo cercava qualcosa di meno scontato, qualcosa che lo affascinasse esteticamente, e muovendosi in quelle zone, tra quei personaggi, da attento osservatore qual è, ha notato alcune abitudini che facevano al caso nostro: i tagli sulle sopracciglia, la frequentazione dei centri estetici. E proprio andando in uno di questi centri è venuta fuori l’idea di ambientare quella scena nel solarium, che ha la forza visiva del non luogo. Non c’è comunque il gusto del “famolo strano”, nell’estetica di Matteo si parte sempre da una realtà, da qualcosa che appartiene al personaggio e che lo rende verosimile.

Se L’imbalsamatore e Primo amore sono fiabe macabre girate con taglio realistico, Reality, a dispetto del titolo, è dichiaratamente una favola sin dalla sequenza di apertura: una carrozza d’oro trainata da cavalli bianchi, una principessa, un ballo.
Sì, in quel caso il riferimento visivo di Matteo era proprio quello. La storia oscillava tra realtà e fantasia, quindi lui cercava qualcosa che immediatamente facesse entrare il pubblico nel mondo del personaggio, che era tutto nella sua immaginazione. E allora gli è venuto in mente d’iniziare con un matrimonio fiabesco ambientato a La Sonrisa, un locale che aveva scoperto girando un documentario sul fotografo di matrimoni Oreste Pipolo. Ancora una volta si tratta di una scelta legata all’indagine sulla natura antropologica del personaggio.

Nel Racconto dei racconti Garrone ha capovolto le sue abitudini sul set: non ha girato in sequenza, non ha lavorato come operatore di ripresa. È cambiato qualcosa anche nel vostro metodo di lavoro?
Quello che è cambiato, a differenza degli altri film, è che stavolta Matteo invece che partire da elementi reali da trasfigurare poi in qualcosa di più fantastico, scientemente ha scelto un testo fantastico come punto di partenza. Quindi il procedimento è stato inverso, siamo partiti da favole e l’abbiamo umanizzate, cercando di rendere gli orchi e le fate il più possibile reali. Abbiamo eliminato le fiabe con storie troppo inverosimili, indomesticabili, e abbiamo calcolato che per approfondire ogni storia sarebbe stato necessario avere almeno una quarantina di minuti a disposizione, così abbiamo ristretto il campo a tre storie: La polece, La vecchia scortecata e La cerva fatata. Fiabe indipendenti tra loro che abbiamo legato in maniera discreta, come in Gomorra, e con cui ci siamo presi delle belle libertà d’adattamento. C’è Matteo che, alla fine della proiezione, se ne esce ogni volta con questa frase: “Siamo stati largamente infedeli per poi guardare il film e scoprire d’essere stati profondamente fedeli”.

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Matteo Garrone sul set del Racconto dei racconti

Garrone ha detto: “Il mio nuovo film è una fiaba che si aggancia alla realtà”.
Siamo partiti da fiabe senza tempo ma abbiamo cercato di scegliere dei personaggi moderni, in cui riconoscere delle problematiche contemporanee. Strada facendo ci siamo resi conto che, cambiando il punto di vista delle tre storie scelte, potevamo raggiungere il nostro scopo, trovando anche un unico comune denominatore. Così le protagoniste sono diventate tre donne, e attraverso ciascuna di loro rappresentiamo una fase importante della vita: una giovane adolescente che diventa adulta suo malgrado, una donna che diventa madre a costo di grandi sacrifici, una vecchia che vorrebbe ritornare a essere giovane e perciò ritocca il suo corpo.

Italo Calvino definì Basile “un deforme Shakespeare partenopeo”.
Stavolta il riferimento è stato l’horror. Siccome la compagna di Matteo ama molto questo genere, lui si è costruito una cultura facendosi aiutare come al solito da me e da altri amici. In particolare è rimasto colpito da Mario Bava e dai film asiatici, soprattutto Audition di Takashi Miike e Dark Water di Hideo Nakata, dove non è lo splatter a dominare ma un elemento perturbante dettato dalle situazioni. Gianluigi Toccafondo, aiuto regista in Gomorra, stava realizzando dei disegni ispirati a Lo cunto de li cunti, Matteo li ha visti, ha letto il libro e se ne è innamorato. Quindi abbiamo realizzato un fantasy-horror, ma quello che probabilmente Matteo ha tenuto in mente come riferimento principale è stato I racconti della luna pallida d’agosto di Mizoguchi. Ecco, quello è il fantasy come lo immagina Matteo.

 

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