Il telefilm non abita più qui

Ma lo trovi (e se ne parla) sul Web

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Avete mai provato a riflettere su cosa ne sarebbe delle serie tv senza la Rete? O meglio, di cosa ne sarebbe di noi appassionati di serie tv senza una connessione ADSL? Condannati al grado zero della programmazione in chiaro, centellinando in differita i passaggi sul digitale, resteremmo appesi alle sole iniziative Sky. Probabilmente, tagliati fuori dal mondo, in compagnia di una schiera di santi, di medici e di poliziotti che parlano per frasi fatte, in storie precotte e dalla morale scaduta, faremmo come gli asceti: rinunceremmo (alla televisione) per un fine superiore (non regredire allo stato di Renato Poggi o chi per lui di Un posto al sole). Ma la Rete esiste e possiamo surfarla alla ricerca di titoli che ci riconcilino con la bellezza come insegna Amleto De Silva, autore satirico, blogger e intendintore di telefilm (seguite “Spoiler”, su Kataweb, per credere).

Hai notato, Amleto, che seguire le serie tv non è più roba di cui vergognarsi? Anzi, ora è cool anche per quelli che negando l’evidenza continuano a dire “sai, io non guardo la televisione”. Che poi se Sherlock lo scarichi dal Web e lo guardi sul tuo portatile sempre un prodotto televisivo resta, o no?
Mah, io veramente delle serie tv straniere non mi sono mai vergognato. Anche se una volta eravamo più bravi noi. Pensa al Nero Wolfe di Buazzelli (non quello, ridicolo, ai limiti dell’imbarazzante, di Pannofino: un Wolfe coi baffi è come un Poirot senza baffi), al Segno del comando, a Dov’è Anna, al misconosciuto F.B.I. (Francesco Bertolazzi Investigatore) di Tognazzi. Secondo me è che un po’ di persone si sono accorte che le cose belle ci sono e, per fortuna, se le vanno a cercare. Non tutti si accontano delle porcherie.

Sarà. Poi però succede che Rete 4 manda in onda Downtown Abbey, che in Inghilterra e in America registra audience da finale di Coppa del mondo, e stagione dopo stagione gli ascolti qui da noi calano. Il gusto del pubblico generalista (quello che si guarda La grande famiglia, Gli anni spezzati o La farfalla granata senza farsi troppe domande) sembra ormai compromesso. Che dici, ce ne facciamo una ragione e ognuno per la sua strada?
Eh no, non è così facile. Una buona serie affogata in una programmazione ridicola e piena di schifezze è chiaramente destinata al fallimento. È come se tu mi costringi a sentire Radio Maria per dodici ore e, quando mi mandi i Clash, ci metti sette minuti di pubblicità per tre minuti di canzone. Non solo, mi fai doppiare Strummer da Emilio Fede. Non funziona così. La qualità non è magia, ma fatica: va supportata e rispettata.

Tu segui e racconti in “Spoiler” il bello delle serie inglesi, soprattutto. Non che lì manchino prodotti mediocri, ma, rispetto all’Italia, la proporzione è invertita.
Il fatto è che gli inglesi lavorano bene perché sono persone serie, e non cialtroni raccomandati come noi. Ricky Gervais è andato alla BBC, ha proposto The Office e gliel’hanno fatto fare. In Italia è assolutamente impensabile. Qui devi stare nel mazzo di carte, come si dice dalle parti mie, solo che nel mazzo di carte non ci stanno quelli bravi, ci stanno gli imbroglioni. Così, gli inglesi si comprano Messi quindicenne e noi abbiamo Altafini in carrozzella e col Parkinson, per fare un paragaone calcistico. Ti segnalo Survivors (fantastico, pare che Rai4 l’abbia finalmente mandata in onda, una cover meglio dell’originale), An Idiot Abroad, con Gervais e Marchant che mettono in croce Karl Pilkington: meraviglioso. E poi Episodes, una coproduzione Showtime-BBC, con un Matt Le Blanc, il Joey di Friends, ai limiti della perfezione.

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Episodes

Allargandoci al resto d’Europa – i paesi nordici vanno forte – e agli stati meno battuti – Israele è avantissimo -, non manca di che bearci, il problema è semmai reperire i sottotitoli. A parte Les Revenants dalla Francia con la colonna sonora dei Mogwai, cosa hai visto di buono che non sia nato sotto il segno della BBC?
Ci batte perfino la Nuova Zelanda: The Almighty Johnsons e Almost Heroes sono divertentissime, fresche e senza pretese. E scritte bene, a differenza delle nostre. Che, ci tengo a ribadire, sono delle porcherie da non credere.

A proposito di sottotitoli non trovi che proprio grazie alle serie una fetta crescente di pubblico stia imparando ad apprezzare questa modalità di fruizione? Che prima o poi non si rendano conto anche in Rai, almeno nelle sue espressioni più ricettive – penso a Rai4 di Freccero -, che comprare una serie tv dall’estero, sottotitolarla e mandarla semplicemente in onda significa risparmiare sul doppiaggio (spesso discutibile), accorciare i tempi della messa in onda e fornire dunque un servizio migliore?
Freccero si occupa di tv? Davvero? Io pensavo che di mestiere facesse quello che, dopo essersi arricchito con Berlusconi, parla male di Berlusconi in tv. Scherzi a parte, un po’ di tempo fa ho lanciato un’idea: un canale tematico chiamato SubIta, che trasmetta solo serie di qualità con sottotitoli affidati ai siti che se ne occupano sul Web (benemeriti). Nessuno, come al solito, mi si è inculato, ma l’idea è buona. Solo che non penso che si risparmierebbe sul doppiaggio: ormai traduzioni e doppiaggio in Italia sono fatte talmente male che dubito che il budget, per una puntata di una serie qualsiasi, superi i dieci euro.

La qualità di una serie è data da tanti fattori. Se dovessi limitarti alla sceneggiatura, a quali titoli daresti il massimo dei voti?
Qui si parla essenzialmente di gusti. Io adoro Justified (sono un grande fan di Elmore Leonard), secca ed essenziale; poi penso che My Name Is Earl abbia raggiunto picchi di eccellenza per come parlava della white trash americana in modo ironico. The Newsroom è verboso e improbabile, ma è scritto talmente bene che è puro piacere fine a se stesso. E poi tutto quello che hanno scritto Gervais e Merchant, ovviamente.

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Justified

Non credi che le serie siano il prodotto perfetto di questi tempi? Non hanno bisogno del budget del cinema, si dividono in episodi tarati per la soglia media d’attenzione, sono, con la Rete, sempre disponibili. Non mi entusiasmano invece le webseries, hai per le mani qualcosa di notevole?
Io credo che la qualità paghi, se non in termini di audience, almeno nel lungo periodo. Ovviamente non in Italia. Invece, negli altri paesi hanno deciso di investire in qualità: e poi scoprono talenti inespressi. Pensa a Jim Parsons, lo Sheldon di The Big Bang Theory: per le prime due o tre serie guadagnava un terzo di quanto prendeva la Cortellesi per presentare Zelig, solo che TBBT è stato poi venduto in tutto il mondo; lo sconosciuto Gervais ha fatto guadagnare un botto alla BBC vendendo il format di The Office agli americani. Secondo me la ricerca di nuovi talenti e la fiducia che gli si presta sono la vera chiave del successo, tanto che perfino uno come Kevin Spacey è entrato nella mischia. Le webseries, lo ammetto, annoiano anche me; ma forse è solo una mia personale forma di snobismo che devo distruggere a martellate nelle gengive.

Dagli anni 90 la critica tv in Italia si limita grossomodo ad Aldo Grasso. Sarà il dilemma dell’uovo e della gallina, ma quando i critici erano migliori anche la tv era migliore. Tu da chi ti fai consigliare?
Devo essere onesto? La critica non la seguo. Perché, se mi annoia Beppe Fiorello, devo leggere un pezzo di uno che parla di Beppe Fiorello? Quando Anna Lupini, mia boss su “TvZap” e grande amica, mi ha proposto “Spoiler” (l’idea è stata sua, mica mia) sono stato felice perché potevo fare una cosa precisa: parlare di cose belle, consigliare cose belle. Non mi interessa ribadire quando faccia schifo la Rai o Canale 5. Lo so benissimo che fanno schifo, grazie tante; io invece voglio un po’ di bellezza nella mia vita, e Beppe Fiorello o la Dandini non sono il mio ideale di bellezza. Certo, è più fico dire: “guardate che merda fa Raitre”, ma io preferisco dire “guardate questa serie che bella”. Mi sembra di rendermi utile. E mi consigliano i miei amici, che siano miei lettori o meno, in Rete. È pieno di persone intelligenti, il Web, checché ne pensino i grandi opinionisti.

 

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