Les interdits

Dramma storico sui generis

Tra i film più interessanti mostrati nel recente Panorama Internazionale del BIF&ST di Bari si è ritagliato uno spazio tutto suo "Les interdits", film francese diretto da Anne Weil e Philippe Klotarsky.
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Montatori di lungo corso, i due hanno esordito alla regia con questo dramma storico sui generis, che racconta la storia di due ragazzi ebrei francesi che entrano sotto mentite spoglie nell’Unione Sovietica con il compito di aiutare gli ebrei costretti all’esilio forzato a fuggire o a trafugare documenti. Erano chiamati “refuzenik” e li racconta, tra dramma di formazione e storia di spionaggio, questo film che ha anche il merito di aver scoperto il talento e la forza espressiva di Soko, cantante pop e attrice molto promettente. Di tutto questo abbiamo parlato con i registi.

Les interdits racconta la vicenda dei refuzenik e dei loro rapporti semi-clandestini con i paesi fuori dall’URSS e con Israele: come siete venuti a conoscenza di queste vicende?
Alla fine degli anni ’70 mi sono trovata (è Anne che parla, N.d.R.) a fare questo viaggio. Non ero militante politicamente, ma mi hanno proposto di partire per 15 giorni in URSS per incontrare dei refuzenik. Non sapevo cosa fosse un refuzenik e conoscevo appena la situazione degli ebrei e dei dissidenti in Unione Sovietica. Ho accettato per curiosità, per gusto del rischio. Fu un’esperienza ricca, insolita e molto formativa, che mi ha segnato. Quando ho raccontato la storia a Philippe, abbiamo visto che c’era un materiale molto interessante per una sceneggiatura: per quanto ne sapevamo, non esisteva un altro film che metteva in scena una missione del genere.

L’equilibrio su cui avete giocato è molto particolare, tra il racconto spionistico e il dramma di formazione politico e sentimentale, tra Le Carré e Assayas: come avete trovato questo tono e come mai proprio questa scelta?
Il tono ci è venuto abbastanza naturalmente. Il fatto che quei viaggi erano organizzati il giorno e clandestini la sera era per noi una perfetta situazione tragicomica. Il racconto è costituito da due linee che si incrociano: quella del viaggio di due personaggi molto diversi che scoprono un mondo senza libertà e quella dei loro sentimenti e delle questioni che si pongono. Abbiamo voluto essere il più sfumati possibile in un universo politico in cui le idee spesso erano molto arretrate.

C’è una tensione molto forte che scorre nel film, nel ritmo, tra i personaggi, nell’intreccio, nei sentimenti: quanto è stato importante il vostro background di montatori e quanto invece avete dovuto scostarvene?
L’esperienza del montaggio ha un approccio totalmente diverso da quella della scrittura di una sceneggiatura. Il nostro lavoro come montatori ci è stato utile soprattutto durante le riprese per evitare i falsi problemi (i raccordi, le assi…). Il lavoro al montaggio ci ha molto aiutato nella regia ma è importante non pensare come un montatore quando si gira. Innanzitutto si deve lavorare su ogni singola scena, costruire una materia che sarà in seguito lavorata al montaggio.

Ho avuto un colpo di fulmine per Soko, che non conoscevo prima e che trovo bravissima, comunicativa, bellissima: come avete pensate a lei e come avete lavorato con lei per renderne al meglio il personaggio?
L’abbiamo scoperta in un videoclip, perché Soko è più che altro una cantante, e anche noi abbiamo avuto un colpo di fulmine. Più tardi, l’abbiamo vista recitare in un film di Xavier Giannoli, A l’origine, che ha confermato l’enorme potenziale che avevamo visto in lei. Avevamo un’idea molto precisa del personaggio che le abbiamo trasmesso. E’ un’attrice molto istintiva e molto spontanea.

Nel film si sente una spinta alla vita molto forte, che ha a che fare con il richiamo a Israele come terra promessa: è un’idea legata al contesto storico o è ancora attuale? Che idea avete del ruolo di Israele oggi nel mondo e nella politica?
Il soffio vitale a cui ti riferisci è legato, per noi, al desiderio di libertà e anche al desiderio di aiutare a raggiungere la libertà. Israele era la sola possibilità per i refuznik ebrei di uscire dall’URSS. Ma come il film fa capire, molti russi, una volta usciti dal paese, sono fuggiti negli USA. Dunque il mito della terra promessa non è altro che una possibilità di uscire dalla Unione Sovietica. Il sionismo ha sempre offerto una speranza a tutti gli ebrei oppressi, è la sua ragion d’essere. Il film voleva mettere in evidenza le questioni e le difficoltà che questo atteggiamento pone. Abbiamo scelto un personaggio principale a disagio, in conflitto con la sua comunità. Non abbiamo voluto “giudicare” i nostri personaggi, ma sempre interrogarli, restare nella sfumatura, essere complessi su questo argomento che sucita il più delle volte un atteggiamento binario, un punto di vista passionale. Abbiamo cercato di mostrare alla fine del film Israele come un paese caotico dove nessuno è veramente felice, dove chiunque vive con il compromesso.

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