Love is all: Piergiorgio Welby

Intervista agli autori del documentario

Non è vero che la sofferenza porta alla salvezza. Lo testimonia l’esistenza dinamica, ironica, curiosa, persino psichedelica di Welby: un uomo che amava la vita ma rivendicava “una morte opportuna”. E che con la sua lotta ha urlato al mondo che la salvezza passa per la libertà di poter decidere il proprio approdo.
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“La morte non può essere dignitosa; dignitosa, ovvero decorosa, dovrebbe essere la vita, in special modo quando si va affievolendo a causa della vecchiaia o delle malattie incurabili e inguaribili. La morte è altro.” Questo è quanto scriveva Piergiorgio Welby nel 2006, qualche mese prima di morire, nella lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Perché Piergiorgio Welby, nonostante quella distrofia muscolare diagnosticata a 16 anni, era un uomo che amava la vita. La amava talmente tanto da lottare fino all’ultimo dei suoi giorni per distinguere la vita da ciò che non lo è, per “cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno”.

E i registi Francesco Andreotti e Livia Giunti, con la loro casa di produzione indipendente SANTIFANTI, nel raccontare la figura di Piergiorgio Welby hanno deciso di dare spazio proprio a quel desiderio vitale, realizzando Love Is All. Piergiorgio Welby/Autoritratto, un documentario spiazzante, tanto quanto lo era Welby. D’altronde inusuale è anche la genesi del progetto presentato al 56° Festival dei Popoli: “Stavamo lavorando a un documentario sul ritorno dei rapaci nelle città italiane, poi abbiamo scoperto casualmente che Piergiorgio era un amatore dell’ornitologia, e che nel suo ultimo anno di vita era molto attivo sul forum di un sito di birdwatcher che animava con battute, poesie, fotomontaggi. Dopo la sua scomparsa, il suo posto è stato preso dalla moglie Mina, l’abbiamo conosciuta ed è scattato subito un feeling, così ci ha invitato nella loro casa, dove ci ha mostrato le opere di Piergiorgio: quadri, poesie, fotografie.” ricorda Giunti. “Sin dall’inizio, l’idea è stata quella di conoscerlo dagli scritti e le cose che ha fatto nella sua vita, per poi scavare raccontando il privato e il passato di quell’uomo; spiare dalla serratura per capire chi si nascondeva dietro quell’immagine televisiva che aveva scosso il paese.”

L’uomo, l’artista. Love is All, infatti, ricostruisce il lato inedito dell’icona, nota a tutti come corpo malato e sofferente; una vocazione testimoniata dalla bella locandina del film, che utilizza un vecchia foto di Welby ritratto come “indiano metropolitano”. Si tratta di un ritratto privato che col tempo ha preso la forma dell’autoritratto, come nota Andreotti: “Conoscendo il suo mondo interiore ci siamo convinti che il film doveva essere su di lui, perché, analizzando tutti i materiali, era chiaro che Piergiorgio, dai vent’anni fino alla fine, aveva sempre raccontato sé e la sua condizione in tutte le forme artistiche. In un certo senso, si era autorappresentato continuamente, anche con la sua immagine finale sebbene sia tragica e dettata dagli eventi. L’apporto delle sue opere dunque è stato fondamentale: non a caso stiamo sviluppando un secondo progetto, un web doc per il sito loveisallmovie.com nel quale utilizzeremo i materiali che non sono entrati nel film. Insomma, il sentiero era già tracciato dai suoi lavori, dovevamo solo metterlo a fuoco e trovare l’autonomia così da lasciargli la parola per raccontarsi.” Questo insieme di tasselli finisce per comporre un mosaico inclassificabile, più simile al poema visivo che al documentario classico, e che con il suo spirito contemplativo, colorato, persino onirico (pregevole la sequenza in animazione in stile Terry Gilliam), tiene a bada l’idea per cui la sofferenza sia la strada maestra per la salvezza.

Semmai rinforza la potenza del messaggio di Welby, uomo cui “la morte fa orrore” e che ha combattuto per una “morte opportuna”, in altre parole per la libertà e per il diritto all’autodeterminazione. “La lotta politica che lui ha avviato, con le 500.000 firme per un referendum d’iniziativa popolare ora ferme in Parlamento, è una battaglia di diritti civili e di libertà, travalica il confine del mero discorso sull’eutanasia. Dal punto di vista dell’opinione pubblica ci sembra di notare grandi passi in avanti: le persone si esprimono sul tema molto più di un tempo, ora ci sono i registri dei testamenti biologici, tutte cose arrivate sulla scia di questa storia e portate avanti in prima linea da Mina Welby che ogni giorno è in giro per l’Italia a parlare di questi temi. Ci sono dei cambiamenti, ma sembra quasi che il singolo sia più pronto dell’istituzione. La domanda è: come popolo italiano quando iniziamo a svegliarci? Questo è lo spirito della battaglia di Piergiorgio e su cui noi ci siamo allineati.” 

 

Pubblicato sul Mucchio n.738

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